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Folla di fedeli e concelebranti al funerale di don Pierluigi Guidolin. Mons. Gardin: "Prete dell'essenziale"

Il rito, vissuto in un clima di preghiera, fede e raccoglimento, è stato presieduto dal Vescovo, che nell'omelia ha parlato di "restituzione" al Signore di don Pierluigi, grande dono per la nostra Chiesa diocesana". Circa 1.500 i fedeli presenti, oltre 150 i sacerdoti concelebranti.

Folla di fedeli e concelebranti al funerale di don Pierluigi Guidolin. Mons. Gardin: "Prete dell'essenziale"

Circa 1.500 persone, oltre 150 sacerdoti concelebranti e quattro vescovi: questi i numeri della celebrazione esequiale di don Pierluigi Guidolin, già rettore del Seminario vescovile, sabato scorso a San Nicolò. Il rito, vissuto in un clima di preghiera, fede e raccoglimento, è stato presieduto dal vescovo di Treviso, mons. Gianfranco Agostino Gardin. Hanno concelebrato i il vescovo emerito, mons. Paolo Magnani, il vescovo emerito di Chioggia, mons. Angelo Daniel e il vescovo emerito di Belluno, mons. Giuseppe Andrich. Tra i presenti anche numerosi rettori dei seminari del Triveneto e sacerdoti

Nel corso dell'omelia che riproduciamo integralmente, pronunciata con commozione, mons. Gardin ha parlato di "restituzione" al Signore di don Pierluigi, grande dono per la nostra Chiesa diocesana. Ha evidenziato il suo essere prete "dell'essenziale", una caratteristica questa confermata anche dalle indicazioni date per il suo funerale, la sua fede limpida e matura, ulteriormente purificata dalla lunga malattia, diventata luogo di incontro privilegiato con Gesù.
 

 

 Il testo dell'omelia

Carissimi fratelli e sorelle, ho la convinzione che la morte del nostro carissimo don Pierluigi chieda a molti di noi una dolorosa separazione. La chiede, senza alcun dubbio a papà Domenico, alla sorella Paola, al fratello Michele, e ai parenti tutti. La chiede al presbiterio di questa Chiesa, che lo stimava sinceramente e profondamente; e so che all’interno del presbiterio qualcuno vive con intensa sofferenza la perdita di un amico vero (mi ha scritto l’altro ieri un prete: «Mi mancherà tantissimo. Oggi ho pianto come per nessuna persona cara che è partita da questa vita...»). Questa separazione la vive anche il nostro Seminario, che egli amava di vero cuore e al quale ha dedicato la gran parte dei ventitré anni del suo sacerdozio, ben vent’anni. La vivono a numerose persone, laiche e consacrate, che egli ha incrociato nel suo cammino e che, entrando in relazione con lui, hanno conosciuto la sua umanità matura e la sua fede robusta. La vive, credo di poter dire, anche mons. Magnani, vescovo emerito, che nel 1995 lo ha ordinato sacerdote. Permettetemi di dire che sperimento intensamente questa separazione anch’io, che ancora quando vivevo nel convento di San Francesco, qui a Treviso, avevo una relazione bella e sincera con lui (posso confidare che don Pierluigi in pubblico mi dava del lei, ma in privato mi dava del tu, ed era per me un regalo).

         Mi sono chiesto quale parola potrebbe meglio esprimere in questo momento il senso di questa nostra celebrazione. In queste circostanze noi solitamente parliamo di suffragio, di congedo, di estremo saluto... Io penso che molti di noi vivono questo momento come una sorta di “restituzione”, una restituzione al Signore.

         Don Pierluigi è stato un regalo del Signore a questa Chiesa trevigiana, un ricco dono, un dono prezioso. Ora è come se noi dicessimo al Signore: ci costa privarcene, ma sappiamo che ti appartiene; il suo legame con Te era intenso, era il suo bene più prezioso, che ha dato senso al suo vivere da cristiano e da prete, e gli ha consentito di andare con fortezza interiore verso la morte. Essere con Te, per sempre, immerso nel tuo Amore, è realizzare il suo sogno. Purificalo da ogni scoria di male, anche se abbiamo l’impressione che tale purificazione sia già abbondantemente avvenuta con il calvario della sua malattia (diceva: «la malattia mi ha tolto, ma mi ha purificato»); purificalo e stringilo a Te.

        

Del resto, uno che con lucidità chiede per il proprio funerale - mi piace qui richiamarlo - canti gioiosi e che possano essere cantati da tutti (e ha precisato: senza bisogno di applausi); uno che chiede la bara più economica e che i soldi per i fiori siano piuttosto evoluti al Seminario; uno che sceglie le letture bibliche del proprio funerale, e motivandone la scelta: è uno che va verso la morte con il desiderio che tutto sia ricondotto quell’essenziale che era per lui l’incontro con il Signore risorto.

In effetti, don Pierluigi era un amante dell’essenziale. Ho avuto tra mano ieri una lettera scritta tre giorni dopo il Natale del 2016, quando già la malattia aveva mostrato la sua aggressività. Aveva trascorso il Natale solo in Seminario, perché indisposto, senza poter neppure celebrare Messa, nascondendo agli altri che non stava bene perché potessero recarsi in famiglia. «È stato un Natale solo con Gesù - ha scritto -, io e Lui, soli». E poi raccontava: «Questa malattia mi porta all’essenziale di ciò che ho creduto e decido oggi di credere, [mi porta] soprattutto verso Dio; mi conduce all’essenziale di ciò che ho vissuto finora, in particolare le relazioni con gli altri. È un percorso che mi ritrovo a compiere [intende dire: non certo cercato né scelto]; eppure, per certi versi, non mi spiace di compierlo. È un viaggio verso di me e verso il senso della vita, di ogni vita. È una strada di affidamento a Dio, per la guarigione che i medici non possono promettere e per la salvezza che Gesù mi ha promesso e già condiviso nel giorno del battesimo. La sfida più grande non è guarire ma amare, lo è sempre stata; oggi ha solo alcune particolari caratteristiche. Perché amare come Gesù è già sperimentare la risurrezione della mia carne, della mia umanità fragile e malata».

Ho voluto citare queste righe scritte ancora un anno e mezzo fa, perché dicono l’atteggiamento con cui egli ha affrontato la sua malattia; ma dicono anche la sua tempra di cristiano. Non era certo una persona che amava pavoneggiarsi con belle espressioni, pie ed eleganti, perché era un uomo vero: era fuori, in ciò che diceva o scriveva, quello che era dentro. Ma è evidente che non si improvvisa la disponibilità a compiere un percorso come quello che egli intravedeva davanti a sé dopo la diagnosi che gli era stata comunicata.

 

Questo non significa che sia andato verso la morte con il piglio, per così dire, del superuomo o dell’eroe. Amava profondamente la vita, e tutte le cose belle e sane del vivere, quelle che procurano gioia. Ha scritto in un articolo (anonimo, firmato semplicemente “un malato”) che la morte lo avrebbe «strappato dalla vita che amo tanto, forse troppo, perché il solo pensiero che questo accadrà mi fa male al cuore». E in una testimonianza, resa ad un convegno svolto qui a Treviso al palazzo dei Trecento sui bisogni psicosoaciali del paziente, nel settembre dello scorso anno, non aveva nascosto la sua paura della morte. Aveva detto: «È stato con un amico delle superiori, amici da trent’anni, che ho avuto il coraggio di dire la mia paura di morire. Quanto è importante comunicare che si ha paura, io piangendo e abbracciato a lui».

         Chissà, forse è anche per questo che ha chiesto che fosse proclamato ai suoi funerali il brano di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura (Is 25,6a.7-9). Egli ha motivato tale scelta scrivendo: «Esprime . questo testo del profeta - la promessa e l’impegno di Dio a sconfiggere la morte; l’immagine è quella di una festa, di consolazione, delle lacrime asciugate dal Signore». Ma tra le lacrime e il timore della morte (ha scritto in un messaggio ad una persona amica: «la sera faccio fatica a spegnere la luce, credo sia la paura del morire più o meno inconscia»), la fatica di accettare un corpo che non offriva più la possibilità di una vita vissuta in pienezza e sana libertà (anche di viaggiare, di praticare lo sport), colpisce anche la sua capacità di ironizzare sul suo male, come quando ha descritto con queste parole il trattamento affrontato con le chemioterapie: «Ogni chemioterapia era come il round di un incontro di pugilato dove ogni volta ne prendevo senza poterle dare, mi venivano lasciati alcuni giorni di riposo, per poi prenderne delle altre». Era la sapienza e il coraggio di chi sa anche assumere una salutare distanza dal proprio corpo. Ha anche scritto in un messaggio: «La mia malattia non è tutto di me».

 

Ma la vicenda della sua lunga e pesante malattia ci soprattutto ha rivelato il suo profilo di credente, dell’uomo affidato a Dio. Quante espressioni potrei qui riprendere da suoi scritti e messaggi che mi è stato dato di leggere ieri, come testimonianza preziosa per tutti noi, potrei dire come un magistero di vita che don Pierluigi ci lascia. Mi limito a citarne alcuni.

Nel novembre del 2016 scriveva: «Non sono triste, sono affidato, vorrei esserlo di più. Prego Dio che mi accompagni». Nel Natale 2016: «Mi stupisce questo Natale perché Gesù prende la mia carne malata, quella che io fatico ad accogliere. Quanto bene ci vuole Dio? È una cosa grande e stupenda». Nell’agosto 2017: «...le paure che ho conosciuto restano attaccate all’anima, non basta l’ansiolitico, occorre un affidamento più forte a Dio, al nostro Dio della nostra vita ... chiedergli che mi faccia sentire figlio amato, che la mia vita è nelle sue mani ora e sempre». Tornando dal pellegrinaggio in Terra Santa nel settembre scorso: «Ho pregato, sono stato due volte a Getsemani e ho celebrato tre volte al santo sepolcro ... Soprattutto sono tornato a fidarmi di Dio...». Nel novembre scorso: «Il corpo non mi permette molte cose ma lo spirito può anche non lamentarsi e guardare il bello e il buono della vita. Sento Dio alleato». Nel febbraio scorso: «Colui che ha lasciato suo Figlio morire per noi non ci abbandonerà mai, viene fino agli inferi per prenderci per mano, sconfigge la morte, la sua e la nostra ...».

 

         Che cosa possiamo dire, se non: ecco come un credente va incontro alla morte? Combattendo, ma anche affidandosi. Ha combattuto il male fino a che ha potuto, poi si è arreso (ha anche ricordato, in una occasione, il celebre “resistenza e resa” di Dietrich Bonhoeffer). Ma ha combattuto soprattutto, come Paolo ha scritto a Timoteo, la “buona battaglia della fede”. E anche lui ha potuto dire: «il Signore mi è stato vicino» (cf. 2Tim 4,6-8.17-18).

         E qui comprendiamo allora perché ha chiesto la lettura del brano di Giovanni (Gv 12,23-28): le parole di Gesù sul chicco di grano che morendo porta frutto. Ha motivato così la scelta di questo brano: «In filigrana è la storia della mia vicenda vocazionale. Il decidere di ascoltare la Parola che mi invitava a perdere tutto per Dio. La gloria non sta in quello che ho fatto ma nel servire il Padre seguendo il Signore».

         Don Pierluigi, da discepolo di Gesù, ha compreso e sperimentato la bellezza, il fascino di una vita donata. Ha scritto: «Il Signore mi ha preso sul serio, da allora mi ha dato di donare tanto della mia vita, mi ha convertito...».

Comprendiamo anche il suo amore al Seminario, come luogo che gli ha consentito maggiormente di donarsi, di aiutare a crescere, di farsi accompagnatore paziente, attento, sensibile, generoso.

E qui non posso tacere la testimonianza che è stata per me la lettera nella quale ha rimesso nelle mani del vescovo il suo compito di rettore del Seminario. Permettetemi di osservare che poteva essere comprensibile il desiderio, visto che aveva ormai la certezza che la conclusione della sua vita non era lontana, di rimanere rettore fino alla fine. Mi ha scritto invece: «Mi ritrovo ad essere più preoccupato per la mia persona che per la Chiesa, che per i seminaristi e i preti che vivono con essi. Riconosco in me il dono di una grande paternità che mi lega a loro e tuttavia il male prende spazio e mi fa dire che è arrivato il momento che abbiano un padre con il cuore maggiormente libero. In coscienza non credo di essere più in grado di svolgere bene il servizio di rettore, e so che le condizioni attuali non miglioreranno. Perciò, per il bene che voglio alla Chiesa e a questo servizio particolare, chiedo di essere sollevato da questo incarico affinché possa essere affidato ad un fratello in grado di condurlo nel migliore dei modi… Il percorso del Seminario mi precede di secoli, l’ho servito per qualche anno e mi seguirà nel tempo».

Un servo dunque, nel vero senso, e non uno che si serve del proprio ruolo, che lo accarezza. Del resto sappiamo bene che il suo stile di vita era lontano da ogni ricerca di ruoli, di posizioni di prestigio, di quelli che il Vangelo chiama i “primi posti”. Il Seminario ha beneficato per vent’anni del dono di don Pierluigi, che anche solo con la sua vita esemplare ha mostrato che cosa significa essere un ministro di Cristo e del Vangelo. Io sono certo che egli ha seminato, e che il suo esempio susciterà in altri cuori il desiderio di seguire il Signore  nel servizio ai fratelli.

Noi ora sentiamo di dire un grande, commosso grazie al Signore che ci ha posto accanto questo fratello. Avremmo voluto poter godere ben più a lungo della sua calda umanità, dell’esempio della sua fede schietta, del suo generoso spendersi per gli altri. Ma certo abbiamo ricevuto molto. E gli diciamo: carissimo don Pierluigi, uomo limpido, cristiano tutto d’un pezzo, prete buono e fedele, non possiamo che dirti: grazie, grazie, grazie! Non ti dimenticheremo.

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