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Quando l'adolescenza è una partita dura

Le cronache degli ultimi mesi hanno raccontato una lunga serie di casi di giovani che hanno deciso di togliersi la vita. Sono la punta di quel grande iceberg che è il disagio giovanile. Di prevenzione e di interventi verso il disagio degli adolescenti si parla in queste settimane nel corso promosso dalla “Fondazione Ispirazione”

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Quando l'adolescenza è una partita dura

Le cronache locali degli ultimi mesi hanno purtroppo raccontato una lunga serie di casi di giovani ragazzi che hanno deciso di togliersi la vita. Gesti per lo più inspiegabili che lasciano tutti profondamente turbati. Sono la punta di quel grande iceberg che è il disagio giovanile. Un disagio che è fondamentale prevenire attraverso un’opera educativa che spetta a più soggetti.
Le drammatiche notizie di attualità e l’esigenza di un’attenzione pedagogica a trecentosessanta gradi si incrociano nel ciclo di incontri di formazione e aggiornamento promosso da Fondazione Ispirazione e dalla cooperativa Insieme si può. Significativo il titolo: “Crescere è un gioco di squadra. Quando l’adolescenza è una partita dura”.
Il prof. Antonio Piotti, filosofo e psicoterapeuta, è socio della Fondazione e della Cooperativa Minotauro fondata dal prof. Charmet con il quale ha scritto il libro “Uccidersi. Il tentativo di suicidio in adolescenza”. Inevitabile che si parli anche dei recenti fatti di cronaca nel corso del suo intervento previsto per il 18 aprile (dalle 10 alle 14) e intitolato “I vari aspetti del disagio. Dal ritiro sociale grave al comportamento violento. Verso gli altri - Verso se stessi”. Ne abbiamo parlato con lui in anteprima in questa intervista.

Professore, potrebbe spiegarci da dove nasce l’idea del suicidio in ragazzi così giovani?
Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. Ogni storia, ogni ragazzo è diverso dall’altro, ma quando parliamo del suicidio in adolescenza possiamo tracciare un filo comune. A differenza di altri tipi di suicidio, che hanno un qualche tipo di spiegazione razionale, in questo caso il gesto ci appare del tutto incomprensibile, impensabile. Alla base del disagio c’è un modello culturale narcisistico che spinge a creare nell’adolescente aspettative straordinarie per il proprio futuro. Questo modello tuttavia porta anche con sé grandi difficoltà nel tollerare le frustrazioni e un’enorme paura di fallire. Nel momento in cui si realizza che il proprio corpo non è adeguato alle aspettative, subentra un senso di vergogna che può portare a soluzioni drammatiche come il ritiro sociale, e quindi l’abbandono scolastico e delle relazioni con gli altri per scegliere una vita di isolamento, o, in casi più estremi, la decisione di uccidersi, per togliere di mezzo quel corpo inadeguato.

Come è possibile accorgersi che qualcosa non va?
La depressione narcisistica porta a maturare l’idea del suicidio, che viene meditato a lungo, ma spesso l’atto in sé ha un preciso fattore scatenante, che può essere un brutto volto, un fallimento, una presa in giro. Tuttavia questi ragazzi non presentano i segni classici di una patologia. Possiamo piuttosto parlare di un malessere, di un blocco evolutivo, ma apparentemente sono come tutti gli altri, hanno relazioni sociali e non mandano segnali di disagio. E’ come se conducessero due esistenze parallele: una parte di loro funziona, l’altra rimane segreta. In queste situazioni in parte è vero che il suicidio è imprevedibile. I ragazzi che lo meditano generalmente non ne parlano, quindi anche il minimo accenno alla cosa deve essere colto come un segnale da non sottovalutare. Un tema a scuola, una frase scritta sul diario, o sui social, una confidenza ad un amico, possono essere una spia. Per questo un coetaneo che riceve una confidenza di questo tipo deve comunicarlo immediatamente ad un adulto. Non è assolutamente vero che chi parla di suicidio poi non lo fa. Ogni tentativo di violenza su se stessi, anche se si tenderebbe ad archiviarlo come bravata, va preso sul serio.

Ci sono adolescenti violenti non verso se stessi, ma verso gli altri, cosa cambia? C’è un legame tra le due cose?
La violenza verso se stessi e verso gli altri hanno origini e dinamiche differenti, tuttavia alle volte possono essere una la causa scatenante dell’altra. Il bullismo, ma sopratutto il cyberbullismo, quello che avviene all’interno della rete, possono influire sul suicidio dando una conferma esterna di un senso di fallimento che il ragazzo già sente dentro di sé.

C’è qualcosa che si può fare per prevenire il fenomeno? Che ruolo ha la famiglia, ha delle responsabilità nel non accorgersi di un problema?
Spesso le famiglie sono cosiddette famiglie normali e non gli si può imputare mancanze particolari visto che i figli che, nella maggior parte dei casi, non presentano i segni di un malessere. Parte della responsabilità è da attribuirsi ad un tabù sociale che non permette di affrontare con serenità il tema della morte. Non parlarne infatti peggiora le cose, alimenta l’idea del suicidio. Questi ragazzi dovrebbero affrontare l’argomento con la famiglia, ma poi anche e soprattutto con un terapeuta. E’ necessario agire in fretta, e che si formino sempre più figure professionali adeguate ad affrontare la situazione. Stiamo inoltre lavorando nelle scuole, interveniamo sui compagni dopo che un adolescente si è suicidato, per evitare emulazioni. Il nostro intervento a posteriori diventa così di prevenzione per altri ragazzi. Aiutare le famiglie dopo un avvenimento del genere invece è un lavoro disperato. Credo che il senso di colpa per un suicidio sia il dolore psichico più forte in assoluto.

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