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Treviso: Gian Domenico Mazzocato presenta la traduzione della “Legenda maior/ Vita di san Francesco”
Gian Domenico Mazzocato terrà, nella sala Guadagnin di palazzo Rinaldi a Treviso, giovedì 19 marzo, alle ore 17, una conferenza dal titolo “L’enigma san Francesco, tra Dante e i biografi”. Mazzocato ha reso in uno scorrevole italiano moderno il duro latino di Bonaventura da Bagnoregio, autore della “Legenda maior / Vita di san Francesco” (Editoriale Programma), monumento insigne dell’agiografia medievale. Certamente la più bella e completa delle biografie antiche. Il libro sarà presentato nel quadro del marzo dantesco, a cura della società Dante Alighieri di Treviso
Perché, prof. Mazzocato, si riferisce a san Francesco con il termine “enigma”?
Di non difficile soluzione. A patto che si abbia la pazienza di leggere quello che ci ha lasciato di scritto lo stesso Francesco. Dopo la sua morte c’è stata una fioritura di materiale biografico che sembra obbedire a una precisa strategia.
Quale?
Mi limito ai due principali biografi, Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio. Tommaso racconta quasi in presa diretta. Francesco viene reso con i suoi lati meno edificanti. Aveva un caratteraccio, ad esempio. Era travagliato da dubbi e lotte interiori. Madonna Povertà è compagna di viaggio molto più ruvida che in Bonaventura. Che scrive 40 anni dopo la morte e lo fa nel contesto delle divisioni che ormai lacerano l’ordine. Francesco ne risulta smussato, levigato. Uno “specchio di Cristo”, un’immagine unificante. Più idealizzata, più teologica, per così dire, più spirituale. Il punto di arrivo sono i Fioretti, all’alba del 1400. Il carattere duro ed esigente di Francesco ne viene ingentilito. Il radicalismo pauperistico è attenuato fortemente.
Faceva cenno agli scritti di Francesco...
C’è un problema filologico. Alcune cose Francesco le scriveva da sé, altre le dettava. Cioè lasciava a chi trascriveva il compito di amplificare o contrarre, collegare le varie parti. Intanto le due versioni della Regola. La prima approvata da papa Innocenzo III nel 1209 solo oralmente. La prudenza di Innocenzo si spiega con le resistenze curiali all’approvazione. Il fatto è che ogni movimento pauperistico fa paura alla Chiesa. Potenzialmente eversivo. La seconda versione fu approvata da Onorio III il 29 novembre 1223 con la bolla Solet annuere. Il passaggio dalla prima alla seconda è segnato da un grande travaglio in Francesco. Ha dovuto attenuare rigore e durezza, come forse non avrebbe voluto e come invece opportunità e senso pragmatico lo obbligavano a fare.
E oltre alle Regole?
Materiale luminoso, splendente. Colpevolmente trascurato dalle storie letterarie. Intanto, un corpus impressionante di lettere. Ai fedeli, a tutti i chierici, ai reggitori dei popoli, a tutto l’Ordine. Affettuosissima e sorridente nonostante la morte vicina, la lettera a una pia donna romana, Jacopa dei Sette Sogli, cui dice: “Se vuoi vedermi vivo sbrigati. E portami un po’ di quei dolcetti che mi davi quando stavo male a Roma”. Sono i mostaccioli. Poi, le laudi e le preghiere. Immenso, abissale il Saluto alle virtù, commovente ed emozionante la Parafrasi del Padre nostro.
Che san Francesco esce dai suoi scritti?
Un gigante. Non solo dell’azione, ma, soprattutto, della parola. Pronunciata, letta, scritta, trasmessa. Gli artifizi retorici non facevano per lui. Si definiva semplice (simplex) e illetterato (idiota). Ma trascinava, commuoveva, convinceva. Soprattutto le lettere esprimono la tensione apostolica di Francesco, la coscienza di dover annunciare la Parola con gli scritt,i oltre che a viva voce. Dice nella Lettera ai fedeli: “Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servire tutti e ad amministrare le fragranti parole del mio Signore”. E le preghiere. L’orante guarda contemporaneamente sopra di sé e attorno a sé, facendosi animatore del coro dei lodanti e tramite con la dimensione superiore. La preghiera ridice, racconta di nuovo, riformula e rende fruibile ogni più intima esperienza di culto con parole ispirate o derivate dai testi biblico-liturgici. Congiunge in comunione orante Dio, le meraviglie da lui compiute e i fratelli, come è stato detto. San Francesco illuminato dalla grazia. Già, e a sua volta sorgente di grazia. La parola è strumento nell’esperienza di grazia vissuta da Francesco. Lui si colloca vicino alle parole che Gesù ha ricevuto dal Padre, cammina con esse. Gesù le ha ridistribuite, per così dire, ai discepoli, per la salvezza loro e del mondo intero. Francesco rimette in cammino la forza salvatrice della parola che Dio pronuncia nella storia degli uomini. Lo straordinario Saluto alle virtù rivela lo stile di vita e l’atteggiamento interiore di Francesco come forse nessun altro testo. Leggerlo è esperienza assoluta. La condensazione di un trattato di ascetica e di etica.
Possiamo ricostruire la vicenda delle biografie francescane?
Vicenda articolata. Il 19 marzo 1227 sale al soglio papale il cardinale Ugolino di Anagni, amico di Francesco, col nome di Gregorio IX. È lui che lo canonizza in Assisi il 16 luglio del 1228. E affida al francescano Tommaso da Celano il compito di redigere una biografia del santo. È la cosiddetta Vita prima. Nel 1244, al capitolo generale di Genova, Crescenzio da Iesi, ministro generale, promuove una raccolta di testimonianze per colmarne le lacune. Nasce il Memoriale nel desiderio dell’anima o Vita seconda. Qualche anno dopo, Tommaso redige la parte riguardante i miracoli. Nel 1260 il capitolo generale, riunito a Narbona, conferisce mandato a Bonaventura di scrivere una nuova vita di Francesco. Pronta e approvata dal capitolo di Pisa nel 1263. È la Legenda maior. Nel 1266, a Parigi, il capitolo generale decreta la distruzione di tutte le vite, fatta eccezione per l’opera di Bonaventura. Dieci anni dopo, però, il capitolo generale, riunito a Padova, ordina il recupero della precedente memoria su Francesco. Abbiamo la Compilazione di Assisi e la Leggenda dei tre Compagni. Tra il 1327 e il 1337 vengono redatti gli Actus beati Francisci et sociorum eius, da parte, forse, di frate Ugolino da Monte Santa Maria. Da essi un anonimo volgarizzatore trarrà i notissimi Fioretti. Siamo già nel 1370 o addirittura dopo, alle soglie dell’Umanesimo che impone una revisione del rapporto col corpo. Del ruvido Francesco di Tommaso è rimasto quasi nulla.
Qual è il messaggio più importante oggi da parte di Francesco?
Avverto in Francesco un richiamo profondo ai valori del Vangelo, all’inclusività, all’attenzione ai fragili e ai diseredati. Il richiamo alla pace. Quando, a Greccio, rappresenta la nascita di Gesù, ci ricorda che ogni luogo è Betlemme. Non si versa sangue e non si semina morte con le crociate. Il Vangelo lo si accoglie o non lo si accoglie. Francesco si metteva di traverso rispetto ai valori economici del capitalismo. Contro la vita ridotta ad affarismo e a bieca gestione del potere servono testimoni credibili e affidabili. Francesco lo è, con una forza che non appartiene ad alcun altro.



