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 SPORT   Lo sport insegna 
Lo sport insegna   versione testuale
Appartengo ad un gruppo di persone, forse assai piccolo, che guardano con distacco a questa trentesima edizione dei Giochi olimpici, che si tengono a Londra. I motivi stanno nelle solite numerose polemiche circa la montagna di denaro speso (ben oltre i preventivi), nell’immenso apparato di sicurezza contro gli attentati terroristici in una manifestazione di pace alle quale intervengono anche gli atleti dei paesi temuti. Inoltre, chi conosce qualcosa di storia può essere rimasto colpito dalla furbizia anglosassone, capace di celebrare il suo passato glorioso nella serata di apertura dei giochi, presentando simpaticamente solo il positivo e ciò che può essere venduto ai turisti ma dimenticando con troppa leggerezza il proprio passato di dominatore coloniale mondiale.
Ed eccoci alla solita domanda generalista: tutto questo cosa ha a che fare con lo sport? Cosa è rimasto dello spirito di Pierre de Frédy, barone di Coubertin? Cosa c’entrano i miliardari del tennis, del basket, del calcio, della pallavolo e di tanti altri sport, con atleti che non vivono di sport ma lo praticano per quattro anni nell’anonimato e poi si sfidano sotto l’ombra della bandiera dai cinque cerchi? Cosa è diventato lo sport con il doping (le polemiche ci sono e ci saranno sempre di più) e con giro enorme di soldi che gli sponsor (Adidas contro Nike) fanno girare? Avevo intenzione di non guardare una gara, di non lasciarmi sedurre dalle centinaia di ore di televisione in diretta. Solo aspettare che questa follia estiva finisse nell’oblio.
Ma sabato sera stavamo andando ad un campo scuola. Per strada abbiamo acceso l’autoradio. Erano in gara tre italiani, tiro con l’arco, semifinali contro il Messico. Conosco uno dei tiratori d’arco: è di Padova. Un ragazzo semplice, si chiama Marco Galiazzo. Ha la faccia da animatore dell’Ac o da capo dei lupetti. In quel momento eravamo in vantaggio. Ma i messicani stavano infilando tiri perfetti da 10 punti l’uno, uno dietro l’altro. I nostri facevano punteggi inferiori, ora tiri da 8, ora da 9, finalmente un 10. Ma i messicani viaggiavano quasi sempre a colpi di 10. Ormai ci stavano raggiungendo e superando. Nella mia fantasia vedo un messicano vestito da Zorro tirare frecce vittoriose, con un sorriso sormontato da piccoli baffi ispanici. E noi ridotti come il sergente Garcia, sconfitti e irrisi. Arriviamo al campo e spegniamo l’autoradio, certi che i nostri avrebbero perso. Il mattino dopo il giornale ci dice che non solo abbiamo vinto contro i messicani ma abbiamo sconfitto gli Stati Uniti in finale guadagnandoci il primo oro. E tutto per un solo punto. Ma... allora lo sport riesce ancora a mostrare il suo vero volto, ha ancora qualcosa da insegnare alla vita: insegna a non mollare mai, ci dimostra che abbattersi nelle fatiche è la cosa più sciocca che si possa fare, quando si è in cammino si va avanti.
 
La mamma col fioretto
Ancora sabato sera accendiamo la televisione per vedere il telegiornale. Invece, ci troviamo a vedere Valentina Vezzali combattere a colpi di fioretto contro la coreana Nam Hyun-Hee. Non sappiamo che sta lottando per il terzo posto, solo che Valentina era sotto di tre stoccate e restavano 9 secondi. Come poteva vincere? Nessuno di noi sperava in una vittoria. E invece no, i grintosi e ripetuti assalti portano l’atleta a rovesciare il risultato e a vincere con una rimonta leggendaria. Ci ha commosso questa vittoria di misura e sofferta, più che vedere tre atlete italiane salire ai primi tre posti del podio. Ha emozionato il saluto di Valentina Vezzali al proprio figlio, il suo tifoso più esigente, e l’abbraccio alla mamma. Non sono i miliardi che muovono questa atleta. Anche qui lo sport diventa insegnamento.
 
Bisogna saper perdere
Domenica sera ci giunge la notizia che veste a lutto le attese italiane, Federica Pellegrini non ha vinto i 400 stile libero. “Mi prenderò un anno di riposo”, dice. Stranamente mi ricorda una frase del mio passato infantile: “E io non gioco più”. Non basta; martedì perde anche la finale dei 200 stile libero. Bisogna saper perdere e non è facile farlo. Ancora meno facile è saper perdere dopo aver vinto tanto. Quanta saggezza in chi sa accettare il proprio declino. E’ questo il caso? Anche qui si potrebbe imparare molto.
C’è un atleta che è entrato nei cuori del pubblico olimpico: Hamadou Djibo Issaka, 35 anni, del Niger. Domenica ha partecipato alla gara di canottaggio singolo, uno sport che ha imparato in soli tre mesi di corso intensivo. E’ arrivato ultimo, quasi due minuti dal vincitore. Ma gli applausi e il tifo sono stati tutti per lui. Tutti si ricordano di lui e non di chi ha vinto la gara. L’importante è partecipare e metterci tutto l’impegno. Forse è ancora vero. Forse lo sport insegna ancora qualcosa alla vita e dello sport vero si può restare innamorati anche oggi. Forse.
 







Giovedi 2 Agosto 2012
Pierluigi Guidolin