| La vita del Popolo di Treviso - EDITORIALE | |||
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Fratelli e sorelle carissimi della Chiesa di Treviso, giunge un nuovo Natale, e giunge in una situazione che la crisi economica rende per molti, soprattutto per alcune fasce della popolazione, densa di apprensioni e di timori. Natale fa pensare tradizionalmente ad unoccasione di festa, di serenità, in cui si vive anche la gioia (speriamo non una rassegnata costrizione) di fare regali, espressione di affetto e di gratitudine. Molti diranno: quale serenità, quale festa, quando il lavoro si fa precario, il giungere a fine mese si fa più arduo, il passaggio dalla scuola alla professione appare sovente senza sbocchi? La dura realtà rende stonate, in molte famiglie, le carezzevoli nenie natalizie, fa apparire inopportuni gli addobbi festosi e le luminarie che invitano agli acquisti. Il fatto è che una certa poesia - talora un po melensa e artificiosa - non proviene da quanto la fede ci fa conoscere e comprendere della nascita di Gesù. È vero che levangelista Luca fa scorgere ai pastori «una moltitudine dellesercito celeste» (Lc 2,13) inneggiante a Dio - una scena che vuole esprimere la portata soprannaturale dellevento, il suo essere decisivo per la storia dellumanità -; ma il racconto di quella nascita a Betlemme, per quanto soffuso di dolcezza, è per molti aspetti scarno, quasi crudo, tuttaltro che trionfale. Il Figlio di Dio entra nella storia come appartenente alla categoria degli ultimi, di coloro per i quali «non cè posto nellalloggio» (cf. Lc 2,7), per i quali la prima culla è una mangiatoia per gli animali. Lì non ci sono né trionfi, né scenari principeschi, né manifestazioni di onnipotenza. Un bambino di povera gente, in una condizione precaria, che lo accomuna a tanti che nascono e vivono nella semplicità: così Dio entra nel mondo. Non a caso i primi a fargli visita, e forse a capire che lì si nasconde qualcosa di straordinario, sono dei poveri pastori. Ma con lumile venire alla luce di quel bambino, in un angolo sperduto della periferia del grande impero, entra nel mondo lamore di Dio e si fa concreto il suo prendersi cura dellumanità. Infatti un bambino è nato per noi canta la liturgia della chiesa; siamo noi i beneficiari di questo evento, apparentemente semplice, ma in realtà carico di senso per lumanità intera. Qui cominciamo a capire che «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rom 8,31); che la disperazione può volgersi in speranza; che luomo non è riconducibile a ciò che ha, ma deve assumere la consapevolezza di ciò che è: figlio amato dal Padre che manda tra noi suo Figlio a dirci e a donarci il suo amore. Ma che centra tutto questo con lattuale crisi economica, potrà chiedersi qualcuno. Il Natale religioso non rimane forse spazio lontano dalla vita, mondo comunque irreale? Si vive più di pane che di messaggi religiosi; non si risolvono i problemi economici e lavorativi guardando al presepio. È vero. Ma nel Dio che a Natale mostra tutto il suo essere con noi e per noi, io, cristiano, trovo le ragioni e le energie per essere e agire dentro la storia non solo per me, in una ricerca spasmodica del mio stare bene, ma per noi. E dunque con la passione e limpegno della corresponsabilità, della solidarietà, della costruzione di un bene comune non solo individuale. Non suoni irriverente dire che a Natale Dio si rimbocca le maniche per sollevarci dallabisso del male. Accogliere la sua salvezza significa anche per noi rimboccarci le maniche per trasformare una vita egoista, sfiduciata, inerte, in una vita protesa verso un futuro ricco di speranza, di relazioni aperte e generose, di disponibilità a sacrificare qualcosa del mio per il bene di tutti. Buon Natale a tutti, dunque, un Natale vissuto nellincontro con Dio e con il prossimo, soprattutto con coloro che hanno più bisogno di sentire parole e scorgere gesti di amore e di speranza. † Gianfranco Agostino Gardin vescovo di Treviso |
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Ultimo aggiornamento di questa pagina: 23-DIC-11
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