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Il processo iniquo a Gesù
Il giovane figlio di Myriam è vittima del complotto ordito dal Sinedrio


Processato, condannato al supplizio, giustiziato. Un processo dall’esito già scontato che di proposito ignora le consuete, previste, procedure giudiziarie. Un verdetto politico che commina una pena capitale le cui cause sono chiaramente di natura religiosa... Una condanna che non è soltanto un episodio tra i tanti che popolano il palcoscenico della storia. Dell’esistenza di Jeshoua, meglio noto come Gesù di Nazaret, figlio di Joseph e di Myriam, nato a Betlemme di Giudea intorno all’anno 748 di Roma (6 a.C.), ne abbiamo notizie dalle testimonianze, oltre che ovviamente dai vangeli - la cui provata autenticità da tempo ha dissolto ogni legittimo dubbio - anche dalle prime comunità cristiane, da scritti ebraici. Se ne parla nel Talmud, conosciuto anche con il nome di Shas, acronimo di Shisha Sedarim, e in alcuni passi latini di Plinio il giovane e Svetonio. Della morte, in particolare, uno dei fatti più sicuri e meglio documentati, riferiscono tanto Tacito (“Annales”, XV, 44), quanto Giuseppe Flavio (“Antichità giudaiche” XVIII, 3, 3, 63-64).
 
Molte cause, un perché
Il giovane figlio di Myriam, il “rabbi”, come i suoi seguaci amano chiamarlo, soprannominato “Cristo”, il “Figlio dell’uomo” come egli stesso si definisce mediando l’espressione dal profeta Davide - e che nella tarda tradizione ebraica ha anche una connotazione messianica - è vittima di un complotto pensato e ordito dal Sinedrio, presieduto da Caifa, la massima autorità religiosa ebraica, che così vuole risolvere la conflittualità che era andata via via crescendo tra Gesù e i responsabili delle istituzioni giudaiche.
Ma la correità delle autorità ebraiche che con il dominatore romano sono riuscite a stabilire un equilibrio tanto fragile quanto ambiguo, chiama in causa anche quella romana. Soltanto il governatore Pilato può disporre dello ius gladii - diritto della spada - e decidere la pena capitale.
Il Sinedrio di Gerusalemme, il Gran sinedrio - settanta membri più il sommo sacerdote composto per la maggior parte da sadducei - la classe più abbiente della società giudaica - e farisei - di estrazione popolare - può decidere soltanto l’arresto.
I vangeli non dicono nulla sulle sue motivazioni giuridiche, perciò è possibile ipotizzare che i capi d’accusa siano soltanto quelli relativi alla bestemmia, alla profanazione del sabato, alla divinazione, all’intollerabile libertà nei confronti della “Torah” - la legge ebraica - e del Tempio, alla messa in crisi dell’ordine religioso consacrato dalla tradizione.
E tacciono anche sulle presunte motivazioni che hanno spinto uno dei seguaci di Jeshoua a tradire. Probabilmente Giuda lo considerava un Messia nazionale-politico o forse il restauratore del regno e del trono di Davide.
Si tratta quindi di accuse di natura religiosa, cercate in modo subdolo e con l’intento di rendere l’imputato inviso e pericoloso agli stessi romani e costruite già da lungo tempo - «i capi sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire» (Mt 26,59; Mc 14,55).
Così, i responsabili del Sinedrio - ipocrito servilismo - corredano le accuse religiose con quelle politiche: la rivendicazione messianica rivendicata dall’imputato può comportare anche il tentativo di mettersi a capo di un complotto politico che avrebbe potuto anche prevedere la ribellione contro la presenza straniera. I maggiori responsabili del Sinedrio, sono consapevoli che ai romani interessa soltanto il mantenimento dell’ordine pubblico e sperano di far passare Gesù come rivoltoso, come re e possibile usurpatore del potere del governatore e quindi di Roma. Soltanto così, tenendo conto che il governatore romano assai difficilmente può essere competente in materia religiosa, possono sperare di ottenere una condanna a morte.
 
Disattesa ogni corretta procedura
Ma, al di là di ogni considerazione che può apparire pregiudiziale circa le accuse mosse a Jeshoua, emerge subito che le modalità dell’arresto, la convocazione del Sinedrio, le modalità con cui tutta l’azione giudiziaria si svolge, sono vistosamente irregolari.
I testimoni sono falsi. Le loro deposizioni non concordano. Nel sinedrio sono, indebitamente presenti, soggetti non appartenenti alla corte. Viene “estorta” una sorta di confessione, con conseguente unanimità dei voti, almeno così si vuol far credere, se è vero che uno dei componenti la corte, Giuseppe d’Arimatea, reclamerà, dopo l’esecuzione, il corpo del giustiziato. Si aggiunga poi che in un processo per reati capitali, l’accusato doveva essere processato e giudicato “di giorno” - così non è per Jeshoua - ed in pubblico. Che nessuna prova poteva essere prodotta in assenza dell’accusato medesimo. Che l’imputato doveva essere tutelato - Gesù viene invece indebitamente e pesantemente maltrattato -, che la presunzione di innocenza che all’epoca era già vigente è del tutto disattesa.
Procedure disattese tutt’altro che compatibili con quanto riportato nel Sanhedrin, l’antico trattato rabbinico facente parte del Talmud Babilonese che precisava le funzioni e le modalità caratteristiche del Sinedrio. Un processo farsa, dall’esito già scontato e concluso con il rinvio al governatore Pilato perché decida di questo pericoloso individuo, accostabile al già detenuto Barabba temuto terrorista politico...
E’ assai perplesso Pilato. Indisposto dal silenzio di Jeshoua che nelle poche frasi che decide di pronunciare testimonia la propria missione divina senza ottenere nulla che un’ironica, forse scettica, alzata di spalle...
Vive ore di forte tormento, il procuratore. Ha davanti chi si è proclamato “Re dei Giudei”, ne intuisce l’innocenza, cerca in tutti modi di scagionarlo. Teme il giudizio della folla - “se lo liberi non sei amico di Cesare, chiunque si proclama re si oppone a Cesare” -. Costretto a cedere al ruolo che interpreta in nome di Roma, il mantenimento dell’ordine pubblico, teme soprattutto di rendersi inviso all’imperatore... Formalmente non condanna a morte l’imputato, si limita prima a farlo flagellare nella speranza di placare la folla delirante e poi a consegnarlo perché venga crocifisso dando così ragione a Caifa che poco prima aveva consigliato ai Giudei: “Conviene che muoia un solo uomo per il popolo” (Gv 18,14).
Il Sinedrio ha vinto. La piazza è placata. A pagare è soltanto un innocente.
A farsi scagionare dalle possibili accuse e a dimostrazione della fedeltà all’imperatore della lontana Roma, in cima alla croce Pilato tiene a precisare d’avere “condannato Jehoshua, il Nazareno, Re dei Giudei”.
 
 

Mario Cutuli

Ultimo aggiornamento di questa pagina: 09-MAR-12
 

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