| La vita del Popolo di Treviso - EDITORIALE | |||
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Con questa Domenica delle Palme della Passione del Signore iniziamo la Grande settimana nella quale, attraverso le celebrazioni memoriali, partecipiamo alla vicenda di passione, morte e risurrezione di Gesù. La dicitura un po lunga evidenzia come in questa domenica siano uniti due aspetti del mistero pasquale: il trionfo regale di Cristo, con il suo solenne ingresso a Gerusalemme, acclamato dalla folla che agitava rami di palma e di ulivo, e la sua passione e morte, ben evocata durante la messa dalla proclamazione del Passio. Nella celebrazione odierna sono confluite, senza mai amalgamarsi del tutto, due tradizioni o prassi liturgiche risalenti ai primi secoli della Chiesa. Da un lato quella di Roma che in questo giorno meditava i racconti della passione del Signore; dallaltro quella della chiesa madre di Gerusalemme che riviveva lingresso di Gesù nella città santa con una processione vespertina che dal monte degli ulivi si snodava per le vie di Gerusalemme fino al luogo della crocifissione (il Martyrium) e della risurrezione (lAnastasis). La chiesa di Roma, sempre restia ad introdurre usi stranieri e fedele al principio della sobrietà, inserì questa processione in modo stabile nella sua prassi liturgica solo verso il X secolo, certamente sotto la spinta dei fedeli desiderosi di vivere questo momento festoso e solenne prima di accingersi ad ascoltare la infinita e melanconica lettura del Passio. Così, oggi come allora, in ununica celebrazione facciamo memoria della gloria e dellumiliazione di Gesù, passando dal sentimento della gioia a quello della mestizia. Spetta allintervento omiletico e alla catechesi dare senso unitario a questi due aspetti tanto contrapposti. Da questa prospettiva a me sembra che la ricorrenza odierna rappresenti bene la parabola della nostra vita terrena nella quale, gioia e tristezza, gloria e croce, morte e vita, si intrecciano dando forma allordito sul quale viene ricamata la nostra esistenza. Nei secoli passati la miseria e gli stenti nei quali la maggior parte della gente viveva spesso rassegnata, e una conseguente visione spirituale che indugiava molto sul valore salvifico della sofferenza e della penitenza, avevano portato i nostri vecchi a sentenziare che la vita è una croce e a ricorrere, gementi e piangenti, allintercessione materna di Maria, perché li sostenesse nel loro peregrinare in questa valle di lacrime. In sostanza a collocare le pene del presente nella prospettiva di una vita eterna nella quale, finalmente, non ci sarebbero più stati né lutto, né pianto, né lamento, ma solo incommensurabile gioia. Bisogna dire che il benessere e il conseguente mutamento culturale hanno modificato grandemente la nostra sensibilità, portandoci a ritenere che, la tanto evocata valle di lacrime dei nostri nonni, fosse solo un prodotto delloscurantismo medievale e che, per i tempi moderni baciati dalla scienza e dal progresso illimitato, meglio si addica come immagine quella festante del paese di Bengodi e come strategia di vita il carpe diem, il cogliere e il godere il più possibile, qualunque sia il prezzo, il momento presente. Alla figura della penitenza sono così subentrate quelle, per alcuni versi alienanti, del divertimento, dellapparire e del successo come ragioni di senso. Così che, alle giovani generazioni, abbiamo confezionato la grande bugia che la vita è sempre una valle fiorita e che i sacrifici e le croci sono solamente dei piccoli incidenti di percorso. Anche la morte e la vecchiaia, beffarde smentite dellideologia vitalistica e della spensieratezza, vengono nascoste e mimetizzate affinché non turbino la precaria felicità del presente. Nella vita le croci non vanno cercate: arrivano da sole. A noi è chiesto di assumerle con dignità e, nella fede, viverle come via di purificazione e santificazione, associandoci alle sofferenze di Cristo. Non bisogna neppure procurarsele con una vita sconsiderata e gettata alle ortiche. Sarebbe un ulteriore carico spesso insopportabile. Le gioie, invece, vanno cercate e sono in genere frutto di una vita virtuosa e ricca di buone relazioni. Si tratta di imparare a convivere, ossia a vivere bene, con le une e con le altre evitando, per quanto possibile, di farci del male, coscienti che la loro buona integrazione è indice del raggiungimento di quella sapienza di vita sulla quale la vicenda di Gesù ha molto da insegnare. |
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Lucio Bonomo |
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Ultimo aggiornamento di questa pagina: 29-MAR-12
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