La vita del Popolo di Treviso - Speciale 120 anni
Così "Vita" e l‘Azione cattolica frenarono il fascismo
Ripercorriamo il quarto decennio della storia del nostro giornale (1922-1931)
Mussolini alla marcia su Roma
Mussolini alla marcia su Roma

I Patti Lateranensi, siglati l’11 febbraio 1929 tra Benito Mussolini, Capo del Governo italiano e il card. Pietro Gasparri, Segretario di Stato di Sua Santità, ponevano termine alla “questione romana”, apertasi con l’unificazione dell’Italia, l’occupazione armata e la conseguente fine dello stato pontificio e del potere temporale dei papi. L’evento, atteso da decenni, non poteva non provocare, tranne alcune eccezioni, che reazioni entusiastiche, in quanto i cattolici avevano la speranza che in futuro avrebbero potuto godere di una vera libertà religiosa, garantita dal Concordato, anche se non sfuggiva la possibile strumentalizzazione che ne avrebbe potuto fare a proprio vantaggio il regime fascista.

Diffusione capillare
La diocesi di Treviso era stata quella in cui il movimento cattolico si era diffuso dalla fine dell’800 più rapidamente e più capillarmente, con le sue diverse organizzazioni:  qui il nascente partito popolare aveva raggiunto i suoi maggiori risultati nelle elezioni del 1921 e del 1924. La forza delle associazioni cattoliche nel territorio e la scarsa penetrazione dell’ideologia fascista avevano provocato aggressioni, assalti, distruzioni da parte degli squadristi fascisti, senza peraltro intaccare la solidità e l’autorevolezza del movimento cattolico.
La notevole penetrazione nel tessuto sociale dei cattolici trevigiani e la diffusione capillare dell’Azione cattolica, l’unica organizzazione di massa non fascista consentita dal regime, ostacolarono notevolmente il consenso della popolazione al fascismo.  Qui più che altrove le organizzazioni fasciste per la gioventù non riuscirono a decollare. Ciò è sufficiente a motivare un’ostilità violenta del fascismo contro la chiesa e i numerosi momenti di conflitto e di tensione.

Momenti di contrasto
Longhin, che nei confronti del regime ufficialmente aveva mantenuto sempre un freddo distacco e un silenzioso riserbo, e aveva sempre pubblicamente difeso da ogni attacco e da ogni violenza i preti, i circoli, le associazioni cattoliche, in occasione del Concordato aveva esternato sentimenti di entusiasmo ed ammirazione per l’evento, sia per la sua portata storica, sia nella speranza che inaugurasse un’epoca diversa, di una maggiore tutela giuridica da parte della Chiesa nei confronti del regime. Tuttavia, a livello parrocchiale furono numerosi gli episodi di contrasto, soprattutto sul terreno dell’educazione della gioventù che i parroci non intendevano assolutamente consegnare alle organizzazioni di matrice fascista. Dopo lo scioglimento degli esploratori cattolici, avvenuto nel 1927, il regime mirava ai circoli giovanili dell’Azione cattolica, cui aderivano in diocesi quasi 10.000 tesserati. A livello nazionale l’atteggiamento ostile del fascismo verso l’Azione cattolica creò uno stato di tensione, che sfociò, nel 1931, in conflitto aperto. Il 30 maggio, vennero scioglie dal governo tutte le associazioni giovanili cattoliche. Il provvedimento, fu preceduto e immediatamente seguito anche a Treviso, da devastazioni ed assalti delle sedi cattoliche. Il vescovo Longhin protestò vigorosamente presso il prefetto. Nei diversi paesi si facevano intanto pressioni perché i giovani si iscrivessero al partito fascista. Il 10 giugno Longhin intervenne con una lettera inviata a clero e popolo: “Sappiamo la durissima prova alla quale foste sottoposti, addolorati piangiamo con voi... Stringiamoci al Vicario [di Cristo] in terra, che soffre con noi e per noi e ci guida con sollecitudine apostolica. Ci sostenga anche la testimonianza che a noi rende la verità e che renderà pure, oggi o domani, a chi ci sta d’intorno”.

Le vicende del 1931
Nel corso dei mesi estivi del 1931 la Vita del popolo non mancava di rimarcare la posizione della Chiesa sull’Azione cattolica, nei riguardi dei provvedimenti del governo; lo faceva riportando i discorsi di papa Pio XI, o i commenti presi da pagine autorevoli della stampa cattolica, non con interventi diretti del clero locale o del Vescovo. Il giornale diocesano nel numero del 12 luglio riportò integralmente l’enciclica “Non abbiamo bisogno”, uscita il 29 giugno,  che il pontefice dedicava alla situazione dell’Azione cattolica. In essa il Papa denunciava lo stato d’allarme “dei cattolici di fronte ai troppo presto incominciati sistematici attentati contro le più sane e preziose libertà della religione e delle coscienze, quali furono gli attentati contro l’Azione cattolica, le sue diverse associazioni, massime le giovanili, che culminavano nelle poliziesche misure contro loro consumate”. In una circolare al clero il 24 agosto Longhin reagiva alla situazione istituendo in ogni parrocchia il catechismo di perseveranza, che doveva accompagnare i giovani dalla preadolescenza al matrimonio e, in questo modo, supplire alla forzata chiusura delle associazioni giovanili: “Nessuno si scoraggi dinanzi alle difficoltà, che possono insorgere; nessuno desista dal lavoro per defezioni o intimidazioni. Dal momento che le Associazioni degli Uomini e delle Donne Cattoliche non furono sciolte, esse possono svolgere il loro programma di azione e dinanzi alla legge in pieno diritto, come cittadini e come cattolici militanti. Purtroppo non possiamo dire così dei Circoli delle nostre Associazioni Giovanili colpiti dal decreto di scioglimento; mentre però sottostiamo con cristiana disciplina e dignità alle esteriori imposizioni, non dobbiamo e non possiamo trascurare quello che è uno dei più sacrosanti doveri del nostro pastorale ministero, l’educazione religiosa e morale della gioventù”.
Il 2 settembre 1931 tra la Santa Sede e il Governo si giunse ad un accordo per il quale le associazioni giovanili di Azione cattolica venivano ripristinate con l’unico fine della formazione religiosa e spirituale. Con questo compromesso la Chiesa riuscì a salvaguardarne il riconoscimento del suo diritto alla formazione spirituale della gioventù, a mantenere le sue strutture organizzative. L’Azione cattolica trevigiana continuava il suo percorso di formazione e di apostolato, coinvolgendo un numero sempre maggiore di laici: solo nell’ultimo decennio dell’episcopato di Longhin aveva quasi raddoppiato i suoi iscritti. Al vescovo importava soprattutto il profilo alto della vita spirituale dei suoi membri. Così si rivolgeva alla Federazione Diocesana degli Uomini Cattolici il 17 febbraio 1933: “Perfezionate sempre più e sempre meglio la vostra santificazione senza la quale non potete esercitare alcun apostolato... Santificatevi figli miei; è di santi che oggi abbisognano le famiglie, le parrocchie, la patria, il mondo!”. (Stefano Chioatto)


 
LA "VITA DEL POPOLO" DIVENTA STRUMENTO DI FORMAZIONE: DALAL DIREZIONE DI POLONI E QUELLA DI POZZOBON
 
Quando nel 1914 il Longhin si vide costretto a privarsi di don Luigi Saretta anche nella direzione del giornale, aveva pensato a don Antonio Poloni, che però aveva rifiutato “spaventato”, come scrisse lo stesso Vescovo. Ma quando nel 1919 il Vescovo dovette rinunciare a Giuseppe Corazzin per i motivi che sappiamo, ritornò alla carica.
Questa volta non fu possibile a don Antonio sottrarvisi. Per cinque anni diresse La Vita del popolo, nel periodo di grande fervore e di vitalità pastorale per la diocesi di Treviso, guidata da un Longhin che con la guerra aveva acquistato straordinaria autorevolezza presso tutti, e che poteva agire libero da quei “controlli romani” che, al di là dei rapporti d’affetto e di devozione con Pio X, gli avevano procurato difficoltà e sofferenze. Anche se non conosciamo il motivo per cui nel 1924 passò la mano a Clemente Pantaleoni (secondo laico alla direzione per alcuni mesi), è certo che in questo quinquennio fece del giornale il portavoce efficace e fedele della vita diocesana, in un difficile contesto sociale e politico che stava imboccando la strada del fascismo. Egli godeva sicuramente la fiducia di Longhin che, tra l’altro, nel 1923 dovette affrontare il delicato compito di Visitatore apostolico a Padova, poi tra il 1927 e il 1928 quello a Udine, assentandosi perciò frequentemente da Treviso. Don Antonio aveva solo 38 anni, era oberato da altri incarichi, ma probabilmente non si sentiva tagliato per quella responsabilità che aveva continuato a “spaventarlo”.

Il fervore pastorale del dopoguerra
Le iniziative pastorali realizzate nei primi anni venti sono di una vitalità esplosiva, in tutti i campi; il giornale li registra puntualmente, trasmettendo un sentimento di fervore collettivo. Il Vescovo aveva ripreso la seconda visita pastorale alle parrocchie che aveva dovuto interrompere con la guerra. Dai resoconti di Vita si ha l’impressione che volesse vedere direttamente i danni della tragedia, garantire a clero e laici che potevano contare sulla sua guida sicura, soprattutto incoraggiare a “serrare le fila” e puntare alto. Questo “alto” era la santità della vita cui tendere col primato della formazione. Ricordiamo che nel 1926 inizierà la terza visita pastorale. Nel 1920 affidò a don Meneghetti il compito d’iniziare il Collegio Pio X per i giovani delle scuole medie (la futura classe dirigente) e contemporaneamente chiamava ad Onè di Fonte gli Oblati di Maria Immacolata. Nel 1921 celebrò il V Congresso eucaristico diocesano che segnò il fiorire in città e nella diocesi dell’adorazione eucaristica (dal 1922 nel collegio Zanotti); volle che fosse avviato il Pime presso la parrocchia di S. Martino Urbano, che nel 1928 prese sede nel palazzo Rinaldi. Segno del nuovo fervore missionario fu l’istituzione nel 1923 dell’Ufficio Missionario diocesano che promosse gli aiuti e le vocazioni in tutte le parrocchie.

Le Gare di cultura religiosa
Gli anni venti videro l’esplosione dell’Azione cattolica, specialmente di quella giovanile. L’organizzazione diocesana dei giovani cattolici, finalizzata alla loro formazione personale e per prepararli agli impegni professionali, sociali e politici, era iniziata in forma specifica già prima della guerra (ne era stato geniale promotore don Luigi Saretta); negli anni della ricostruzione diventò primaria cura pastorale della diocesi. Ne furono artefici mons. Giuseppe Agostini e don Enrico Pozzobon con la collaborazione di un gruppo di giovani laici già ben preparati. Il loro quartier generale era il Palazzo Filodrammatici, il luogo più avversato dal fascismo che dal 1924 si era organizzato in partito funzionale al regime di Mussolini.
Fin dal 1919 il vescovo Longhin aveva chiamato don Enrico a Treviso per organizzare la Gioventù Cattolica Italiana, per la quale fondò il quindicinale La Fiamma , strumento di formazione associativa che continuò a dirigere anche quando nel 1925 assunse la direzione de La Vita del Popolo, che doveva invece continuare ad essere voce di tutto il movimento cattolico e della vita pastorale della diocesi. Quale direttore dell’Ufficio Catechistico diocesano istituì la “Gara di cultura religiosa” che progressivamente estese a tutti i soci dell’Azione cattolica: prima ai giovani, poi agli adulti, infine ai ragazzi. In tal modo dava forma stabile all’ansia formativa del Longhin, che già nella prima visita pastorale  esaminava personalmente i ragazzi sul catechismo per assicurarsi sull’impegno formativo delle parrocchie.
La “Gara” comportava lo svolgimento sistematico della dottrina cristiana a tutte le età delle persone e una verifica finale a livello parrocchiale per tutti, poi vicariale e infine diocesano. L’emulazione era adoperata quale stimolo; valeva specialmente per le catechiste, i dirigenti associativi e i sacerdoti. La conoscenza era condizione indispensabile per un impegno morale e spirituale coerente e convinto, proprio di una fede “adulta”, particolarmente richiesta in un contesto socio-culturale ormai dominato dall’ideologia fascista.

Strumento perseverante e autorevole
Il giornale ricorda anche che gli anni venti furono aperti da forti tensioni delle Leghe Bianche, le quali dopo la guerra avevano ripreso l’azione rivendicativa, scontrandosi con un padronato sempre più legato al nuovo regime (il Longhin dovette intervenire con forza per richiamarle alla coerenza spirituale, e anche per difenderle); e che dal 1919 fino al 1924 a Treviso si era affermato il Partito popolare di don Sturzo, chiamando i cattolici a una presenza non più solo amministrativa ma anche direttamente politica. Questa realtà, segnata da aspre tensioni, chiedeva un supplemento di formazione spirituale e morale. Con la sua perseveranza settimanale “Vita”, lungo tutto il decennio, fu lo strumento informativo e formativo più autorevole, che seppe tenere uniti i cattolici nell’interpretare gli avvenimenti e nel prepararsi ad affrontarli con coraggio.
Le opposizioni sociali e ideologiche s’inaspriranno nel decennio successivo. (Lino Cusinato)

Stefano Chioatto e Lino Cusinato

Ultimo aggiornamento di questa pagina: 12-APR-12
 

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