La vita del Popolo di Treviso - CULTURA & SPETTACOLI
Aldo Moro, la politica come servizio
Convegno a Treviso sulla figura della statista e sul suo assassinio ancora fitto di misteri

“Sembra di parlare di un personaggio della storia antica e non di quella contemporanea. Di un’epoca e di uomini arcaici, quando la politica era intesa come una funzione a servizio della comunità e non di specifici interessi più o meno personali come accade ora...”.
Così Pierluigi Castagnetti nella presentazione del libro di Pietro Panzarino “L’eredità politica di Aldo Moro” (Marsilio Editore, Venezia) che sintetizza felicemente gli interventi che hanno animato il convegno “Aldo Moro: la politica come servizio”, di mercoledì 2 maggio al teatro comunale M. Del Monaco di Treviso.
Un tema importante, attuale, quello voluto dagli organizzatori - l’Istituto Luigi Sturzo di Roma e gli Archivi Contemporanei di Storia Politica della Fondazione Cassamarca di Treviso tra i primi, con la collaborazione della Cisl e il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Treviso.
Un dibattito che ha fatto seguito alla rappresentazione “Dal buio un grido. Aldo Moro come Antigone”, con Antonio Salines, Virgilio Zernitz, Cristina Sarti, la regia di Giuseppe Emiliani, la consulenza di Fabio Girardello e l’ideazione di Pietro Panzarino.
E’ stato un attento ragionare tutto imperniato sulla figura di Moro, su questo “galantuomo della politica”, il cui “progetto interrotto”, il cui assassinio, colpirono, “come uno tsunami la società italiana” (Panzarino).
Non c’era il pubblico delle grandi occasioni al comunale come certamente l’evento avrebbe richiesto, ma chi ha scelto di farne parte non è rimasto affatto deluso. L’importanza del tema, il far memoria di un politico su cui si appuntavano le speranze di “un ritorno alla democrazia compiuta... in un gioco di alternanza alla guida della gestione del potere”, l’autorevolezza dei relatori - Miguel Gotor, lo stesso Pietro Panzarino, Franco Lorenzon, segretario della Cisl trevigiana, Guido Formigoni, intelligentemente coordinati da Umberto Folena, giornalista di “Avvenire” -, hanno assicurato al convegno un sicuro riconoscimento di merito.
Una memoria civile, quella riservata ad Aldo Moro, nel tentativo difficile, di capire i molti lati di una tragedia tutta italiana ancora fitta di misteri. Tuttora oggetto di una ricerca in grado di esplorare percorsi interpretativi eludendo antichi e forse attuali depistaggi e decifrare una vicenda gestita con cinica, lucidissima competenza di chi voleva, con la dialettica assassina della violenza, colpire con Moro il cuore stesso dello stato..

Come in un tunnel buio e senza uscita
Ripercorrere il rapimento, la prigionia, la morte di Moro, riaprire quella Renault 4 in via Caetani, è come essere ancora “dentro un tunnel buio e senza uscita” (Formigoni). Quella tragedia di 34 anni fa, nonostante indagini, inchieste, ricerche, verifiche, nonostante sei processi, è ancora tutta da ricostruire e interpretare.
Essa continua ad interrogare la coscienza civile di chi crede nella democrazia. Sollecita risposte. Rinfocola forse polemiche. Continua a chiedere perché un uomo giusto debba essere vittima di un’assurda ragion di stato. Vuol comprendere i motivi di una risolutezza non condivisa da molti, ma difesa da chi in quegli anni aveva in mano le leve del potere. Una pagina oscura che nasconde tanti interrogativi. A partire dalle lettere scritte da Moro dalla “prigione del popolo”, dispensate dai carcerieri brigatisti con voluta, programmata parsimonia.
Perciò Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’università di Torino è convinto che “quella di Moro è una tragedia del potere”, “lo spartiacque della storia dell’Italia repubblicana”. Egli ha a lungo letto, studiato, esaminato con paziente spirito filologico, riordinato cronologicamente l’intero carteggio Moro, suggerisce a chi si accosta a quelle righe, di farlo a più livelli, di essere cauti nelle valutazioni, di tener conto delle censure, dei rimandi, dei sottintesi che esse contengono. Intento dei brigatisti era anche quello di propalare “una falsa immagine dell’ostaggio che doveva apparire fragile, pauroso, lamentevole, arrendevole...”. Su quelle lettere gravano ancora mille perché e Gotor si domanda: “Che fine hanno fatto gli originali? Chi li conserva e perché? Per quale ragione le lettere sono state ritrovate dattiloscritte e in fotocopia in due momenti diversi (nell’ottobre 1978 e nell’ottobre 1990) nello stesso covo di Milano? Quali sono i brani censurati e manipolati dalle Br? In che misura questi testi contengono l’autentico pensiero del loro autore? Cosa voleva comunicare Moro attraverso le lettere?”.
Domande ancora assolutamente inevase che attendono urgenti risposte per una democrazia finalmente matura.

Nei palazzi, ma non del palazzo...
Assai apprezzato, lucido nella sua articolazione, l’intervento di Guido Formigoni, professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Iulm di Milano, per il quale quello di Moro era il progetto di una democrazia sempre più allagato, capace di superare assurdi pregiudizi, di andar oltre la fragilità e la miopia di chi non sa aprire all’altro. Moro è l’uomo della “strategia del confronto”, delle “convergenze parallele”. E’ l’uomo della mediazione che della politica ha un altissimo senso, come servizio e non mestiere, come spendersi sempre, pienamente, per il bene comune.  
Declinazioni condivise da Franco Lorenzon per il quale, se la politica deve comunque fare i conti con il potere, Aldo Moro seppe servirsi del potere sempre nell’ottica di un ideale di giustizia e autenticamente democratico.
Moro fu nei palazzi, senza essere uomo di palazzo. La sua prospettiva andava ben oltre quella ristretta di molti prigionieri dei partiti spesso ancorati a logiche prive di grande respiro se non a calcoli personalistici.
Insomma, più si pensa a Moro, alla sua lungimiranza che nemmeno i suoi colleghi di partito seppero capire a fondo, più se ne sente la mancanza. Soprattutto oggi in cui la politica ha smarrito se stessa per assumere connotati che della politica hanno ben poco. Immensa perciò l’eredità di uno statista che oggi tutti rimpiangiamo. Egli è, chiude Panzarino, “un simbolo, una icona, l’eredità più significativa del periodo repubblicano”.

Mario Cutuli

Ultimo aggiornamento di questa pagina: 10-MAG-12
 

ilpopolotreviso - Copyright @2005 - Strumenti Software a cura di Seed