La vita del Popolo di Treviso - EDITORIALE
Come discepoli e maestri nelle nostre comunità
Due nuovi sacerdoti diocesani


Credo che per ogni vescovo diocesano il momento delle ordinazioni presbiterali sia tra quelli che egli vive con più intensa emozione. Scrivo queste considerazioni qualche giorno prima della data delle ordinazioni di quest’anno, e mi accorgo di essere entrato in un clima fatto di mistero, di grazia, di benedizione; e sperimento anch’io dei sentimenti simili a quelli che ogni ordinando solitamente vive: una certa trepidazione e un certo timore. So, infatti, che è in gioco la vita intera di due persone: una vita che non può essere tenuta per sé, chiamata com’è a farsi dono totale al Signore e alla comunità cristiana. So che attraverso i miei gesti e le mie parole di ordinante il Signore creerà nuovi ministri, ai quali affiderà l’annuncio e la celebrazione del suo amore. So che, dopo quella celebrazione, altri due preti saranno mandati, con un invio che viene dal Signore stesso, a servire comunità cristiane della nostra diocesi. Saranno all’altezza della loro missione? Troveranno un presbiterio che li accoglie con spirito di autentica fraternità; comunità che ne riconoscano l’impegno e il servizio, che li sappiano amare? E io, vescovo, li saprò sostenere, capire, accompagnare; saprò collocarli là dove la risposta alla loro vocazione possa farsi ogni giorno, autentica, fedele, operosa?
Voglio dire, con tutto questo, che accanto alla gioia, alla gratitudine, alla commozione per questi due nuovi “arrivi”, il momento di grazia - per loro, per la diocesi, per il presbiterio, per me - fa emergere anche la responsabilità e la consapevolezza che se è grande il dono, è grande anche l’impegno; se è gratuita la chiamata, anche la risposta deve essere intessuta di gratuità. E lo dico non solo in relazione alla responsabilità di chi sarà ordinato, ma anche alla mia, a quella di noi tutti.
Non sono due preti - mi si perdoni l’espressione - “aggiunti al mucchio”: sono due persone scelte dal Signore, due vite che si donano e che ci vengono donate. Due vite non si sprecano, non si gettano nel campo di lavoro succeda quel che succeda. Sì, sono, in certo senso, “a nostra disposizione”; ma noi li dobbiamo accogliere dal Signore come beni preziosissimi, da custodire con cura, da valorizzare con intelligenza evangelica. Tanto più se pensiamo che attraverso il loro ministero - penso in particolare alla celebrazione dei sacramenti, ma non solo - molte persone potranno essere raggiunte dalla accoglienza, dalla misericordia, dall’amore, dalla tenerezza di Dio.
Giustamente il rettore del nostro Seminario ha osservato che essi, anche se costituiti presbiteri, che significa “anziani”, non vengono portati “automaticamente” alla maturazione della loro fede. Saranno anch’essi credenti in cammino. È bello, d’altra parte, è salutare per tutta la comunità, che il presbitero abbia perso una certa ieraticità che lo “imbalsamava” come un cristiano sopra gli altri, quasi esentato dalle fatiche e dai percorsi non sempre facili richiesti da una fede che ogni giorno si fa, e non che, semplicemente, c’è, magari inerte e isterilita, o anche priva di incertezze ma troppo lontana dall’inquietudine di molti cristiani che procedono nell’oscurità. È bello vederlo camminare con la sua gente, maestro ma anche discepolo, capace di additare il Signore e, nello stesso tempo, proteso in una incessante e appassionata ricerca del Dio vivo, nella quale sa trascinare anche gli altri. Un prete che matura con la sua comunità verso una fede più calda, più evangelica, più pura. E che, assieme alla comunità, ai laici, si interpella sulle strade da imboccare perché Cristo sia incontrato da tanti. Un gruppo di lavoro del recente convegno ecclesiale di Aquileia chiedeva che «l’attività pastorale diventi un cammino “sinodale” (strada insieme), dove tutti sono protagonisti, guardano e camminano nella stessa direzione». E aggiungeva, quasi a ricordare la direzione fondamentale di questo cammino: «Va riscoperta la centralità di Cristo (che non è per niente scontata!)».
Ecco perché in questi giorni io gioisco e trepido. Perché i preti che il Signore ci dona devono essere così; ma lo saranno solo se ci aiuteremo tutti, in una circolarità di vocazioni e di doni che entrano in comunione e in collaborazione. Dentro questo circolo il presbitero sarà parte, con un compito insostituibile, di una comunità cristiana che procede verso quella condizione di “adultità” nella fede per la quale stiamo impegnandoci nella nostra chiesa trevigiana in questo tempo. L’incessante camminare del prete verso una fede sempre più matura sarà un servizio, umile ma prezioso, verso l’edificazione di una comunità dalla fede adulta.
Io non ho dubbi che i nostri due nuovi presbiteri tutto questo lo sentano e lo vogliano. Accoglierli tra noi, nella loro nuova missione, significa anzitutto aiutarli a tener viva la passione sacerdotale e la carità pastorale che lo Spirito suscita e non cesserà di suscitare in loro.
Auguri, carissimi don Alberto e don Manuel, con affetto e fraternità. E grazie della vostra risposta alla chiamata del Signore: dono per voi e per noi.
 

+ Gianfranco Agostino Gardin

Ultimo aggiornamento di questa pagina: 17-MAG-12
 

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