Nella discussione, in verità non molto accesa, sulle Collaborazioni pastorali, mi sembra si profili un rischio. Alcuni pensano che esse dovrebbero aiutare le parrocchie a far meglio ciò che già adesso stanno facendo, ma a fatica. Si fermerebbe così il lento ma inesorabile franare delle parrocchie. Ci si mette insieme per mantenere le posizioni. Ma, dice il nostro Vescovo, non si tratta soltanto di «salvare in qualche modo le parrocchie…ma di assumere un modo nuovo di essere chiesa».
Salvare le parrocchie: come? Cè una risposta in apparenza provocatoria, ma in realtà realista e insieme spirituale dellanziano card. Kasper: Non possiamo affidare la nuova evangelizzazione ad una struttura parrocchiale sorta nel primo o alto Medioevo. Se vogliamo essere veramente una chiesa missionaria, oggi e domani, dobbiamo procedere a profonde riforme strutturali. E nel suggerire le riforme dice: La fede vive del contatto gomito a gomito. Biblicamente parlando oggi occorrono le Chiese domestiche: le piccole comunità o le comunità di base. In America Latina e in Africa si sono fatte buone esperienze al riguardo. In queste piccole comunità si può sperimentare ed esercitare la comunità di fede, di lì essa può irradiare missionariamente le aree circostanti. Grazie a esse, le persone possono sentirsi a casa o ritrovare la strada di casa.
Piccole comunità: la fede nel contatto gomito a gomito. Da molti anni ormai si fanno esperienze simili in Africa, America Latina, Asia e anche in Europa, su proposta dei Sinodi europei. Si può continuare ad ignorarle dicendo che qui noi siamo in una situazione sociale e antropologica molto diversa. Ma ci si può anche chiedere se non siamo di fronte ad una vera e propria indicazione dello Spirito, che qualche Movimento ha già recepito, tanto più che il cristianesimo si è diffuso così e si è irrigidito quando ha abbandonato questa «forma» ecclesiale e assolutizzato quella parrocchiale. Ci si può difendere da questa proposta pensando subito ai rischi reali che comporta: le piccole comunità gestite da laici possono diventare gruppuscoli o sette ripiegate su se stesse, esposte a errori dottrinali; possono diventare comunità di eletti incapaci di stare tra il popolo e di vivere lecclesiologia biblica e conciliare del popolo di Dio; possono entrare in conflitto con i preti e col Vescovo… Ma si possono anche esaminare pacatamente questi pericoli: lo fecero lucidamente prima Paolo VI nellEvangelii nuntiandi e poi Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio finendo ambedue con incoraggiare le piccole comunità, e anche Benedetto XVI il quale nella Verbum Domini scrive: E bene che nellattività pastorale si favorisca anche la diffusione di piccole comunità formate da famiglie o radicate nella parrocchia o legate ai diversi movimenti ecclesiali e nuove comunità. Aiutare le parrocchie a pensare e a realizzare queste piccole comunità potrebbe essere un obiettivo nuovo e coraggioso da dare alle Collaborazioni per la riforma strutturale della parrocchia?
La Parola nelle piccole comunità. Se vogliamo avere cristiani con una fede adulta occorre riconoscere che nella formazione cristiana la parrocchia oggi oltre un certo limite non può andare. La Parola di Dio da cui può nascere la fede viene certamente ascoltata in parrocchia, ma normalmente su spazi così ampi che non si rivelano adatti alla partecipazione attiva di chi lascolta per poterla poi legare alla vita quotidiana: lEucaristia non ha il dialogo sulla Parola e la catechesi spesso è solo ascolto. Quando i Vescovi, dopo averci avvertito che il successo sociale della parrocchia non deve illuderci, dicono che ogni parrocchia dovrà aprire spazi di confronto con la Parola di Dio, circondandolo di silenzio, e insieme di riferimento alla vita, sanno bene che questi spazi possono essere solo quelli con un numero ristretto di persone che possano dirsi reciprocamente la fede e cercare insieme il legame con la vita. Allora la piccola comunità si impone come una condizione antropologica per un simile ascolto della Parola. E il gomito a gomito del cardinal Kasper. Ma sarà solo condizione antropologica o anche necessaria condizione ecclesiale?
La fraternità nelle piccole comunità. Una riflessione simile si dovrà fare per la fraternità ecclesiale. Quale comunione fraterna può assicurare oggi la parrocchia? La gente in parrocchia si vuol bene, ma si vedono i segni di un amore sempre più estenuato. Le relazioni si fanno sempre più leggere e veloci. Volersi bene non può diventare un educato rispettarsi restando quasi indifferenti. Nelle piccole comunità diventa possibile conoscerci per nome, fare una comunità di volti, conoscere le gioie e le sofferenze gli uni degli altri, avere occhi più penetranti per vedere le necessità dei poveri, arrivare a perdonarsi, addirittura a fare levangelica e difficile correzione fraterna. Di qui potrebbe anche aprirsi la possibilità di stabilire relazioni vere e di avere un dialogo sincero con chi non crede. La piccola comunità appare come condizione antropologica (ed ecclesiale?), soprattutto oggi, tempo di anonimato, per vivere la fraternità evangelica. I gruppi familiari avrebbero molto da dirci.
Eucaristia centro unificante della parrocchia. Se si avviano vere e proprie piccole comunità la parrocchia non deve temere di perdere la sua identità o addirittura di sparire. LEucaristia domenicale si dovrà celebrare solo nella chiesa parrocchiale: sarebbe preparata remotamente nelle piccole comunità e ne uscirebbe fortemente vitalizzata, anche nel rito più partecipato. Diventerebbe centro visibile e credibile della comunione ecclesiale della parrocchia. Anche per i sacramenti si dovrebbe prevedere una celebrazione a carattere parrocchiale.
Collaborazioni: giovani e territorio. E cosa resterebbe allora da affidare alla Collaborazione? In linea generale, ciò che la parrocchia nella struttura tradizionale non riuscisse più a fare da sola. Se in una Collaborazione si promuovono con scelta pastorale condivisa le piccole comunità, bisognerà sapere che i giovani non sono facilmente integrabili in esse, formate per lo più da adulti-anziani. Bisogna allora dar vita a qualche comunità giovanile, anchessa centrata pur giovanilmente sulla Parola e sulla fraternità. Da inventare, oggi. E un secondo spazio da affidare alle Collaborazioni potrebbe essere il rapporto con il territorio. I problemi che in esso sorgono: rapporti con le istituzioni (Amministrazioni comunali, scuola, lavoro), emergenze sociali (poveri, immigrati, disabili), spesso superano le possibilità delle parrocchie. Giovani e territorio possono essere spazi specifici per la Collaborazione? Le resistenze a questa profonda riforma strutturale che metterebbe la parrocchia intera in stato di missione (Kasper) sono molte. Occorrerà un permanente discernimento ecclesiale, perché le soluzioni si trovano solo riflettendo insieme e facendo insieme qualche piccolo passo. Basterebbe aver intravisto una direzione e un obiettivo e credere sul serio che vengano suggeriti dallo Spirito che sta tentando, anche oggi, di trasformare tutta la Chiesa.