La vita del Popolo di Treviso - Speciale 120 anni
Anni Cinquanta, inizia la rinascita del nostro Paese
Settimo inserto dedicato ai 120 anni del nostro giornale. Spazio ad un decennio di grandi cambiamenti
I primi trattori
I primi trattori

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento il Trevigiano e tutto il Veneto raggiungono una frontiera epocale. In brevi anni, ci si lascerà alle spalle un percorso di conoscenza e di stili di vita durati con poche variazioni per ottomila anni, da quando l’agricoltura ebbe inizio in Europa. Ora ci si introduce nei territori incogniti di una nuova era. Tramonta l’età rurale, mentre si avvia il tempo della grande trasformazione industriale.
Non che prima non ci fossero macchine e fabbriche. C’erano state le filande, le tessiture, le ferriere. Due guerre mondiali avevano riempito i cieli di aerei micidiali e i fronti di terra e di mare di congegni sofisticati nel dare la morte a milioni di uomini. Ma il costume e il lavoro di gran parte delle famiglie, su un territorio che era ancora per il 90 per cento agricolo, ruotava come sempre intorno ai valori di una società costituita in maggioranza dal popolo delle campagne. Che cominciavano a svuotarsi, per lasciar fare sempre di più ai trattori. Anche se per comperare un Landini, robusta macchina agricola dell’epoca, bisognava sborsare un milione e centomila lire, quando una coppia di buoi, plurimillenario coadiutore animale nel lavoro, valevano duecentomila lire.

Nuovi emigranti
Mentre l’emigrazione da tutti i paesi della Diocesi e del Veneto intero continuava, sospinta da una nuova urgenza di realizzare il proprio ingegno, sacrificato da troppi decenni di dominio dei padroni della terra.
Andavano in Australia a tagliar canna da zucchero, in Canada a segare i boschi, in Germania nelle industrie rinascenti, in Svizzera a servizio nelle famiglie abbienti. Ma anche più vicino, nel cosiddetto “triangolo industriale” che aveva ai vertici Milano, Torino e Genova.
Partono figli di mezzadri, artigiani mortificati dalla scarsezza di lavoro, famiglie giovani. Anche molte donne, ragazze che aspirano a farsi una dote, a dare una mano alla famiglia che le affida alla Madonna perché le protegga così sole e lontane da casa.

Solo 52 case su 100 con l’acqua corrente
D’altronde le condizioni sono quelle che sono, e il censimento generale del 1961 metterà a nudo, brutalmente, una realtà veneta miserevole: su 100 case di abitazione solo 52 possono contare sull’acqua corrente, per l’altra metà ci sono le fontanelle pubbliche o il pozzo scavato nel cortile. Le donne di campagna piegano la schiena sul fosso e sul mastello della lìssia, altrettanto in città dove il pubblico lavatoio, il lampór sul Sile, resta il ritrovo abituale per lavandaie sempre affaccendate. Ancora più sconfortante per l’igiene collettiva il dato che c’informa come solamente in 48 case su 100 esistesse il gabinetto. La decenza imponeva nelle case sparse il casotto per i bisogni all’aperto, vicino al letamaio, e in tante abitazioni di città ci si arrangiava ancora col vaso da notte. Il bagno poi era privilegio di un’élite: era presente con la sua brava vasca e il voluminoso scaldabagno a legna in 28 case su 100.
Non parliamo del termosifone, cose da signori: era installato in 14 case su 100. Il gas di città raggiungeva un ristretto 19 per cento. Foghèr, cucina economica e stufe di terracotta Becchi fornivano il conforto della fiamma viva per scaldarsi e cucinare la polenta all’altro 81 per cento delle dimore. Colpiva poi che addirittura in 15 abitazioni su 100 non ci fosse ancora la luce elettrica, e la sera, come nei secoli passati ci si doveva coricare accendendo il lampione a petrolio o un moccolo di candela per trasferirsi dalla cucina alla camera da letto.

Piani internazionali per la ricostruzione
Tuttavia, gli usi e costumi cominciavano lentamente a mutare, di mano in mano che una nazione distrutta dalle bombe e dalla guerra civile procedeva nella ricostruzione. Davano una mano i programmi dell’Unnra, predisposti dalle Nazioni Unite per la ricostruzione dell’Europa, e il Piano Marshall degli americani, per poco ancora in funzione, mentre nel 1951 una nuova guerra, in Corea, segnava la fine della sperata pace nel mondo dopo tanti lutti.
C’era bisogno di ritrovare fiducia e solidarietà, per affrontare una nuova era. E solo la fede antica poteva soccorrere.

Nel 1958 viene eletto il Papa buono
La devozione popolare restava intensa. Folle di credenti avevano partecipato alla Peregrinatio Mariae, la popolare Madonna pellegrina anche nella Diocesi trevigiana, e altrettanti avevano esultato per l’elezione di Papa Giovanni XXIII, già Patriarca di Venezia e solito villeggiare sulle colline trevigiane, il 28 ottobre 1958. Da subito lo vollero indicare come il Papa buono, che mandava la sua carezza ai bambini.

Ritorno dalla Russia dopo 12 anni
Nel 1954 due eventi trovarono forte eco nella Marca: il ritorno dalla Russia sovietica, dopo dodici anni di prigionia, dell’ufficiale medico degli Alpini Enrico Reginato, parrocchiano di Santa Bona. Per il suo sacrificio nella fedeltà alla Patria riceverà la medaglia d’oro al valor militare e sarà fatto generale.
Purtroppo, nell’ottobre dello stesso anno verrà firmato il Memorandum di Londra, un protocollo d’intesa che restituiva Trieste e la cosiddetta Zona A del mai nato Territorio Libero all’Italia, mentre sacrificava all’amministrazione comunista di Tito città di parlata e architettura veneziana come Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Buie, Cittanova (la zona B). Altri profughi giungeranno a Treviso, unendosi a quanti già erano arrivati in città e nella provincia durante gli anni precedenti e soprattutto dopo il plebiscitario esodo da Pola del 1947.

La lira riceve l’Oscar della moneta
Il nostro Paese è animato da gran voglia di fare, gli oratori sono affollati di ragazzi, la Chiesa e le amministrazioni pubbliche concorrono nel sostegno morale e materiale ai loro affidati. Grazie all’antica virtù del risparmio, tra rimesse degli emigranti e sacrifici di tante famiglie non ancora soggiogate dal consumismo, la lira italiana si stabilizza e acquista sempre nuovo credito nel mondo, tanto da ricevere nel 1960 il riconoscimento dell’Oscar della moneta. Cominciano, anche se non con uguali benefici per tutti, gli anni che verranno definiti del “miracolo italiano”, fatti di coraggio imprenditoriale, autostima delle persone e spirito di comunità. Sarà un bel modo per celebrare i primi cento anni di unità italiana nel 1961.
 

Ulderico Bernardi

Ultimo aggiornamento di questa pagina: 05-LUG-12
 

ilpopolotreviso - Copyright @2005 - Strumenti Software a cura di Seed