Prosegue il dibattito sul cammino intrapreso dalla nostra diocesi
Caro direttore, ho letto con interesse larticolo di don Franco Marton sulle collaborazioni pastorali e ne ho apprezzato la logica e la lungimiranza, radicate in alcuni notevoli documenti magisteriali. Mi sono sorte al contempo alcune domande che cerco di proporti per contribuire alla riflessione. Se è vero, come mi pare di ricordare, che listituzione della parrocchia è nata parecchi secoli fa in tuttaltro contesto sociale ed ecclesiale (doversi riferire ad entrambi i termini è di per sé significativo), è anche vero che fu utile per ostacolare la diffusione delle cappellanie che stavano snaturando privatisticamente la realtà comunitaria. Senza richiamare i grandi ricorsi storici, non corriamo il rischio di orientare nuovamente le parrocchie verso cappellanie di nuova generazione, e quindi di privatizzare lesperienza di Chiesa? Anche don Franco paventa il possibile rischio e suggerisce alcune precauzioni, eppure la mia impressione è che si tratti di ammennicoli dato che non si affronta ancora complessivamente il nodo su quali siano gli elementi definitori di una comunità. E certo che il riferimento eucaristico è cruciale e fondamentale, ma mi pare che tutte le scelte relative alle collaborazioni pastorali siano ancora troppo clericali e, senza oltraggio, troppo liturgico-centriche. Una comunità di uomini e donne ha bisogno, antropologico ed esistenziale, di verificare nel quotidiano le sue relazioni e di vedere i segni di quelle relazioni che pur fondate sullesperienza domenicale, richiedono la conferma nel quotidiano, sociale ed ecclesiale. Ritorno sul binomio per sottolineare come il duplice riferimento confermi la disincarnazione dellesperienza religiosa e richieda nuove risorse per correggere la separatezza tra fede e vita. Qualcuno pensa e dice che sarà possibile solo per pochi e che non possiamo prevedere tutto, ma non credo che in diocesi si stia pensando a comunità per pochi eletti. Quali allora i passaggi utili, a mio modo di vedere, per una maggiore popolarità del processo collaborativo? Penso ad un percorso (da svolgere nel prossimo anno?) di riscoperta dei momenti e delle prassi che ogni parrocchia già ora vive e attua e che la definiscono come tale nellimmaginario collettivo. Quindi un primo passaggio di autocoscienza. Sarà vissuto almeno dai praticanti e uscirà dal data base delle sacrestie. In secondo luogo la valorizzazione dei consigli pastorali parrocchiali. Su di essi è stato scritto molto, ma leterogeneità delle esperienze in atto credo necessiti di una processo di uniformizzazione. Non si tratta di normalizzare tutti ad un modello unico, ma di richiamare ruoli e compiti da definire localmente ed assumere e realizzare in modo organico e responsabile. Sarà il punto di partenza per una vera gestione comunitaria della pastorale dalla quale deriveranno poi i passi collaborativi. Tale percorso presuppone, e probabilmente contribuirà a realizzare, un reale coinvolgimento dei laici nella vita della chiesa. Viene in terza battuta, ma credo sia lo snodo fondamentale. Viviamo in una diocesi avanzata nella riflessione sul laicato eppure continuiamo a non considerarne il valore costitutivo nella comunità locale. Non si tratta solo di attribuire ai laici compiti paraclericali o di supporto liturgico (pur significativi ed utili), ma di accogliere nelle dinamiche della vita parrocchiale tutto il vissuto del cristiano che opera nel mondo e lì è impegnato a costruire il Regno, ma che dal mondo deve portare nella vita della Chiesa Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini doggi (GS1). Non è questa la sede per elencarle, ne richiamo solo una: la dissociazione continua tra reale e virtuale, tra conoscenza ed esperienza, oppure, in altri termini, la relazione tra fede e ragione tanto cara al Santo Padre. E mia impressione che il percorso delle collaborazioni, almeno per come lo sto vivendo io, porti verso la costruzione di parrocchie virtuali nelle quali dei laici, anchessi virtuali, vivranno alcune occasioni che daranno limpressione di essere comunità cristiana. Ho infatti il dubbio che ci sia in atto una sorta di esclusione degli elementi razionali e concreti del vissuto comunitario perché potrebbero essere di ostacolo alla strategia collaborativa, ma, credo, se non affrontati diventeranno ostacolo insormontabile alla costruzione di comunità reali e vive. Potrebbe anche essere una scelta strategica, di cui si colgono alcuni spunti negli interventi del nostro Vescovo, in vista della maturazione di altri aspetti della struttura delle parrocchie (beni, gestione economica, relazioni con le istituzioni locali …) o della riflessione in atto tra i parroci sul futuro della parrocchia, ma i tempi mi sembrano stringenti. Mi pare anche di capire che ciò comporterà una discreta riconversione della figura del parroco da quella del presidente/dirigente a quella del coordinatore, e lappropriazione di uno strumentario relazionale per il quale è giusto attendere i tempi di umano adeguamento. Resta il fatto, e concludo, che mi pare imprescindibile lattivazione di iniziative che in modo diffuso, continuo e coinvolgente sensibilizzino tutte le comunità parrocchiali alla riflessione e alle decisioni da assumere. Continuare a tenere il pensiero allinterno della cerchia degli esperti o degli addetti ai lavori significherà confermare la differenziazione tra battezzati consacrati e battezzati laici e non capire che lattuale contesto potrebbe essere stato determinato per aiutarci a comprendere che tutti insieme siamo stati chiamati ad essere il Popolo di Dio in cammino da queste parti. Con amicizia e rispetto. (Umberto De Conto)
LA REPLICA DEL DIRETTORE Ritengo che il dott. De Conto (già presidente diocesano dellAzione cattolica), che ringrazio per questo suo intervento, abbia colto alcuni problemi cruciali che investono le costituende Collaborazioni pastorali. Lasciando ad altri una risposta sul rischio cappellanie allorquando la parrocchia si scompone in piccole comunità, a me sembra che il vero nodo delle future Collaborazioni stia proprio nel rischio della clericalizzazione del processo e che alla fin fine esse si riducano ad un puro fatto di ingegneria pastorale per far fronte allemergenza. E vero che il ridursi del personale ecclesiastico (preti e suore) sta in questi anni sparigliando tante sicurezze e consuetudini, tuttavia concordo con De Conto sul fatto che la novità che stiamo avviando debba essere accompagnata con il massimo coinvolgimento dei fedeli, non solo di quelli impegnati nei vari settori della pastorale. Quando incontro i sacerdoti per mettere in moto il percorso che dovrebbe portare alla istituzione della Collaborazione pastorale, raccomando sempre loro di parlarne il più possibile con la gente e di coinvolgere fin dallinizio di tale percorso i rappresentanti laici dei vari consigli pastorali parrocchiali. Sono cosciente che quella che abbiamo di fronte è una grande sfida ma anche una grande opportunità per ripensare e convertire la nostra pastorale sulla linea della missionarietà e della essenzialità. Sapremo affrontarla adeguatamente, oppure il calo numerico progressivo dei preti ridurrà tutto ad un tagliare di qua e di là e al conseguente scontento della gente? Io sono fiducioso. Forse questa è una delle poche volte in cui come chiesa cerchiamo di guidare la situazione per non trovarci disarmati, tra una decina danni, di fronte ad una non improbabile implosione. Ecco, ritengo che in questo decennio ci sia chiesto limpegno a favorire un cambio di mentalità, per passare dallindividualità pastorale della singola parrocchia alla collaborazione e condivisione di ricchezze, problemi e risorse con altre. Molto, moltissimo, dipenderà da noi preti, però sono anche convinto che da parte dei fedeli laici ci sia bisogno di un nuovo sussulto di partecipazione e corresponsabilità. Per le quali non si può attendere solamente la concessione del prete. (mons. Lucio Bonomo)