Quella occidentale è una Chiesa ancora autosufficiente, ricca, di mezzi e di vocazioni. Dovrebbe diventare più povera per essere capace di chiedere, di farsi aiutare, di confrontarsi. Solo chi si sente nel bisogno, infatti, si mette in ascolto. Parola di due missionari di lungo corso: don Giulio Zanotto, in Ciad da dodici anni e don Gianfranco Pegoraro, cinque anni in Brasile e da tre in Paraguay, ai quali piacerebbe che ci fosse uno scambio maggiore tra Chiese sorelle, quelle che inviano i missionari come un dono temporaneo e quelle che li accolgono, inserendoli nel proprio cammino. I sacerdoti fidei donum diocesani stanno rientrando nei loro paesi di missione proprio in questi giorni, dopo una breve vacanza in Italia. Li abbiamo incontrati, alla vigilia della Giornata missionaria mondiale, per conoscere meglio il loro impegno in Africa e in America latina e per capire il senso di un andare, che fa davvero lasciare tutto: famiglia, amici, comunità, lingua, ambiente, sicurezze.
Don Giulio, don Gianfranco, perché partire per la missione, ancora oggi? D. Giulio: In Ciad siamo ancora alla prima evangelizzazione, fasce enormi di persone non hanno ancora incontrato lannuncio della Parola e non hanno ancora conosciuto Dio. Se non arrivano i missionari, non arriva lannuncio. Ci sono pochi sacerdoti locali, la diocesi di Pala è giovane. D. Gianfranco: Il Paraguay è un paese fondamentalmente cattolico, che ora vive anche nuove forme di religiosità, ci sono le sette. La nostra è una presenza che diventa condivisione di fede, scambio, fraternità, solidarietà che aiuta le popolazioni e la Chiesa locale a camminare con le proprie gambe. Noi, comunque, partiamo a nome di tutti, di una Chiesa nella quale la missionarietà dovrebbe essere riscoperta da parte di ciascuno, preti e laici, giovani e adulti.
Quali sono le difficoltà più forti che incontrate? D. Giulio: Più che di difficoltà parlerei di sfide. Cè quella culturale, che è molto forte: il modo stesso di vivere la fede è molto diverso e per quanto cerchiamo di entrare nella loro cultura e di far sì che il Vangelo entri in questa cultura, fondamentalmente noi restiamo stranieri. Laltra grande sfida è cercare di aiutare questa Chiesa ad essere sempre più autosufficiente, soprattutto dal punto di vista economico. Il taglio continuo di fondi dal nord del mondo è una grande sfida per la Chiesa dAfrica. E questo coinvolge lo stile pastorale, lo stile di vita dei preti e le strutture stesse. Sul fronte della sanità e dellistruzione, ad esempio, alcuni paesi del nord Europa non danno più finanziamenti. D. Gianfranco: Anche per me è forte la sfida che pone la cultura guaranì a noi missionari e alla Chiesa locale. In Paraguay limmagine della Chiesa è molto legata al mondo occidentale, ai conquistatori. La loro mentalità è quella di attaccarsi al padrone, al più forte. La liberazione che predichiamo è anche da questa dipendenza: è il Vangelo che chiede di diventare uomini liberi. Liberi dai soldi e dalla dipendenza dagli altri paesi, anche se è indubbio che la promozione umana si fa anche con i mezzi economici. Laltra grande sfida è quella della vita comunitaria, che il Vangelo ci spinge a vivere, mentre in Paraguay il punto di riferimento forte è la famiglia.
Che cosa considerate una ricchezza per la vostra esperienza missionaria e per il vostro ministero? D. Gianfranco: io ho imparato a considerare la fatica, di entrare in una cultura e in una Chiesa diverse, una cosa positiva. La fatica ti spoglia e ti lascia solo lessenziale. Così ho riscoperto i motivi di fede che hanno animato la mia scelta vocazionale: credo al Signore e mi affido a lui. D. Giulio: io mi porto dentro la testimonianza di tante persone che vivono in una grande libertà la scelta di fede in Gesù Cristo, una scelta che è capace di cambiare lesistenza. Perché in una cultura permeata dalla religione tradizionale, essere cristiani è una scelta controcorrente. E le persone cambiano davvero, lo si capisce dallintensità della loro vita spirituale, dalla capacità di relazione, dalla responsabilità che assumono nelle comunità, sempre più poggiate sullimpegno dei laici, catechisti, animatori. Lambiente ci stimola anche alla ricerca sulla fede, al confronto con gli altri, con approcci che sono diversi su tante esperienze della vita, come la malattia e la morte, che gli africani vivono collettivamente.
Quale pensate possa essere il ritorno dellesperienza dei fidei donum, e come si potrebbe vivere in modo più forte lo scambio tra le nostre chiese? D. Gianfranco: Noi partiamo a nome di tutti, siamo tutti fidei donum, una dimensione che anche i laici dovrebbero riscoprire. Le collaborazioni pastorali, ad esempio, possono essere una bella occasione per pensare a una collaborazione dallo sguardo più ampio, mondiale. Penso ai laici che potrebbero assumere, qui, in Italia, a Treviso, una dimensione missionaria, mettendo i carismi di ognuno a disposizione di tutti, soprattutto delle comunità più povere o in difficoltà. D. Giulio: La nostra Chiesa dovrebbe cercare di capire come rimettere in cirolo questa esperienza che noi portiamo iscritta dentro le nostre persone. Ho limpressione, però, che lidea della missione ad gentes sia un po rattrappita qui, la conoscenza dei paesi di missione è scarsa. Ma i rapporti, i contatti che noi riusciamo a tenere, le corrispondenze, il tramite di tanti gruppi missionari, sono una risorsa importante. La Vita del popolo stessa è una canale privilegiato. Mettiamoci in ascolto della missione anche incontrando gli africani cattolici che vivono qui, in Italia, sono lespressione del ritorno dellevangelizzazione delle loro terre.