La vita del Popolo di Treviso
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Gheddafi e la fine violenta dei potenti
Ma sul sangue dei vinti è sempre difficile ricostruire la riconciliazione di un popolo

“Così finisce la gloria di questo mondo”. Con queste lapidarie parole il presidente Berlusconi ha commentato la morte violenta del suo ex amico Gheddafi. E’ finita in modo inglorioso, con l’ostentata esibizione degli ultimi drammatici momenti di vita del rais e con la macabra liturgia del pellegrinaggio dei libici, con i figli al seguito, per vedere e fotografare il corpo martoriato di quello che fino a qualche mese fa era il loro capo indiscusso, seppur temuto, che poteva provvedere al loro benessere grazie alle rimesse petrolifere. Il popolo è davvero una “brutta bestia”: oggi ti esalta come padre salvatore della patria, domani ti appende ad un patibolo tra danze e canti di gioia.
La morte dei potenti, che si sono imposti con la violenza delle armi o hanno comperato il consenso con il denaro e l’astuzia, è sempre ingloriosa. Essa può anche suscitare sollievo da parte di coloro - e in Europa erano molti - che si sono compromessi, seppur per puri fini commerciali, accumulando scheletri nei loro armadi. Anche gli amici, veri o presunti che siano, si dileguano velocemente. Il che ci ricorda che nella vita le amicizie, specialmente quelle “altolocate”, bisogna sceglierle bene e che tenere il salutare “metro di distanza” fa bene alla dignità e al prestigio personale. Altrimenti meglio stare da soli e accontentarsi degli amici del bar o del quartiere.
 
 
Fare posto alla “pietas”
Su Gheddafi ho scritto, in occasione dei suoi folcloristici viaggi in Italia, parole ironiche e critiche. Anche verso quei governanti che lo assecondavano troppo e si concedevano persino qualche imbarazzante gesto di piaggeria.
Oggi, di fronte alla sua morte violenta, non possiamo che far posto alla “pietas” e accettare il profondo turbamento che ogni volta proviamo di fronte al linciaggio e alla vendetta consumati dai nuovi vincitori.
Dio chiede conto anche del sangue di Caino. E in ogni caso sul sangue dei vinti è sempre difficile ricostruire la riconciliazione di un popolo perché il risentimento, come la brace sotto la cenere, continua a covare per lungo tempo.
Con questa morte, cercata e voluta (la caccia al “topo”: questo era lo squallido vocabolario degli insorti), è stata evitata la farsa di un processo pubblico, sul tipo di quello toccato a Saddam Hussein, che tutti chiedevano ma pochi volevano, perché sarebbe stato imbarazzante per molti “amici” e per i troppi compromettenti segreti che Gheddafi custodiva. D’altra parte la Nato chiedeva Gheddafi vivo o morto. I rivoltosi l’hanno accontentata, purtroppo, in modo truculento.
 
La gloria degli umili
“Sic transit gloria mundi”. E’ una espressione che troviamo nel libro primo della “Imitazione di Cristo” del 1427 e che veniva più volte pronunciata dal cardinale protodiacono quando al Papa, nel giorno della incoronazione, veniva imposta sul capo la Tiara o triregno. Una massima, dunque, che i potenti dovrebbero ricordare continuamente nel corso della vita e che alla loro morte vale la pena ripetere solo se essa può suonare come monito per i vivi. In primis, evidentemente, per chi la proferisce.
Certi posti o uffici conferiscono prestigio e rilevanza sociale, anche a coloro che personalmente non ne hanno alcun merito. Anche la cultura, la scienza, le arti e i mestieri possono procurare gloria. E c’è pure la gloria dei potenti che governano sottomettendo i poveri con la forza o seducono i ricchi con regalie e privilegi. Ma è vera gloria? Se lo chiedeva anche il Manzoni riguardo a Napoleone, rinviando però la sentenza ai posteri. A noi sembra invece che ci sia vera gloria quando essa si accompagna all’unico antidoto che le impedisce di lasciare vittime sul campo o mortificare i poveri: l’umiltà, unita alla sobrietà di vita. Quella umiltà che ha attirato lo sguardo di Dio su Maria e ha reso grandi agli occhi del mondo madre Teresa di Calcutta e tanti altri santi e discepoli di Gesù “mite e umile di cuore”.
 
 

 

27/10/2011 - Lucio Bonomo
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