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Referendum giustizia, due scelte a confronto: Perché no
Manca una settimana all’atteso referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla riforma che riordina l’ordinamento giudiziario e, in particolare, interviene sulla magistratura, separando le carriere di giudici e pubblici ministeri, e sul Consiglio superiore della magistratura, che viene, in pratica sdoppiato, e privato della funzione disciplinare, che viene affidata a una nuova Alta corte.
Nei numeri precedenti, abbiamo ospitato approfondimenti e dibattiti; in particolare, nel numero 10 di domenica 8 marzo, abbiamo approfondito con l’intervista del costituzionalista Andrea Michieli e con una scheda informativa, i contenuti della riforma. In questo numero, diamo spazio, invece, al confronto tra le tesi del Sì e del No alla riforma. Come è noto, i seggi saranno aperti domenica 22, dalle 7 alle 23, e lunedì 23. dalle 7 alle 15. Il referendum sarà valido in ogni caso, non è previsto quorum, trattandosi di un quesito confermativo.
Carlo Citterio, magistrato, è stato in passato presidente della Corte d’appello di Venezia. Sostiene le ragioni del No.
Perché, dal suo punto di vista, separare le carriere dei magistrati è un problema, visto che di fatto le funzioni sono già separate?
Le ragioni che la sostengono oggi sono molto più deboli rispetto a 35 anni anni fa, quando è entrato in vigore il nuovo Codice di procedura penale. Da allora, è diventata patrimonio comune una mentalità basata sui principi, per cui le prove si formano in dibattimento, sulla parità delle parti e per cui il giudice è terzo imparziale. Questi fattori non vengono mai messi in discussione, nemmeno da parte dei sostenitori del “No” si dice mai che ci sia un giudice a favore del pubblico ministero, pertanto non c’è una vera motivazione solida.
Quali conseguenze si attende?
Mi aspetto effetti peggiorativi, rispetto a ora. L’organizzazione degli uffici, con due Csm che di fatto non avrebbero punti di contatto, diventerebbe molto complessa: tutte le questioni, importantissime, del raccordo tra l’azione delle procure e quelle dei tribunali su fissazione dei processi e dei loro tempi, rischiano di non trovare una sede in cui essere affrontate e risolte con equilibrio. La seconda conseguenza negativa sarebbe che un Csm di soli pubblici ministeri, eletti con sorteggio puro, insieme a laici, sorteggiati su un elenco stabilito dal Parlamento, rischia di creare un nucleo autoreferenziale e molto potente, perché i pm conservano la direzione della polizia giudiziaria e permane obbligo dell’azione penale: può nascere un potere incontrollabile. Il ministro Nordio sostiene che il pm oggi è già un “super poliziotto”, creare un Csm ad hoc non appare certo una soluzione.
Qual è la sua opinione in merito alla creazione di due Csm, composti da membri sorteggiati?
I cittadini chiamati al voto dovrebbero chiedersi: nell’equilibrio tra i poteri della giurisdizione e della politica, in particolare il Governo, avere un Csm o averne due senza contatti tra loro, anche se entrambi presieduti dal presidente della Repubblica, crea una situazione inalterata, migliore o peggiore? Se consideriamo che ai due Csm verrebbe tolta la parte disciplinare, occorre dire che tra un organo unico, con tutte le competenze, e tre separati l’equilibrio peggiora. L’Alta corte disciplinare autonoma è molto problematica; è vero che in passato ci furono varie proposte per crearla, ma non era mai stato previsto che ci fosse un giudice monopolista del disciplinare. Oggi, contro una sentenza del Csm su un magistrato, si può ricorrere per Cassazione, se passerà questa riforma alla sentenza dell’Alta Corte si potrà ricorrere solo davanti alla stessa Alta Corte, seppure a un collegio diverso.
C’è, poi, l’esclusione del presidente della Repubblica dal disciplinare.
Ora il presidente Repubblica può presiedere singoli collegi disciplinari, mentre se nascesse l’Alta corte non sarebbe prevista la sua presenza. Va, inoltre, considerato che non sappiamo come saranno composti i collegi dell’Alta corte, perché la loro formazione è demandata a una successiva legge ordinaria; nella riforma si dice solo che deve essere garantita una rappresentanza dei magistrati, ma per questo ne basta anche solo uno. Il paradosso è che la si prevede dichiaratamente, per aumentare i numeri delle sanzioni ai magistrati, quando, già oggi, il 50 per cento delle sentenze sono di condanna (84 su 199 nel 2023-2025, ndr). Sfido qualsiasi organismo disciplinare di altri ordini professionali ad avere una percentuale così. Allo stato dell’arte, l’Alta corte è una delega in bianco al Governo e al Parlamento di turno.
Quali effetti si attende se alle urne vincesse il sì?
Se questa riforma venisse confermata, non cambierebbe di una virgola il funzionamento della giustizia in Italia, essa riguarda l’ordinamento giudiziario e non l’organizzazione dela giustizia, che è competenza del Ministero. La durata dei processi non si ridurrebbe di un giorno, su questo incidono, invece, gli organici e, tuttavia, in Veneto le scoperture aumentano. Ma il rischio più grande per i cittadini è quello di avere un giudice intimorito al posto di un giudice sereno, rischiano di non trovare più un giudice che opera sulla base del diritto anche se questo significa andare contro gli interessi di poteri forti, dal punto di vista politico o economico.



