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Benvenuto vescovo Michele: l'attesa e l'offerta

A tutti il nuovo pastore sta inviando messaggi da interpretare e da accogliere. Ci ha detto che verrà “desideroso di conoscerci”. Di conoscere quindi anche le nostre attese, le richieste (molte), insieme a quello che siamo e possiamo donare. Ma allo stesso tempo, attraverso parole e scelte da “ascoltare” egli si sta rivelando per quello che è, per come sta rispondendo alla chiamata del Signore, per come desidera camminare insieme a noi.

Benvenuto vescovo Michele: l'attesa e l'offerta

Hanno impressionato non solo noi, ma gli stessi addetti ai lavori, i dati di ascolto della diretta dell’ordinazione episcopale di mons. Tomasi, trasmessa da Telechiara, lo scorso 14 settembre. Oltre centomila. Certamente era la prima volta che si assisteva in diretta all’ordinazione del Vescovo che stava per arrivare in diocesi. Fino ad ora sono giunti Vescovi già ordinati precedentemente.

Questo rivela un’attesa, più che una mera curiosità. Un’attesa che non è semplice interpretare e giustificare. I motivi sono molteplici e diversi. Porto a supporto i tanti commenti raccolti in queste settimane da parte di persone tra loro molto diverse. Ci sono delle sottolineature che ritornano, impressioni convergenti, ma gli accenti sono differenti, e sorprende che se ne parli. Anche pochi giorni fa, per strada, ho assistito a un dialogo sul nuovo Vescovo nel quale, appena riconosciuto come prete, sono stato subito coinvolto.

 

Aspettative e speranze

Per questo nasce spontanea la domanda: che cosa ci si aspetta dal nuovo pastore? Di sicuro quello che ha colpito ciascuno immediatamente rivela l’attesa che portiamo dentro nei confronti del Vescovo, verso la sua persona e il suo ministero. Ognuno coglie come interessante, bello e promettente qualcosa che si aspetta di trovare in lui. Ed è vero quello che è stato scritto rispetto al parroco che deve arrivare in parrocchia. Se dovesse corrispondere a tutte le attese, o le pretese, delle persone dovrebbe essere e fare una cosa e il suo contrario. Ci sono poi le attese ecclesiali e “pastorali“, cioè quelle presenti nei preti, negli operatori della pastorale, nei soggetti nei quali è più forte il senso di appartenenza. Forse da questa parte le aspettative e le speranze possono essere più decise, perché l’attesa è legata al vissuto personale ed ecclesiale di questo nostro tempo. In questo caso il riconoscimento del suo ruolo di guida, di pastore si riveste di attese più precise.

 

Messaggi da accogliere

A tutti il vescovo Michele sta inviando messaggi da interpretare e da accogliere. Ci ha detto che verrà “desideroso di conoscerci”. Di conoscere quindi anche le nostre attese, le richieste (molte), insieme a quello che siamo e possiamo donare. Ma allo stesso tempo, attraverso parole e scelte da “ascoltare” egli si sta rivelando per quello che è, per come sta rispondendo alla chiamata del Signore, per come desidera camminare insieme a noi.

Nel suo motto episcopale, “Gratis date” (“gratuitamente date”, perché - va premesso - gratuitamente avete ricevuto), ci sta consegnando un primo e decisivo tratto della sua esperienza di fede. Il primato del donare a partire dall’esperienza di un amore gratuito che precede. Sempre. Un agire capace di narrare un debito verso Chi ci ha già amato.

 

Le scelte per l’ingresso

Anche le scelte che ha voluto per il suo ingresso si possono leggere come attenzioni personali e pastorali. Gli incontri e il modo di prevederli sono eloquenti. L’incontro alla Casa della Carità e il desiderio di ascoltare chi è a servizio dei poveri e dell’accoglienza e chi ha sperimentato la forza dell’accoglienza ricevuta. La condivisione del pasto con i preti anziani che rappresentano la storia del presbiterio e della nostra Chiesa. Storia scritta non nei libri ma nella carne di una vita donata. Una storia che deve essere riletta e tenuta viva con gratitudine.

Anche il suo arrivo in Cattedrale, attraversando la città a piedi, racconta del voler vivere la città, le relazioni che si danno nel camminare, senza fretta, con la disponibilità ad intrattenersi con chi si incontra lungo la via. E il far strada con dei giovani, indicando loro di volersi affiancare al loro cammino offrendo una meta, è un gesto simbolico con il quale dichiara l’interesse per le loro persone e la simpatia per il tempo che stanno vivendo.

Parla di familiarità cercata anche il modo informale con il quale, al termine della celebrazione dell’ingresso, desidera incontrare i convenuti in Seminario. Tra le diverse possibilità ha preferito creare l’occasione per stare in mezzo a tutti, in modo semplice. Senza i “filtri” dell’ufficialità.

Gesti che danno corpo a quanto ha detto rivolgendosi a noi il giorno della sua Ordinazione: “La certezza che il Signore crocifisso e risorto ci ama (…) si è nutrita in me degli incontri, dei volti, delle storie di tutti coloro che mi hanno testimoniato in questi anni la bellezza di una Chiesa che, pur tra limiti e difficoltà, vuole fidarsi del Signore, e mettere il Vangelo alla base della sua vita”. Gesti che sostengono l’impressione avuta. Che parlano di lui e del rapporto che desidera avviare con la Chiesa a cui è stato inviato.

Il ministero del Vescovo è sempre incarnato, interpretato da una singolare vicenda personale, spirituale, esistenziale. Un Vescovo vive la sua vocazione e il suo servizio dentro a quanto il Signore gli ha donato e continua a offrirgli. La Grazia passa per di qua. A una Chiesa che accoglie il suo nuovo pastore è chiesto di spostare la propria attenzione dalle tante (legittime) attese, a ciò che il Signore, il Buon Pastore, offre attraverso il pastore che ha preparato nel tempo per essa. (mons. Adriano Cevolotto, delegato “ad omnia”)

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