Chiesa
stampa

“Chi viene a me non avrà fame, mai!” - XVIII domenica del Tempo ordinario

L’invito di Gesù è a darsi da fare per il cibo che dura per la vita eterna

“Chi viene a me non avrà fame, mai!” - XVIII domenica del Tempo ordinario

Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù sale “sul monte” per ritirarsi in disparte (Gv 6,1-15), mentre i discepoli, con movimento opposto, scendono al lago per raggiungere in barca la riva settentrionale, ma presto si trovano in difficoltà a causa delle onde agitate da un forte vento. Raggiunti da Gesù che cammina sulle acque, dopo averlo accolto sulla barca, subito giungono a destinazione (Gv 6,16-21). Si tratta di uno dei sette “segni” mediante i quali Giovanni rivela l’identità di Gesù, che qui si manifesta come colui che “cammina sulle onde del mare” (Gb 9,8). Anche se la liturgia non riporta questo episodio, è utile tenerlo presente, insieme ai vv. 22-23, per riconoscere che tale “teofania” è riservata ai soli discepoli e che la folla, non avendo visto Gesù salire sulla barca insieme ai suoi, non sa come egli sia arrivato a Cafarnao.

L’importanza della domanda

Tali premesse aiutano a capire il primo dei “fraintendimenti” che caratterizzano brano odierno (Gv 6,24-35), come pure buona parte del “discorso” tenuto nella sinagoga di Cafarnao. Infatti, Gesù non risponde alla domanda iniziale, “Rabbì, quando sei venuto qua?”, perché la vera questione non era “quando”, ma “come”. Non lo avevano visto salire sulla barca, né lo avevano incrociato a piedi lungo la via che essi stessi avevano percorso: perciò una domanda pertinente sarebbe stata “Rabbì, come sei venuto qua?”. Questa è la prima di una serie di domande, poste in successione dalla folla, dai giudei e dagli stessi discepoli, che appaiono non del tutto adeguate, alle quali Gesù non risponde mai direttamente, probabilmente con lo scopo di portare gli interlocutori su un piano diverso: ma che fatica! In ogni caso, l’evangelista approfitta di tali incomprensioni per favorire i lettori di ogni tempo. Anche noi potremmo faticare a “sintonizzarci” con il pensiero di Gesù, ma almeno possiamo provarci.

Gesù rimprovera la folla perché – a suo dire – lo cerca solo per avere cibo in abbondanza, avendo assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Invita, perciò, a non preoccuparsi del cibo materiale, ma a “darsi da fare” (verbo greco ergázomai) per quello che dura per la vita eterna (vv. 26-27). Ma quando i presenti, per giustificarsi, chiedono: “Che cosa dobbiamo compiere (verbo greco ergázomai) per fare le opere di Dio”, Gesù risponde rinviandoli a un’unica “opera” (greco érgon): “che crediate in colui che egli ha mandato” (vv. 28-29). Non si tratta, dunque, di “fare” qualcosa di diverso, ma di vivere nella dimensione della fede.

La pretesa di un segno

Spesso ci si illude che “il problema” sia quello di non sapere con chiarezza “che cosa” dobbiamo fare, quando invece ciò che fa la differenza – in qualsivoglia attività buona possiamo essere impegnati – è la fede, intesa come reale affidamento a Gesù, colui che il Padre ha mandato. Ma non basta “averlo capito”. C’è sempre il pericolo, infatti, di cadere nell’errore commesso dagli interlocutori di Gesù, i quali non si lasciano mettere in discussione, ma pretendono “un segno”, dimostrandosi – tra l’altro – ben poco “originali”. Molte volte, infatti, anche l’antico popolo di Israele aveva “mormorato” nel deserto contro Mosè e contro il Signore, pretendendo dei “segni”: uno dei più importanti fu la manna (e le quaglie), come testimonia la prima lettura di questa domenica (Es 16,2-4.12-15). La folla che sta dialogando con Gesù conosce bene quell’episodio e in effetti vi fa esplicito riferimento: “Diede loro da mangiare un pane del cielo” (v. 31, che cita liberamente Es 16,4.15). Ma Gesù, interpretando il senso reale delle loro parole, mostra che non leggono quel “segno” come un dono da parte di Dio, in base al quale rinnovare il proprio affidamento, ma solo come una “prova” dell’affidabilità di Mosè. Perciò pretendono che anche Gesù offra una simile “dimostrazione”, nonostante l’esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Un desiderio da purificare?

E ancora una volta Gesù, con molta pazienza, prova a riportarli nella direzione corretta: la manna non fu tanto il segno dell’affidabilità di Mosè, quanto della fedeltà del Padre, che anche ora sta offrendo “il pane dal cielo, quello vero”. Se non impariamo a riconoscere con memoria grata i tanti segni che Dio ha già donato alla nostra vita, saremo sempre alla ricerca di nuove “prove”.

L’ultimo desiderio espresso dalla folla sembra offrire uno spiraglio di speranza: “Signore, dacci sempre di questo pane”. Che abbiano finalmente capito di quale pane si tratta?

Tutti i diritti riservati
“Chi viene a me non avrà fame, mai!” - XVIII domenica del Tempo ordinario
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento