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Chiamò a sé i dodici e prese a inviarli a due a due - XV domenica del Tempo ordinario

L’invito a non prendere con sé particolari “strumenti” per il viaggio non è finalizzato solo a una scelta di povertà, ma esprime la totale “trasparenza” di colui che li ha inviati e il pieno affidamento a lui

Chiamò a sé i dodici e prese a inviarli a due a due - XV domenica del Tempo ordinario

Chiamò a sé i dodici e prese a inviarli

Dopo la deludente visita nella sua “patria” (cf. Mc 6,1-6a) Gesù non si perde d’animo ma, al contrario, “percorreva i villaggi d’intorno, insegnando” (Mc 6,6b). Da questo momento in poi, inoltre, egli coinvolge nella sua opera di annuncio anche i Dodici (Mc 6,7), quelli che aveva chiamato “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14). I due movimenti dello “stare” e dello “andare a predicare” non sono né alternativi, né semplicemente successivi, anche se esiste una sorta di priorità: per poter “partire” nel suo nome occorre “stare” con lui. La conclusione del capitolo, peraltro, mostra come sia sempre necessario “tornare” a “stare” con colui che ha inviato: “Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato” (Mc 6,30).

È curioso che tra l’invio dei Dodici – raccontato nel vangelo di questa domenica (Mc 6,7-13) – e il loro ritorno presso Gesù – che ascolteremo domenica prossima (Mc 6,30-34) – Marco non riporti alcun resoconto della loro opera missionaria. Dopo le sobrie “istruzioni” offerte per la loro missione, invece, l’evangelista inserisce il racconto del martirio del Battista (Mc 6,14-29), che potrebbe qui apparire come una digressione fuori luogo, ma che, al contrario, ha lo scopo di evidenziare la piena continuità tra la missione di Gesù e quella dei suoi inviati: come l’inizio della predicazione del maestro era stata accompagnata dalla notizia dell’arresto di Giovanni (Mc 1,14), così ora il resoconto della tragica fine del precursore segna il tempo della missione dei Dodici. Gli inviati saranno strettamente associati alla missione di Gesù: ed è ancora per questo motivo che le istruzioni offerte loro prima della partenza non sono tanto relative ai “contenuti” dell’annuncio, quanto piuttosto allo “stile”.

 

Il Signore mi prese e mi chiamò

L’invito a non prendere con sé particolari “strumenti” per il viaggio non è finalizzato solo a una scelta di povertà, ma esprime la totale “trasparenza” di colui che li ha inviati e il pieno affidamento a lui. Forse anche la richiesta di avere con sé “una sola tunica” può alludere a questo senso di piena appartenenza al maestro: non è consentito alcun “cambio di casacca” a chi accetta di essere inviato a nome di Gesù. Infine – e non a caso ciò avviene subito dopo l’esperienza di Nazaret – Gesù annuncia anche la possibilità di essere rifiutati da parte di coloro ai quali si reca il lieto annuncio. Anche in questo caso, coerentemente con lo stile di Gesù – la reazione non dovrà essere di “condanna”, ma di “testimonianza”: “andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri pieni come testimonianza per loro” (Mc 6,11). Il segno di rottura radicale espresso da quel gesto simbolico, infatti, può sempre far riflettere i destinatari ed, eventualmente, provocare un ripensamento.

Anche in questa domenica l’esperienza di uno degli antichi profeti illumina quella di Gesù e dei suoi Apostoli (Am 7,12-15). Amos, originario del regno del sud (Giuda, con capitale Gerusalemme), viene inviato nel regno del nord (Israele, con capitale Samaria) ad esercitare la sua missione profetica. Di fronte all’opposizione decisa del sacerdote di Betel, egli non oppone alcuna argomentazione particolare, se non la sua unica certezza: “Non ero profeta né figlio di profeta […]. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele” (Am 7,14-15). La certezza di essere stato chiamato e inviato dal Signore è l’unica forza che può sostenere l’inviato di fronte a qualsiasi difficoltà: oltretutto, come testimoniato pure dall’esperienza di Poalo (cf. 2Cor 12,9-10), essa supera qualsiasi forma di inadeguatezza personale e permette di reggere contro ogni tipo di opposizione.

 

Scelti prima della creazione del mondo

L’inno di benedizione (Ef 1,3-14), con cui si inizia oggi la lettura di ampi stralci della Lettera agli Efesini, e che costituisce il “prologo” dell’intero scritto, mette ben in luce la centralità della chiamata del Signore per la vita dell’apostolo e di ogni credente. Dio ha scelto ciascuno “prima della creazione del mondo”: nessuno nasce “a caso”, o “per errore”. Ogni uomo è “predestinato” secondo “il disegno d’amore della sua volontà”, non certo perché privato della libertà e responsabilità personali, ma piuttosto perché a ognuno è offerta la reale possibilità di scoprirsi “figlio adottivo” di Dio e di vivere in maniera conseguente.

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