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Ci apre alla nostalgia del Cielo - ASCENSIONE DEL SIGNORE

Una “partenza” che avvicina i discepoli al loro maestro. Se Dio è lontano, sarà facile la tristezza. Se Dio, invece, è la tua vita, non c’è più separazione tra cielo e terra, e sei nella gioia

Ci apre alla nostalgia del Cielo - ASCENSIONE DEL SIGNORE

E’ una strana festa quella dell’Ascensione. Sembrerebbe quasi la festa della “dipartita” di Cristo, ma l’ascensione del Signore ci parla di una partenza che non allontana, bensì avvicina in modo ancor più profondo i discepoli al loro Maestro. “Quando vi separate dall’amico - ci ricorda il poeta Gibran - non abbiate dolore, perché in sua assenza può chiarificarsi ciò che di lui più amate, come allo scalatore la montagna si fa più chiara dalla pianura”.
“Li condusse verso Betania”. Non si sceglie a caso il luogo di appuntamenti significativi. E’ a Betania che Gesù vuole dare il suo ultimo saluto prima di “ascendere” al cielo, patria di una vita nuova e pienamente realizzata. Da Betania Gesù era partito per il suo solenne ingresso in Gerusalemme, ora da Betania ascende per entrare nella “nuova Gerusalemme”. Betania è pure il luogo di tante soste in casa di amici carissimi; lì si ritrovò a cena pochi giorni prima di morire. Ora va ad aprirci la dimora accogliente di un’amicizia ancor più intima, dove nulla potrà separarci da Lui e tra noi. Ora sarà il cielo la nuova Betania. “Il cielo è il nome della nostra autentica vocazione, il cielo è la verità ultima della terra” (A. Schmemann).
“Alzate le mani, li benedisse”. Tutto è così solenne e sobrio, come in una liturgia che afferra il cuore per cui non sai più se sei in cielo o in terra. D’ora in poi gli amici del Signore vivranno sempre sotto l’ombra di quelle mani alzate nella benedizione e altro non potranno fare che prostrarsi in adorazione sotto il tetto della mano di Dio. Lì sul monte dell’ascensione i discepoli per la prima volta adorano il Signore, mentre Lui, sottraendosi alla loro vista, li avvolge della sua presenza benedicente.
“Tornarono con grande gioia”. E’ una gioia paradossale quella che i discepoli provano tornando a Gerusalemme, dopo aver lasciato il Signore. Ma è la gioia che caratterizza, ieri come oggi, le comunità dei credenti nel Risorto. E’ la gioia profonda e contagiosa, prova certa dell’autenticità della fede. In chi dici di credere? Se Dio è lontano e nascosto, sarà facile la tristezza. Se Dio, invece, è la tua vita, in Lui vivi, ora sai che non c’è più separazione tra cielo e terra, e sei nella gioia. Se il cielo di Dio è sceso in terra, e la terra degli uomini è ascesa al cielo, tutto ti parlerà della presenza di Dio. Tutto diventerà segno di Lui.
Come, però, vivere la gioia nella città degli uomini, che come Gerusalemme è città della presenza di Dio, ma anche luogo dove Dio viene espulso e condannato? Ciò è possibile se, come gli apostoli, sappiamo stare “sempre nel tempio, lodando Dio”. Come avvenne per l’anziana Anna che “non si allontanava mai dal tempio” (Lc 2,20) e seppe riconoscere il Cristo nel bambino presentato al tempio, così anche noi, vivendo la preghiera come relazione di amore e fiducia con il Signore, sapremo riconoscerlo nelle vicende della vita.
La festa dell’Ascensione del Signore possa risvegliare in noi la nostalgia del “cielo”, cercandolo dentro le cose e non solo “oltre esse”. Ai poeti il dono di dire oltre ogni nostra spiegazione: “Sempre più in là la meta/ non posso restare qua/ e nulla può fermarmi…/di lontananza ho fame…/Eternità ti amo/ in ascesa infinita/ amo questa terra con i suoi fiori e suoi frutti/ le donne e i bambini che serrano al seno…/ L’eternità presente / nel mio sangue, la godo/ e sempre in alto modo/ anche se son morente” (Biagio Marin)

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