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Ciad: "concluso" il viaggio di Luciano

Luciano Bottan, missionario laico inviato dalla diocesi di Treviso, non arrivò mai a destinazione, a Fianga, in Ciad. Perse la vita durante il viaggio in auto, il 20 ottobre del 2000. Ora, i suoi fratelli, Lucia ed Emanuele, e la nipote Martina si sono recati prima nel luogo dell’incidente, dove una foto ricorda Luciano, e poi a Fianga e Serè, dove ad attenderli hanno trovato quelle persone che Luciano andava a incontrare e ad aiutare. Assieme a loro don Saverio Fassina, rimasto ferito nell’incidente. A Luciano è stato intitolato il coro della chiesa di Fianga

Ciad: "concluso" il viaggio di Luciano

Il 20 ottobre del 2000 la macchina che stava trasportando Luciano Bottan, nostro fratello e zio di Martina, don Saverio Fassina, suor Clemence, e altre due persone, nel suo viaggio verso la missione di Fianga, una piccola città del Ciad, ebbe un incidente. Persero la vita Luciano e un diacono canadese. Il viaggio di Luciano (inviato come missionario laico della diocesi di Treviso, ndr) finì prima di arrivare a destinazione, prima di arrivare da quelle persone che lo stavano aspettando.
Don Saverio quest’anno ha chiesto a noi, Emanuele e Lucia, fratelli di Luciano, di portare a termine questo viaggio e con profonda gioia abbiamo accolto la sua proposta di incontrare l’Africa, di condividere un po’ del nostro tempo con i sacerdoti delle missioni di Fianga e Serè. E’ stato bello vivere questa esperienza assieme ad altri amici di don Saverio: Massimo, Alberto, MariaSilvia, Angelina. In armonia e semplicità il nostro gruppetto di otto persone ha condiviso sentimenti forti e momenti intensi, facendoci sentire un’unica famiglia.

Incontro, la parola chiave

Incontro con una cultura che sembra ferma alla genesi dell’uomo. Incontro con persone dalla vita essenziale, dall’accoglienza avvolgente, espressioni di una dignità ammirevole. Incontro con il cibo tradizionale dei tupurì, boule e sauce: polenta di miglio cucinata al fuoco da intingere in una salsa verde di carne ed erbe. Pietanze semplici con le quali ci siamo confrontati, anche con fatica, che ci venivano offerte per la gioia di esserci.
Al nostro arrivo all’incrocio in cui le strade per la missione e per il centro di Fianga si dividono, una nuvola di persone ci stava aspettando da chissà quanto tempo. La loro accoglienza è stata degna di persone molto importanti. Ci siamo sentiti attesi, voluti e chiamati per nome. Un inizio col botto! Ma noi che cosa siamo andati a fare? Martina sul suo diario di viaggio scrive: “Ciò che siamo chiamati a fare è semplicemente vivere. Immergersi, lasciarsi avvolgere, lasciarsi trascinare nella quotidianità che, solo per essere così differente, dona una ricchezza immensa. Perché siamo noi quelli bisognosi. Siamo noi che abbiamo perso questa ricchezza. Siamo noi i veri poveri. Ogni volta che sento la parola povero, profugo, immigrato, ammetto che mi fa salire un po’ la rabbia. Come si può racchiudere in una parola così limitata una persona che a tutti gli effetti è un universo a sé?”.
Un incontro speciale lo abbiamo avuto con Gabriel: disabile, non cammina, non parla e fa fatica a utilizzare braccia, mani e gambe. Quando arriviamo al suo villaggio, lo troviamo inginocchiato per terra, in mezzo alla polvere. Ci vede e ci accoglie con un sorriso bellissimo che manifesta in pienezza la sua dignità. Don Saverio ci dice: «Gabriel ci chiede di abbracciarlo!». Per abbracciare Gabriel, però, bisogna inginocchiarsi sulla nuda terra e spogliarsi delle nostre reticenze. Uno alla volta in silenzio ci avviciniamo commossi e lo abbracciamo dolcemente. Pur nella sua disabilità, Gabriel ci ringrazia con il rimpianto di non essere pulito e ci chiede solo un sapone e un asciugamano per lavarsi. Scrive Martina: “E mi ritrovo davanti a queste donne, cieche come Claire o che abitano in mezzo al niente come la vecchia veggente, e a questi uomini, disabili e inevitabilmente sporchi come Gabriel che hanno una ricchezza e una profondità così indescrivibile e immensa, che la parola povertà manco mi sfiora. E nonostante questo sono immensamente grandi e ricchi... Felici e grati del dono di un incontro”.
Domenica 2 giugno, in occasione della festa patronale, abbiamo festeggiato i vent’anni della costruzione della chiesa di Fianga. La Messa è stata concelebrata dal vicario generale assieme ai nostri missionari fidei donum e altri preti africani. L’atmosfera gioiosa ed esaltante ha attratto anche noi nelle danze, durante una celebrazione così coinvolgente da scorrere intensamente per tre ore. Alla fine siamo stati presentati all’assemblea e abbiamo voluto donare una croce di legno, costruita da Massimo con i nostri nomi, alla corale di Fianga intitolata a Luciano e Daniel (un catechista locale). Nel pomeriggio siamo stati affascinati dal ritmo dei tam tam. Un turbinio di colori di persone danzanti si muovevano come un unico essere in mezzo alla polvere dell’Africa. Nel luogo in cui Luciano è morto sarà scavato un pozzo, segno della vita che sempre può trovare strade diverse per sorgere, segno del frutto che porta il seme quando muore.
Un grazie particolare a Mindimon e Djaoyang che ci hanno accompagnato dentro il mondo e il cuore dei tupurì. Sono state guide preziose per arrivare senza filtri dentro alle case africane.
Grazie di cuore ai tre cari sacerdoti: don Stefano Bressan, don Silvano Perissinotto, don Mauro Fedato, che ci hanno ospitato nella missione e con la loro presenza ci hanno donato un pezzetto di paradiso. Abbiamo potuto percepire il vero significato delle parole “gratuità, felicità, umiltà” incarnate in ognuno di loro. La scelta di “mai dir di no ma sempre un sì con un sorriso sulle labbra” (da “La canzone di Luciano”).

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