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Cinque giovani chiamati a farsi dono, “formati" da tutti noi

Preti e laici, siamo tutti chiamati ad accogliere i nuovi ordinati e a sostenerli: è l'invito del Rettore del Seminario

Cinque giovani chiamati a farsi dono, “formati" da tutti noi

Cinque giovani, che hanno percorso il cammino di formazione in Seminario, stanno giungendo alla tappa dell’ordinazione sacerdotale il prossimo 16 maggio. Sono arrivati in Seminario in età diverse, con percorsi originali e unici. Ciascuno è venuto portando in sé la domanda: “Signore, vuoi che io diventi prete?”. Questo interrogativo è diventato ricerca e la ricerca è diventata cammino di fede, di conversione nel quale si sono scoperti man mano conformati a Cristo buon pastore.
Con la loro ordinazione si conclude un periodo della loro vita caratterizzato principalmente dalla dimensione formativa. In questo tempo hanno sperimentato in modo rilevante la vita comunitaria nel Seminario Maggiore, la relazione fraterna con gli altri seminaristi, il confronto con gli educatori, l’apporto dei docenti di teologia, le esperienze pastorali nelle parrocchie.
Nell’ultimo periodo sono stati almeno un anno a tempo pieno in una particolare realtà parrocchiale assumendo le realtà pastorali lì presenti, interagendo con i sacerdoti, i vari operatori pastorali, i laici. La loro formazione continuerà nel presbiterio e con i laici che il Signore donerà loro di incontrare.
Nel presbiterio
I novelli sacerdoti hanno conosciuto una buona parte dei preti della nostra chiesa locale attraverso le esperienze di Siloe (animazione vocazionale nelle parrocchie della Diocesi) e l’attività pastorale nelle comunità. Di noi sacerdoti conoscono i pregi e i difetti. Tutto questo è importante per non idealizzare la realtà nella quale entreranno a far parte. A volte tante fatiche dipendono dalle idealizzazioni che portiamo dentro di noi.
Tuttavia non è sufficiente conoscere la realtà per sentirsi automaticamente inseriti in essa. E’ necessario che il presbiterio accolga i nuovi sacerdoti e li sappia inserire nel modo giusto nella pastorale e nelle relazioni. Sono giovani preti che entrano in una realtà pastorale complessa, non ancora definita, che chiamiamo Collaborazioni pastorali. Le fatiche ci sono ed è importante che le vediamo come tali, affrontandole, non come impedimenti a lavorare insieme. Che messaggio diamo alla Chiesa e alla nostra gente se con la nostra vita affermiamo che è meglio camminare da soli, che la Chiesa ha i confini della parrocchia e a volte solo quelli dei muri perimetrali della chiesa parrocchiale o dell’oratorio? Non siamo credibili se parliamo di misericordia, di comunione, di carità a chi fa fatica a vivere tutto ciò se anche noi viviamo nella divisione, nella sfiducia, nell’autonomismo.
I giovani sacerdoti non sono ingenui, conoscono tutto ciò ma non significa che questa situazione non possa pesare in modo eccessivo. Non è un momento facile per la Chiesa, ma non è un momento brutto. Si corre il rischio di far pesare il pessimismo sui più giovani, piuttosto che cogliere la loro presenza come un segno di speranza e di fedeltà di Dio. Al presbiterio spetta il compito di coinvolgere i giovani sacerdoti nella vicenda della Chiesa, anche questa è formazione.
Con i laici
Anche i laici, come i preti, chiedono che i nuovi sacerdoti abbiano particolari competenze e perciò si rivolgono al rettore del Seminario perché provveda. L’intenzione è buona: fare in modo che i sacerdoti siano preparati per affrontare la complessità del mondo. Pertanto si chiede che i seminaristi facciano corsi di gestione amministrativa, che assumano competenze legali, che facciano vita comunitaria con le famiglie o almeno conoscano ogni gruppo famiglia della Diocesi, che vivano esperienze residenziali in terra di missione, che frequentino corsi per padri spirituali, che abbiano una conoscenza diretta di tutti movimenti e le associazioni ecclesiali, che seguano corsi d’arte, che sappiano far da mangiare… sicuramente manca qualcosa all’elenco. Non è possibile rincorrere la complessità del mondo con una conoscenza enciclopedica. Inoltre, una logica di questo tipo a volte nasconde una buona dose di clericalismo, l’idea che il sacerdote sia dentro a tutto.
In Seminario cerchiamo di insegnare ad ascoltare con umiltà la situazione, a leggerla con fede, a rispondere con competenza facendosi aiutare da chi la competenza ce l’ha, anche e soprattutto dai laici. Certo, anche voi laici avete il compito bello di aiutare un giovane sacerdote (e non solo i giovani) a diventare quello che è: pastore della sua comunità. E non parlo più o solo delle vostre competenze. È soprattutto la vostra fede che lo aiuta ad essere uomo di Dio; poi sono le vostre richieste a dirigere i suoi impegni e il suo donarsi; sarà anche la vostra vicinanza a sostenerlo in momenti di stanchezza. Siete voi laici la Chiesa, che c’era prima del suo arrivo e che ci sarà dopo la sua partenza, la comunità credente che lo riconosce pastore che conduce al buon Pastore che è Cristo.
Sicuramente un giovane prete servirà con passione la Chiesa, a questo si è preparato per anni; sarà la Chiesa, presbiterio e laici ad accoglierlo e a continuare la sua formazione. Un cammino che durerà tutta la vita.
(don Pierluigi Guidolin, rettore del Seminario vescovile di Treviso)

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