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Cinque nuovi sacerdoti, doni per la nostra Chiesa di oggi

Sabato prossimo, 21 maggio, alle ore 17, nella Cattedrale di Treviso, il vescovo Gianfranco Agostino Gardin presiederà il rito di ordinazione presbiterale di cinque giovani del nostro Seminario vescovile: si tratta dei diaconi  don Matteo Andretto, don Riccardo Camelin, don Andrea Toso, don Giovanni Marcon, don Samuele Tamai. La riflessione del rettore del Seminario.

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Cinque nuovi sacerdoti, doni per la nostra Chiesa di oggi

“Davanti alla scarsità di vocazioni, talora facciamo diagnosi da ricchi, da ricchi di conoscenza delle scienze antropologiche moderne, che con la loro aria di sufficienza e totalità ci allontanano dall’orazione di supplica e umile richiesta al Padrone della messe”, così si esprimeva il vescovo Bergoglio negli esercizi spirituali proposti ai vescovi spagnoli nel gennaio scorso. Con parole simili papa Francesco parlava ai partecipanti al giubileo della Vita consacrata in Aula Paolo VI, lunedì 1° febbraio: “E credo che contro la tentazione di perdere la speranza, che ci dà questa sterilità (riferita al calo delle vocazioni religiose), dobbiamo pregare di più. E pregare senza stancarci”.
Papa Francesco conosce la Chiesa e più di altri è informato circa il calo delle vocazioni di speciale consacrazione. Il Pontefice non si sofferma in analisi sociologiche, psicoanalitiche, filosofiche che pur hanno molto da dire nella valutazione del nostro contesto contemporaneo e devono essere ascoltate come contributo analitico della situazione. Egli punta la sua attenzione sull’esperienza di fede, oggi più difficoltosa, ma non impossibile. L’invito alla preghiera, che Francesco ci rivolge, è ovvio per chi legge il vangelo, Gesù stesso l’ha richiesta per ottenere al Padre nuovi operai per la sua messe. L’altro invito, che tutti conosciamo, è alla misericordia; il Papa ha voluto un Giubileo straordinario perché noi cristiani potessimo ricomprendere il rapporto misericordioso che il Padre ha con noi.

Tentazione ecclesiale
Tuttavia questo non sembra bastare ancora. Continuamente i cristiani hanno davanti la Chiesa del passato, mitizzata con i suoi numeri e la sua fede, e la Chiesa di oggi numericamente inferiore e con assenze sempre più frequenti in un mondo sempre più secolarizzato. In questo contesto chi risponde alla chiamata del Signore a diventare sacerdote è visto come un eroe che si immola per la causa, il soldato che parte per il fronte sapendo già che si trova davanti una Caporetto, una disfatta militare con l’esercito in fuga.

La tentazione consiste nel considerare la fede cattolica vissuta dalla totalità della gente come il modo migliore di essere Chiesa. Non è così, il modo migliore è quello della comunione. Gesù stesso informava i suoi discepoli che sarebbero stati riconosciuti dagli altri come cristiani non per il loro numero, ma per come si sarebbero amati tra di loro. Così scriveva l’evangelista Giovani al capitolo 13,34-35: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
Siamo chiamati, tutti i cristiani, a passare dalla mentalità di totalità a quella della comunione, dal contarci a vivere tra di noi come Gesù ha vissuto tra i suoi. Non è sconfitta, è vicenda evangelica.

Credo la Chiesa
Noi non crediamo che la Chiesa sia solo il luogo dove una persona cresce nel suo cammino di fede. Nel Credo diciamo di credere “la Chiesa”, la Chiesa è oggetto della nostra fede perché la Chiesa, che siamo noi, è il corpo di Cristo (1Cor 10-12). La Chiesa non è fatta di perfetti, anzi; ma è proprio nell’imperfezione, che a volte prende il volto del limite del fratello, del suo peccato, della sua meschinità, che abbiamo ulteriori occasioni per vivere la comunione. Ed è nel vivere la comunione che si vede la potenza di Dio. Quando ci lasciamo prendere da tentazioni di divisione, dal procedere da soli perché convinti che è meglio così, quando lasciamo spazio a chiacchiere che insinuano veleno e non alle parole che edificano la comunione, noi cristiani cattolici non siamo segno di Cristo, anzi; e una Chiesa divisa allontana, non attrae.
In questo tempo Dio ci dona cinque sacerdoti. Non sono reliquie di un passato ormai remoto, neppure errore statistico, neanche gente che non sapeva cosa fare e ha preso su un mestiere dove non si suda.
Sono doni dello Spirito Santo che ha saputo chiamarli, convincerli circa il dono della loro vita a Dio e ai fratelli e sorelle che incontreranno. Come tutti, hanno vissuto e vivono le tentazioni del mondo secolarizzato, eppure sono qui a dire al Signore “Eccomi!”. Preghiamo che siano uomini di comunione, affinché possano vivere quotidianamente l’Eucaristia che celebreranno (1Cor 10). Preghiamo perché il presbiterio li accolga come fratelli in comunione e non come “aiuto aggiunto”. Preghiamo per questa nostra Chiesa, perché scelga la comunione e non le nostalgie. Altri giovani potranno interrogarsi sulla loro vocazione se ci vedranno vivere la comunione e non se ci ascolteranno ripetere sempre gli stessi lamenti.

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