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Con Gesù ogni peso è leggero - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La fede dei “piccoli” riconosce l’azione fedele del Signore, con gioia e gratitudine

Con Gesù ogni peso è leggero - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La sequela del Signore, come è apparso chiaro dalle letture delle scorse domeniche, può essere impegnativa e a volte fa sperimentare al discepolo il rifiuto e l’opposizione nei suoi confronti: l’esperienza di Gesù e dei primi inviati lo mostra in maniera evidente. Ma chi si affida sa trovare, anche nelle situazioni più difficili, motivi di ringraziamento, di lode e di serenità.

Ti rendo lode

Il contesto nel quale ascoltiamo le bellissime espressioni della prima parte del Vangelo (Mt 11,25-26) è quello di una dolorosa constatazione della durezza di cuore da parte di coloro ai quali Gesù aveva fatto la sua proposta. La maggior parte del popolo di Israele aveva rifiutato sia l’austerità di Giovanni il Battista, accusandolo di essere “indemoniato” (Mt 11,18), sia la disponibilità di Gesù ad accogliere i peccatori e i pubblicani, criticandolo perché appariva “un mangione e un beone” (Mt 11,19). Gesù aveva appena rimproverato duramente Cafarnao, il villaggio dove aveva trovato dimora con i suoi discepoli: “E tu Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai” (Mt 11,23). Ma proprio questo caratterizza la fede: saper riconoscere l’azione fedele del Signore, con profonda gioia e gratitudine, anche dove i segni esterni appaiono di segno contrario. E per far questo non occorre essere “sapienti e dotti”: queste cose, dice Gesù, il Padre le ha rivelate “ai piccoli”. Chi sa di essere piccolo, sa riconoscere come dono qualsiasi cosa riceva; chi, al contrario, pensa di essere grande, ritiene che ogni cosa positiva sia una sua conquista, lamentandosi con Dio e degli altri, al contrario, qualora i suoi progetti non si realizzino secondo le sue attese.

Esulta grandemente

Il Salmo responsoriale, nel quale si esprime una sentita “benedizione” nei confronti del Signore perché è “fedele in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere” (Sal 144), in piena sintonia con il libro del profeta Zaccaria (Zc 9,9-10) amplificano quanto espresso in questa prima parte del Vangelo. Anche in tale caso, infatti, l’invito a esultare “grandemente” rivolto a Gerusalemme non corrisponde con un momento di “successo”, ma di prova. L’esultanza non nasce dalla constatazione che tutto va bene, ma dalla fiducia che il Signore certamente interverrà a portare la pace e la serenità anche dove ancora non ci sono.
La parte centrale del Vangelo potrebbe sembrare “discriminatoria”: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27). Ma non è così: Gesù desidera rivelare il Padre a tutti; ma solo chi accetta di entrare in relazione con Lui, anche se non è dotato di particolari capacità, potrà comprendere pienamente chi è il Padre. L’ultima parte del brano (Mt 11,28-30) invita coloro che sono “stanchi e oppressi” ad andare presso Gesù, accettando di prendere su di sé il suo “giogo”. L’immagine, ispirata allo strumento che veniva utilizzato per tenere uniti due o più animali, in modo che questi potessero trainare un carro, o un aratro, o altri strumenti dell’epoca, era utilizzata per indicare la “legge” che il Signore aveva imposto a Israele; ma qui esprime, piuttosto, il legame dell’amore offerto da Gesù che il credente può scegliere di accogliere.

Sotto il dominio dello Spirito

Anche se il testo della Lettera ai Romani procede in maniera semicontinua, senza un diretto legame con la prima lettura e con il Vangelo (Rm 8,9.11-13), si può trovare, in questo caso, un collegamento illuminante. Se il Vangelo parla di “giogo dolce” e di “peso leggero”, nello scritto ai cristiani di Roma Paolo parla di un duplice “dominio” alternativo: quello della carne e quello dello Spirito. Il cristiano non vive “nella carne” (en sarkì), ma “nello Spirito” (en pnèumati). Si tratta di un’alternativa secca, ma non tra una vita “concreta” e una “disincarnata”, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare! Si tratta, infatti, sempre e comunque della vita “concreta”, fatta di relazioni, affetti, lavoro e di tutto ciò che caratterizza l’esistenza umana. Ma la vita “sotto il dominio della carne” è quella vissuta all’insegna della ricerca di se stessi contro l’altro; quella nello Spirito, al contrario (o “sotto il dominio dello Spirito”), è guidata in ogni azione concreta dalla luce dello Spirito Santo; è quella che diviene capace di dono di sé, di accoglienza delle esigenze del prossimo, di attenzione agli appelli che il Signore rivolge, e che suscita gioia in chi si lascia condurre lungo i sentieri che Egli sta tracciando.

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