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Corpus Domini - Cibo e bevanda di salvezza

L’accoglienza vera di questo dono ci trasforma in eucaristia per gli altri

Corpus Domini - Cibo e bevanda di salvezza

Ci troviamo, talora, immersi in tanti e tali problemi che il nostro agire non può che apparirci sempre inadeguato. Come i discepoli, ai quali Gesù aveva chiesto di sfamare cinquemila persone, anche noi replichiamo scoraggiati: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci”. Eppure, se quel poco che abbiamo lo sappiamo consegnare al Signore, non solo basterà, ma ne avanzeranno “dodici ceste”.
Il tutto nel poco
Ascoltare il racconto della moltiplicazione dei pani, nel giorno del Corpus Domini, è ricordarci che Dio ama giocare nella sproporzione. Così infatti afferma la bella preghiera d’offertorio dove chiediamo: “Accogli, Signore, i nostri doni, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso”. Sarà sempre poco e inadeguato quello che noi possiamo offrire al Signore. Ma Lui non ci domanda mai troppo, bensì tutto quello che abbiamo, il resto lo fa lui.
Così accade in ogni celebrazione eucaristica, dove anche noi siamo tra coloro che, come le folle del Vangelo, “hanno bisogno di cure”. Ed ecco che quel po’ di pane e quelle gocce di vino, “frutti della terra e del lavoro dell’uomo”, se li offriamo al Signore “diventano cibo e bevanda di salvezza e di vita eterna”.
La rugiada e il fuoco dello Spirito rendono il pane e il vino cibo che alimenta in noi quella vita divina che abbiamo ricevuto nel battesimo. Sant’Agostino ce lo ricorda: “Tu diventi ciò che mangi”. In noi non c’è una presenza simbolica del Signore, ma Lui stesso che fa scorrere in noi la sua vita. Non siamo solo di fronte a qualcosa di sproporzionato, ma di inaudito. Non sarà quel pane a trasformarsi nella mia carne, ma sarò io stesso che mi troverò sempre più trasformato nel Signore che ricevo nel suo “vero corpo”. Solo così potrò agire “come Gesù”, perché Lui è “con me”.
Ricevere l’Eucaristia non può ridursi a un rito compiuto per dovere o peggio per abitudine. L’accoglienza vera di questo dono ci trasforma in eucaristia per gli altri, pane spezzato nel dono umile e semplice della nostra vita.
“Voi stessi date loro da mangiare”, aveva detto Gesù ai discepoli che avrebbero voluto, invece, che ognuno si arrangiasse da sé ad andare in cerca di cibo. Oppure, l’alternativa per i dodici era darsi da fare per andare loro stessi a comperare viveri per tutta quella gente. E’ anche il nostro rischio: credere di sfamare la fame profonda di vita delle persone offrendo loro “i nostri viveri”, le nostre attività, le nostre abilità…
Stupore di una presenza reale
Ritorna sempre la fatica a credere nell’Eucaristia, come fu per quel prete, che, incredulo nella presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati, vide scorrere dall’ostia gocce di sangue. Fu un tale evento che spinse il papa di allora, Urbano IV, a indire solennemente la festa del Corpo e del Sangue del Signore.
Non è attorno a persone o ad attività brillanti che le nostre comunità ritroveranno vitalità. Celebrare e vivere con fede l’Eucaristia è sentire scorrere in noi la “vita eterna”, che non è l’esistenza dopo la morte, ma la vita stessa di Dio che scorre in ogni nostra azione.
Nei tempi della persecuzione sovietica un vescovo russo confidava che se gli avessero prospettato l’annientamento di tutti i preti e vescovi, per cui non ci sarebbe più stata l’Eucaristia, avrebbe risposto: “Quando ciò dovesse accadere, lasciateci celebrare per l’ultima volta la Divina Liturgia (la messa). Allora inizierà la resurrezione della Russia”. La resurrezione nostra e delle nostre comunità inizierà il giorno in cui la celebrazione eucaristica sarà vissuta come il centro e la sorgente della nostra vita. Allora capiremo e vedremo che cosa significa veramente quel pezzetto pane per tutte le nostre necessità più profonde, per la nostra stessa vita.

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