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Corpus Domini: anche noi "partecipi" del mistero

E’ il mistero dell’Eucaristia, che offre all’uomo ciò che egli non può darsi, ma gli chiede anche di mettere “la sua parte”, in un dono totale

Corpus Domini: anche noi "partecipi" del mistero

Idoni di Dio sono sovrabbondanti, ben oltre le aspettative dell’uomo. Eppure, anche per il dono più grande, che ripresenta il Figlio risorto, vivo e operante in mezzo ai credenti di ogni luogo e tempo, è necessario che l’uomo faccia “la sua parte”.
    
Voi stessi date loro da mangiare
Il brano evangelico proposto in questa domenica del “Corpus Domini” è illuminato da due episodi molto importanti che vi fanno come da cornice.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci (Lc 9,11-17), infatti, nel Vangelo di Luca è collocata subito dopo il ritorno dei Dodici dalla loro prima “missione”. Erano stati inviati ad “annunciare la buona notizia” e a operare “guarigioni” (Lc 9,6) senza indicazioni sui contenuti; avevano invece ricevuto istruzioni sullo stile da tenere nella loro missione (Lc 9,1-10). Ebbene, di ritorno da questa prima straordinaria esperienza di annuncio, Gesù li invita a ritirarsi in disparte con lui per condividere quanto vissuto: ma le folle fanno saltare questo progetto e Gesù si dimostra disponibile a modificare i propri piani dedicandosi a “parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure” (Lc 9,11), ossia riprendendo l’opera che aveva già affidato ai Dodici. L’annuncio della buona notizia e la cura per le sofferenze degli uomini sono priorità assolute.
Dopo aver raccontato come venga sfamata una folla di cinquemila persone con cinque pani e due pesci, Luca descrive il momento in cui Gesù riesce finalmente a ritrovarsi con i suoi “in un luogo solitario a pregare” e li interpella in maniera molto personale: “Ma voi, chi dite che io sia?” (Lc 9,18-21). Si tratta di un momento di svolta, perché da quel momento in poi, dopo aver accolto la professione di fede di Pietro, inizierà in maniera più decisa ad annunciare quel che gli capiterà a Gerusalemme: la passione, morte e risurrezione. Già partecipi della sua missione, dunque, i Dodici vengono ora progressivamente introdotti al senso della sua Pasqua, in un momento di “ritiro” con Lui. Il mandato di prendersi cura degli uomini e l’invito a vivere tempi di intimità con Gesù illuminano la scena della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Diede a lui la decima di tutto
Non si tratta solo del resoconto di un grande miracolo operato da Gesù: i gesti descritti (prese, recitò la benedizione, li spezzò) sono troppo simili a quelli compiuti durante l’Ultima Cena, per pensare che non vogliano richiamare quel momento e quel “dono”. La moltiplicazione dei pani e dei pesci, dunque, è anticipo dell’Ultima Cena e, dunque, del dono della vita sulla croce. Non per niente l’evangelista sottolinea come Gesù inizi a parlare della sua Pasqua solo dopo questo evento straordinario.
Ma è necessario che l’uomo metta a disposizione qualcosa di proprio affinché Dio possa arricchirlo dei sui doni. Questa dinamica era già prefigurata nella misteriosa figura di Melchisedek “sacerdote del Dio altissimo”. Egli, accogliendo Abramo che tornava vincitore da una importante quanto inusuale battaglia (Gen 14,1-16), lo benedisse offrendo “pane e vino”. In risposta, il patriarca “diede a lui la decima di tutto” quello che aveva conquistato (Gen 14,20). Abramo aveva già vinto, per un dono straordinario di Dio, ma la sua offerta, per quanto inadeguata, appare comunque necessaria; così come era stato necessario, per quanto del tutto inadeguato, il numero delle persone che componevano il suo “esercito” (solo 318 persone).
Anche Gesù, di fronte a un problema che superava le possibilità degli Apostoli, chiede che ci mettano qualcosa di proprio. È il mistero dell’Eucaristia, che offre all’uomo ciò che egli non può darsi, ma gli chiede anche di mettere “la sua parte”. Solo il dono totale della propria inadeguatezza permette a Gesù di compiere l’impensabile, per una sovrabbondanza che è per tutti (“ne avanzarono dodici ceste”, Lc 9,17).
Fate questo in memoria di me
San Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto che rischiava di perdere il senso di quella celebrazione che, a metà degli anni 50 del I secolo, stava ormai diventando il cuore di tutta la religiosità cristiana, ricorda che il senso di quel “rito” va continuamente ritrovato alla luce di quella “Cena” di Gesù con i suoi (1Cor 11,23-26). Annunciando la morte del Signore, finché egli venga, i cristiani sono invitati a riconoscere la presenza del Corpo del Signore nel pane e nel vino, ma soprattutto nel fratello, che è presenza di Cristo risorto, in quanto “membro” del suo corpo, e mediante il quale Egli continua ad agire nella storia.

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