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Così è il regno di Dio - XI domenica del Tempo ordinario

L’obiettivo dell’insegnamento di Gesù è quello di incoraggiare i seminatori a “seminare”

Così è il regno di Dio - XI domenica del Tempo ordinario

Il vangelo presenta le uniche due parabole di Marco che mettono a tema il “regno di Dio” (Mc 4,26-34). Nella prima (vv. 26-29) interagiscono tre diversi soggetti. Un uomo getta il seme, attende che il seme germogli e porti frutto per procedere alla mietitura. Il seme manifesta una forza intrinseca, tanto che non importa se il seminatore dorma o vegli: una volta seminato cresce. Infine, c’è la collaborazione del terzo soggetto: “il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga”. L’azione iniziale del seminatore è indispensabile, ma si fonda sulla fiducia che il seme possa maturare e portare frutto, ben oltre la capacità di controllo di chi l’ha seminato. Decisivo, però, è anche il terreno nel quale il seme viene gettato: dal testo risulta che sia proprio il terreno a produrre frutto. Se la parabola del seminatore, con la quale si era aperto il capitolo (Mc 4,1-20), ha già chiarito che il seme è la Parola di Dio e che le diverse tipologie di terreno rappresentano il cuore dell’uomo – più o meno accogliente – ora l’obiettivo dell’insegnamento di Gesù è quello di incoraggiare i seminatori a “seminare”, poiché non sembra in discussione la disponibilità del terreno: il terreno fertile c’è ed è abbondante, ma ci vuole qualcuno che sia disposto a gettarvi il buon seme.

La seconda parabola (vv. 30-32) consiste proprio in un incoraggiamento a confidare nelle straordinarie potenzialità del “seme” della Parola: pur essendo all’apparenza insignificante per la sua piccolezza – come il granello di senape – è in grado di diventare un importante punto di riferimento per tutte le altre creature.

La conclusione del brano (vv. 33-34) conferma che, se le parabole sono pensate per esprimere in un linguaggio semplice lo stile e la forza del regno di Dio, rimangono però incomprensibili per chi non entra “in privato” con Gesù, ossia per chi non accetta di divenire suo discepolo.

 

Metterà rami e farà frutti

Il profeta Ezechiele, nei versetti che precedono il brano proposto come prima lettura, ha annunciato, mediante l’immagine delle due grandi aquile, che il ricorso all’alleanza con l’Egitto (la seconda aquila) non sarà sufficiente a preservare il popolo dall’invasione dei Babilonesi (la prima aquila): questi distruggeranno Gerusalemme e condurranno parte del popolo in esilio. Il messaggio è chiaro: l’affidamento alle “potenze umane” non può mai portare alla salvezza, poiché anche chi sembra essere il più forte troverà sempre qualcuno più forte di lui. Lo scontro tra “potenze” è destinato a produrre una semplice alternanza tra vincitori e vinti nella quale, prima o poi, tutti risulteranno sconfitti. Il Signore, attraverso il profeta Ezechiele, invita tutto il popolo a non perdere la fiducia, anche se ormai dovrà sperimentare le terribili conseguenze delle scelte dei suoi capi: ma la condizione in cui si troverà nell’esilio sarà, paradossalmente, quella più favorevole, secondo la “logica” di Dio. Da un inizio apparentemente piccolo – un ramoscello tagliato dalla cima di un cedro – prenderà infatti vita “un cedro magnifico” (Ez 17,22-24). La parabola evangelica del granellino di senape, in fondo, trova in questo testo un importante “anticipo”: l’esperienza dei regni di Israele e Giuda ha mostrato ampiamente, in molte pagine dell’Antico Testamento, le caratteristiche del “regno Dio” che Gesù annuncia e realizza con tutta la sua esistenza: “Io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco” (Ez 17,24).

 

Siamo pieni di fiducia

Il brano odierno (2Cor 5,6-10), tratto dalla Seconda Lettera ai Corinzi, la cui lettura semi-continua si protrarrà fino alla quattordicesima domenica del T.O., ci porta nel cuore di quella che viene chiamata “apologia del ministero della nuova alleanza” (2Cor 2,14–7,4). Il tema generale di questa seconda parte della “difesa” di Paolo (2Cor 4,7–5,10) è l’affermazione della forza di Dio che si manifesta nella fragilità dell’apostolo: “Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,7). La nostra condizione attuale, ossia quella di un corpo fragile e destinato a perire, è una condizione di debolezza che porta l’Apostolo ad esprime il desiderio di “abitare presso il Signore” (2Cor 5,7), ma non a fuggire dalla vita: “sia abitando nel corpo sia andando in esilio” conta solo l’essere graditi a Dio.

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