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Credenti perché toccati dalla misericordia di Dio - II DOMENICA DI PASQUA

La morte e risurrezione di Gesù non avrebbero senso, se gli uomini non si lasciassero toccare dall’amore misericordioso di Dio, divenendo così capaci di donarlo agli altri

Credenti perché toccati dalla misericordia di Dio - II DOMENICA DI PASQUA

Nella domenica che era detta “in albis”, dal 1992 si celebra, per volontà di Giovanni Paolo II, la festa della “Divina Misericordia”. Gli apostoli Pietro e Tommaso indicano la via per giungere a una fede fondata sull’esperienza dell’amore misericordioso di Dio.

Pace a voi: ricevete lo Spirito Santo

Il Vangelo racchiude in sé l’intera settimana dopo la Pasqua, che è detta per questo “Ottava”. Il Risorto appare due volte a distanza di pochi giorni, in quello che per i cristiani è ormai diventato il “giorno del Signore”. La sera del primo giorno della settimana Gesù appare con il suo corpo risorto, ma segnato dalle ferite della Passione: entra “a porte chiuse”, eppure si possono vedere i segni dei chiodi e la ferita sul suo costato. Forse nemmeno l’evangelista sa come descrivere la realtà della risurrezione; ma sa bene quali doni porti con sé. Nel testo evangelico per tre volte, complessivamente, ricorre l’annuncio “Pace a voi”: è il primo dono offerto a chi crede. Ma non una pace fine a se stessa: la seconda conseguenza della risurrezione, infatti, consiste nell’essere partecipi della stessa missione che il Padre ha affidato a Gesù: “Come il Padre mi ha mandato, anche io mando voi” (Gv 20,21b). Tale invio precede immediatamente l’invito ad accogliere il dono dello Spirito Santo. Forse già prefigurato al momento della morte in croce “E chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,30), nel giorno di Pasqua questo dono è accompagnato dalla possibilità di perdonare i peccati. “Io mando voi… ricevete lo Spirito… perdonate”: questa la sequenza dei comandi di Gesù. Egli è stato inviato dal Padre come “agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29): i suoi discepoli sono ora chiamati a offrire lo stesso dono a tutti; anzi, sembra quasi che tale grazia non possa essere accolta, se non mediante coloro che sono stati inviati: “A coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,23).

Non essere incredulo, ma credente

San Tommaso, ricordato spesso per la sua incredulità, costituisce invece un esempio di ciò che la misericordia di Dio può realizzare nella vita di ogni persona. Era stranamente assente alla sera di Pasqua, senza che si possa indovinarne con certezza il motivo. Dopo aver ascoltato la testimonianza dei discepoli (l’unica alla quale si possono affidare i cristiani di ogni epoca, da quel momento in poi), che avevano visto Gesù risorto, dichiara tutta la sua fatica a credere: anzi, di più! Ebbene, sì: Tommaso pensa di essere più incredulo di quel che sarà realmente. Dice, infatti: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25). Sembrerebbe aver bisogno di toccare con il dito e con la sua mano; ma poi, di fronte a Gesù, che sembra apparire di nuovo solamente per lui, gli basterà “vedere”. L’evangelista, infatti, non dice se Tommaso abbia poi concretamente toccato con le sue mani le ferite che il Risorto gli mostrava; e nemmeno Gesù gli dice “perché hai toccato, hai creduto”, ma “perché mi hai veduto, tu hai creduto”. Questo apostolo, dunque, che ha pure il merito di averci ottenuto una nuova beatitudine (”Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”, Gv 20,29), pur avendo confessato una forte difficoltà nel credere, si trova poi a fare una delle professioni di fede più belle di tutto il Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio”.

Segni e prodigi avvenivano per opera degli apostoli

È l’esperienza vissuta anche da Pietro. Dopo averlo sentito rinnegare il suo Signore e poi piangere amaramente – secondo il racconto lucano ascoltato nella Domenica delle Palme (Lc 23,62) – lo vediamo oggi, nel racconto di Atti degli Apostoli, totalmente conformato a Gesù, tanto che “portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quanto Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro” (At 5,15). Pietro e Tommaso non sono stati particolarmente coerenti ed esemplari in tutto il loro discepolato: ma hanno saputo riconoscere la straordinaria misericordia di Dio e, una volta convertiti, si sono dedicati a confermare i propri fratelli, come Gesù aveva anticipato (cf. Lc 22,32). Si capisce bene perché, in questo contesto celebrativo, trova adeguata collocazione la festa della Divina misericordia: la morte e risurrezione di Gesù non avrebbero senso, se gli uomini non si lasciassero toccare dall’amore misericordioso di Dio, divenendo così capaci di donarlo agli altri.

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