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Dalle Filippine l'esperienza missionaria di padre Giovanni Vettoretto

Una realtà missionaria con tredici comunità e due ostelli per ragazzi in un luogo chiamato Lakewood, che letteralmente significa "lago e foresta".

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Dalle Filippine l'esperienza missionaria di padre Giovanni Vettoretto

Dopo un anno di “paziente” attesa, alla fine di maggio 2021 sono potuto rientrare nelle Filippine, e dal 1° luglio successivo sono nella mia nuova missione, a Lakewood (Zamboanga del Sur, diocesi di Ipil). Praticamente, sono ritornato nella diocesi che mi ha accolto più di 20 anni fa al mio primo arrivo. Per grazia di Dio, non sono arrivato da solo. Mi fa compagnia, e ci aiutiamo a vicenda, padre “Boboy”, alias Romeo Catan, un confratello del Pime filippino col quale avevo studiato in seminario a Monza. Dopo essere stato in Guinea Bissau e in Brasile, ha chiesto di poter rimanere due anni qui nelle Filippine e con gioia ho accolto la proposta che fossimo insieme. 

Il nome del luogo, Lakewood, letteralmente significa “Lago e foresta”. Devo dire che solo il nome descrive bene la località. Siamo infatti affacciati su un bel lago circondato di colline, montagne e quindi foreste. Spesso mi viene spontaneo chiamarlo “paradiso”. Siamo l’ultima parrocchia a nord della diocesi di Ipil (appartenente alla provincia Zambo Sibugay). Qui  è stata fondata negli anni ’80 la parrocchia Maria Regina degli Apostoli. Del territorio parrocchiale fanno parte 13 comunità. Se penso che in Arakan ne avevo 63 da visitare, devo dire che questa è relativamente contenuta. Anche le distanze non sono esagerate. La più vicina è a 3 km, mentre la più lontana è a 17 km. Con questi numeri e queste distanze, essendo due preti, possiamo celebrare la messa domenicale una volta al mese in tutte le comunità.

Qui a Lakewood ci sono 2 ostelli, uno per ragazzi e uno per le ragazze che ospitano in tutto 60 studenti delle scuole medie e superiori. Questi ragazzi vivono in villaggi dove non è ancora presente e operante la scuola media, per cui devono spostarsi. La “Bording house”, così viene chiamato l’ostello, non è un albergo. Gli studenti fanno vita comune, per alcuni è la prima esperienza fuori dalla famiglia; si rende necessaria l’applicazione di regole che favoriscano la serena convivenza tra provenienze diverse, per cultura, lingua e fede. Anche noi preti abbiamo il nostro ruolo in questa delicata (per l’età) fase educativa. Oltre alle “Bording house” esiste anche una scuola professionale, avviata nel 2016 e chiusa per il Covid nel 2020. In questa scuola venivano offerti corsi per saldatori, elettricisti, idraulici, meccanici, cuochi, sarti, tecnici di computer e scuola guida. Purtroppo, l’unico corso sopravvissuto è quello della scuola guida che regolarmente vede iscritti 25 provetti “driver” a ogni corso. Il Covid ci ha “rubato” gli studenti e soprattutto gli insegnanti. Vedremo nei prossimi mesi se e come far ripartire qualche corso in più. 

Un capitolo (prioritario) che ho cercato di mantenere vivo e attivo (o da riattivare!), riguarda la parte formativa che dedichiamo ai nostri collaboratori quali ministri dell’Eucaristia, catechisti, pastorale della famiglia, pastorale dei giovani, pastorale delle comunità tribali, dialogo interreligioso con altre Chiese, pastorale dei migranti, pastorale della terza età, pastorale per la pace, la giustizia e l’integrità del creato. Di fronte a queste realtà e necessità, cerchiamo di dare dei momenti formativi regolari, in cui si possa avere la possibilità di approfondire tematiche specifiche e camminare insieme come Chiesa, (vedi il Sinodo). Finora, devo dire che la partecipazione è buona come pure l’interesse a crescere come persone a servizio degli altri. 

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