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Don Claudio Sartor: in Paraguay come un ponte

Riceverà il mandato dal Vescovo per la missione diocesana, desideroso di camminare con le comunità di quella Chiesa sorella, dove troverà gli altri "fidei donum" trevigiani. Si sente accompagnato e sostenuto nell'amicizia e nella preghiera. E invita i giovani a "giocarsi" in una esperienza di missione

Don Claudio Sartor: in Paraguay come un ponte

“Da Scorzè all’altra parte del mondo!”. E’ il primo pensiero che don Claudio Sartor ha fatto quando gli è stato proposto di partire per il Paraguay come sacerdote “fidei donum”. Originario di Spinea, parrocchia dei Santi Vito e Modesto, 42 anni, prete da sei, sabato 17 ottobre, in cattedrale a Treviso, riceverà dal vescovo Michele il mandato missionario insieme a tre sorelle Discepole del Vangelo.

“Mi sono sentito un po’ frastornato, lo ammetto - racconta oggi, cinque mesi dopo -. In 24 ore mi sono trovato nella prospettiva di cambiare completamente vita, in una realtà molto diversa, dopo soli due anni a Scorzè. Quando sono andato al colloquio con il Vicario generale non mi aspettavo questa proposta, ma ero comunque arrivato col cuore disponibile a dire «Sì» a qualsiasi prospettiva. Mi sono preso solo qualche giorno di tempo per poter pregare e confrontarmi con persone di fiducia e poi ho accettato”.

“Eccomi, manda me”: il Papa ha scelto le parole della vocazione del profeta Isaia come “tema” della Giornata missionaria mondiale di quest’anno. Parole che senti tue? Sì, perché da prete ho accolto la disponibilità a donare la mia vita. Non vedevo motivi per dire di no. E poi sento che la missione è nelle mie corde. Nel tempo sento cresciuta in me la sensibilità verso gli altri, in particolare i poveri, chi vive situazioni di marginalità. Ho fatto esperienza con la Comunità Papa Giovanni XXIII, sia da solo che accompagnando gruppi di ragazzi, e a Treviso con la Comunità di Sant’Egidio, e prima ancora, con il servizio volontario all’Opera della Provvidenza S. Antonio, a Sarmeola, e poi ricordo le esperienze di carità vissute negli anni del Seminario, così come il viaggio missionario in Ciad quando ero diacono. Tutte mi hanno dato moltissimo, sono state importanti per la mia vocazione. Il Signore evidentemente aveva preso sul serio queste mie esperienze di prossimità.

A chi dice che c’è tanto da fare anche qui e che a Treviso abbiamo sempre meno preti, che cosa rispondi?
Rispondo che la mia è una disponibilità a incontrare e a camminare insieme a una chiesa sorella molto più povera della nostra di sacerdoti, di strutture. La sproporzione è davvero grande. Dove andrò ci saranno una trentina di comunità da seguire, più piccole, certo, ma sparse in un territorio non facile da percorrere. Ma il Papa ci dice che noi scopriamo la nostra bellezza nel momnento in cui usciamo dai nostri recinti, incontro agli altri fratelli. La nuova enciclica invita a uno sguardo a 360 gradi, non selettivo, altrimenti rischiamo di non essere Chiesa. Non vado a “salvare” nessuno, ma mi vedo piuttosto come un “ponte” affinché la nostra Chiesa non si chiuda in se stessa, rischiando di arroccarsi. Mi sento inviato, nel nome di Cristo, dal Vescovo e dalla chiesa tutta di Treviso, da cui mi sento sostenuto e accompagnato. Tanti preti e laici mi hanno fatto sentire il loro affetto e la loro stima in questo tempo non facile.

Ti riferisci alla pandemia?
Sì. Ho accettato di partire quando stavamo vivendo ancora delle restrizioni importanti, e in Paraguay non troverò una situazione felice, in cui tutto è superato. E poi, in questi giorni, sto vivendo un mio personale isolamento nella canonica di Cappella, perché al corso del Cum a Verona un giovane che si sta preparando come me alla missione è risultato positivo. E così con tutti i compagni stiamo facendo il nostro isolamento fiduciario con i relativi controlli. Sto bene, ma è una precauzione necessaria.

Che cosa senti di dover lasciare qui?
Dovrò distanziarmi da tante relazioni importanti, i famigliari, gli amici, questo presbiterio. Lascerò la sicurezza di un sistema sanitario diffuso e di buona qualità, e tanti comfort che diamo per scontati, come il riscaldamento. Lascerò, soprattutto, tutto ciò che penso di aver capito e “guadagnato”: a 42 anni, laureato, prete, pensavo di essere “strutturato”, di sapere... “come si fa”. Dovrò lasciare tante precomprensioni, immergermi completamente nella nuova realtà e lasciarmi convertire. Ma sono certo che questa esperienza - non so ancora quanto durerà - mi arricchirà in umanità vera e sarà preziosa per il mio ministero. Mi sento atteso in Paraguay, nella diocesi di San Juan Bautista De Las Misiones, dove troverò una bella comunità di “fidei donum” trevigiani, le cooperatrici pastorali Debora Niero e Germana Gallina, don Paolo Cargnin e don Lorenzo Tasca.

Che cosa “porti” di tuo in questa nuova realtà?
Mi piace stare con le persone, approfondire il rapporto umano, spero che queste caratteristiche mi aiutino dove andrò. E poi la mia fede in Gesù: spero di portare un pezzetto di Vangelo, che ho ricevuto e che potrò donare.
E ai giovani che desiderano fare un’esperienza in missione, che cosa vuoi dire?
Che li aspetto in Paraguay! E’ bello per me vedere anche alcuni laici che si preparano a partire. Anche solo un anno di missione ti apre il cuore. Vorrei che la missione fosse promossa di più tra i laici e tra i giovani, è una dimensione importante, essenziale della Chiesa, del nostro essere cristiani. E i giovani hanno questa sensibilità, basta coglierla e sostenerla.

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