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Don Ernesto, prete dalla carità smisurata e illuminato educatore

Tempio di san Nicolò gremito, stamattina, 4 gennaio, per il funerale di don Ernesto Soligo, il decano dei sacerdoti della diocesi, morto a cento anni nella notte tra il 1° e il 2 gennaio. L'omelia è stata pronunciata da mons. Lino Cusinato. Il rito è stato presieduto dal vescovo Tomasi e concelebrati dai vescovi Magnani, Gardin e Bottari de Castello.

Don Ernesto, prete dalla carità smisurata e illuminato educatore

Tempio di san Nicolò gremito, stamattina, 4 gennaio, per il funerale di don Ernesto Soligo, il decano dei sacerdoti della diocesi, morto a cento anni nella notte tra il 1° e il 2 gennaio.L'omelia è stata pronunciata da mons. Lino Cusinato, prevosto (responsabile) della comunità dei sacerdoti Oblati diocesani.La celebrazione è stata presieduta dal vescovo Michele Tomasi, che all'inizio della messa ha ricordato di aver incontrato per l'ultima volta don Ernesto il 31 dicembre scorso. Tra i concelebranti, oltre a molti sacerdoti, anche i due vescovi emeriti di Treviso, mons. Paolo Magnani e mons. Gianfranco Agostino Gardin, e l'ex nunzio mons. Alberto Bottari de Castello.

"Noi - ha detto mons. Cusinato - conosciamo don Ernesto il prete della carità smisurata, mangiato dalla carità; tuttavia egli è stato principalmente grande illuminato educatore, specialmente dei giovani: direttore spirituale in Seminario, nel Collegio Pio X, nel Centro Studentesco in S. Nicolò, insegnante di religione nelle scuole pubbliche".

Ha proseguito mons. Cusinato: "Accoglieva i giovani nella sua stanza, li cercava nelle parrocchie, nei bar, nei ritrovi, per le strade: li ascoltava con attenzione e rispetto, li aiutava con pazienza a discernere il bene dal male, a liberarsi dalle opere sbagliare, a scegliere la verità, che è il bene compiuto in Dio. Le periferie esistenziali erano le sue dimore, ricco solo di solidarietà, illuminato dall’azione preveniente di Dio. Li raggiungeva con messaggi scritti nelle festività, li riforniva di opuscoli che scriveva per loro, perché nessuno doveva essere privato del riscatto umano, ognuno poteva sviluppare la propria dignità, partendo dalla conoscenza della verità, chiamando per nome le menzogne. I suoi figli, migliaia davvero, si sono realizzati nella famiglia, nella vita professionale, sociale e politica, nella partecipazione pastorale, nella vita consacrata. E quando le prove e le fragilità, li spingevano ai margini, egli c’era accanto a loro, disarmante nella sua tenacia, sconcertante nella sua amabilità".

Sul tavolo del suo studiolo, dove riceveva i giovani dalla mattina alla sera, teneva un cartello con la scritta cubitale “Sitio”, rivolta a se stesso: "Era l’oblazione d’amore del Crocifisso che voleva essere la sua costante ispirazione e imitazione. Ogni giovane, per quanto diseredato, non si rivolgeva a lui ma al Signore Gesù: in lui doveva trovare il medesimo amore. Perché ognuno potesse venire alla luce e fare verità sui suoi comportamenti. Un giorno confidò che da giovane seminarista una voce interiore gli aveva detto: sarai sacerdote, conoscerai dei Santi, soffrirai molto. Il chirurgo che oltre vent’anni fa lo operò a un tumore in gola, diagnosticava la causa nel fumo delle sigarette altrui che per anni aveva respirato".

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