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"Donne riconciliate": due sere per giovani con Irene e Claudia. Venerdì mons. Falabretti

La vedova di un poliziotto ucciso e la madre del suo giovane omicida ospiti a Treviso alla prima delle “Due sere” sul tema “Custodi del futuro”. Testimoni di un percorso difficile ma fecondo. L'iniziativa dell'Ac si conclude il 2 febbraio con il direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile

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"Donne riconciliate": due sere per giovani con Irene e Claudia. Venerdì mons. Falabretti

Si ricorda “Come fari nella notte”, tema della serata di venerdì 2 febbraio, la seconda delle “Due sere” per giovani proposta dall’Azione cattolica diocesana. Sempre alle 20.30, all’auditorium San Pio X di Treviso (viale D’Alviano), interverrà don Michele Falabretti, direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile.

“Non voglio la morte del peccatore, dice il Signore, ma che egli si converta e viva” (Ezechiele 33, 11).
Alla prima sera dell’annuale appuntamento diocesano della “Due Sere per giovani” ci sono due donne. Irene Sisi e Claudia Francardi. Guardandole sembrano diverse, sia fisicamente, sia caratterialmente. Due madri coraggiose. Sedute sul palco dell’auditorium San Pio X si scambiano sorrisi, si prendono in giro, si guardano intorno per capire a quanti questa sera dovranno raccontare la loro storia. Perché Irene e Claudia sono due amiche, che non si sono scelte, che non lo sono diventate per interessi comuni o per esperienze condivise. Irene e Claudia sono state toccate entrambe dalla sofferenza. L’una è la vedova del carabiniere aggredito vicino al rave party di Sorano (Grosseto) il 25 aprile 2011, Antonio Santarelli. L’altra è la mamma del ragazzo che l’ha ucciso, Matteo Gorelli, condannato a vent’anni per omicidio.
“Vi sembra strano vederci sorridenti ora? Non abbiamo sempre sorriso. La nostra storia è di tanto dolore... Non veniamo qui per essere applaudite, ma perché tutto questo dolore abbiamo deciso di non buttarlo via, abbiamo deciso di metterlo a disposizione, soprattutto dei giovani, perché la nostra storia ha investito in primis dei giovani. Si pensa sempre che queste cose non succedano mai. In realtà capitano...”: così inizia Claudia e, in modo molto pacato, ci racconta della sua vita, che quella mattina del 25 aprile cambiò radicalmente, senza segnali, senza preavviso. Una mattina che cambiò profondamente non solo la sua vita, ma anche lei stessa, la persona che era, la donna che negli anni aveva costruito tanto, una famiglia, un figlio, un lavoro. Il marito di Claudia, Antonio, dopo l’aggressione, in coma per tredici mesi, morì l’11 maggio 2012. Claudia, sprofondata nel dolore e nella depressione, toccò il fondo. Non era in grado di sopportare tutta questa sofferenza.
“Ed ecco che entra in gioco Irene, la mamma di Matteo...”, Claudia lo dice sorridendo, le dà pure un buffetto per passarle la parola. Sembra quasi surreale.
“Io ero sconvolta, mi sentivo morire, mi sentivo responsabile come madre”, prosegue Irene.
“Come potevo aiutare mio figlio? Cercando i migliori avvocati? Chiedendo sconti di pena? No. Dovevo guardare in faccia la realtà, prendendo Matteo per mano e sostenendolo in quello che era, è e sarà un percorso lunghissimo. Matteo vivrà tutta la vita con questo rimorso. Ecco che decisi di scrivere una lettera a Claudia. Non sapevo se l’avrebbe letta, avrei capito se l’avesse buttata senza guardarla. Invece Claudia la lesse e ci incontrammo. All’inizio un po’ di imbarazzo, poi ci abbracciammo. Da quel momento iniziammo a raccontarci tutto il nostro dolore. Da quel momento sono stata gli occhi di mio figlio, quello che vedevo glielo raccontavo, gli dicevo come stavano Claudia, suo figlio Nicolò, come stava la famiglia. Sono andata a trovare Antonio perché era giusto che andassi a trovarlo. Contrariamente a ciò che dicevano i giornali, Antonio non stava bene, aveva un buco in testa, era fermo in un letto, con tutti che piangevano intorno a lui. Vidi la realtà. Quando veramente ci vai dentro alla verità, e non ti volti dall’altra parte, allora puoi fare qualcosa per te e qualcosa per l’altro. Niente cambia la realtà, niente può cambiare il gesto di mio figlio. Ma si può superare un po’, si può lenire un po’ il dolore della famiglia di Antonio. Questo sarà il compito di Matteo, d’ora in poi”.
Per entrambe è stato un “percorso di riconciliazione”, così lo definiscono. Per Claudia, nell’abbandonare l’ira, la voglia di far stare male quello che ha distrutto la tua famiglia, per convertire il dolore di mesi e riuscire a dare un senso alla morte del marito.
Per Irene, lasciare la “fortificazione” costruita per paura di essere giudicata perché “mamma di un assassino”, cancellare la vergogna, prendersi un po’ della responsabilità del figlio, non guardare in faccia nessuno.
In questi anni Irene e Claudia hanno fondato l’associazione “Amicainoabele”, che riunisce le famiglie di vittime e carnefici, e, come si può leggere dal sito, promuove un’altra strada, “la stessa dove Caino e Abele possano provare a prendersi per mano”. Una via alternativa, la via del perdono, della riconciliazione, dell’amore.
Tutto questo non è stato facile. L’odio divora chi lo prova, invece Claudia e Irene sono riuscite a superarlo, sono riuscite a prendersi per mano, a guardarsi negli occhi e a riconoscere prima di tutto di essere madri, che generarono amore, e che hanno voluto ridare vita a questo amore. Una storia che, nella sua straordinarietà, può insegnare molto al quotidiano, può aiutare tanti altri a sperimentare che il perdono non è utopia, non è per gente “debole”, ma per chi ha testa e cuore, per chi sente dentro di sé che c’è una strada percorribile, una luce. Quella luce che venerdì sera era negli occhi di Irene e Claudia e che risplende di tanta fede, ma soprattutto di tanta fiducia nella vita.

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