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Editoriale del direttore. Pastori comunque

Riflessione sulle fatiche e tante responsabilità, anche di ordine amministrativo ed economico-gestionale, cui sono chiamati oggi i preti diocesani all'interno delle rispettive parrocchie. In alcuni casi, l'impegno può diventare sfibrante. Una strada possibile consiste nel cominciare a dire qualche "no", attuando scelte ponderate, magari tralasciando o ridimensionando alcune prassi e scadenze pastorali, mettendo maggiormente al centro della parrocchia l'ascolto e la Parola. "Saremo comunque pastori, che curano le comunità cristiane in modo un pò diverso, più sinodale e sostenibile per tutti". 

Editoriale del direttore. Pastori comunque

Ho avuto modo di leggere l’editoriale del direttore Giuliano Zanchi, apparso sul n. 7/8 di “La rivista del clero italiano”, sul quale ha fatto alcune interessanti considerazioni anche don Giovanni Kirschner, in una lettera da noi pubblicata nel n. 34 di “Vita”.

Sotto l’accattivante titolo “Preti altrimenti”, l’autore annota come, un po’ in tutta Italia, sia in ascesa la situazione di preti diocesani che chiedono o scelgono di connotare “altrimenti” il loro ministero, rispetto alla figura classica del pastore/parroco. Due sarebbero, a suo avviso, le principali cause: da un lato il crescente peso usurante e, spesso, insostenibile della gestione economico-amministrativa della parrocchia e, dall’altro, la diffusa e incalzante prassi sacramentale, tipica di una secolare e persistente visione di “Chiesa di popolo”, sempre aperta a tutti e pronta a soddisfare le richieste di tutti.

Preti per la parrocchia

Nella Chiesa non è mai esistita una forma o modalità unica di interpretare ed esercitare il ministero sacerdotale. Ad esempio, gli ordini e gli istituti religiosi non hanno, di norma, come ambito specifico di missione la parrocchia e l’istituzione ecclesiastica. Un giovane, invece, che entra in Seminario per diventare prete diocesano, non lo fa perché attratto primariamente da un particolare carisma (ad esempio quello di san Giovanni Bosco per la cura dei giovani), ma per il desiderio di servire la missione della Chiesa nella pastorale parrocchiale e diocesana.

Di fatto, molti sono affascinati, fin da ragazzi o da giovani, dai preti incontrati nella loro parrocchia e dalla particolare pastorale che in essa viene svolta e nella quale sono cresciuti. Sanno fin dall’inizio che, tolti alcuni incarichi o servizi particolari (che, di norma, dovrebbero essere temporanei e comunque mai escludenti un, seppur parziale, servizio pastorale diretto), come preti finiranno a fare, prima o poi, i parroci di una o più parrocchie. Penso che molti di noi, pur provando una certa simpatia per le missioni o per qualche istituto religioso che abbiamo avuto modo di incontrare e conoscere da ragazzi accostando, ad esempio, i padri Sacramentini, o del Pime, o della Consolata, abbiano sempre pensato e desiderato di fare il prete diocesano, possibilmente come parroco che vive tra la “sua” gente e si prende cura di tutti.

Nuove forme di ministero?

Se è vero che anche in passato (quando il clero “abbondava”), alcuni preti diocesani, per particolari loro sensibilità e per mandato del vescovo, hanno svolto un ministero diverso da quello di parroco (come insegnanti; preti operai; missionari a tempo indeterminato; a servizio del mondo della devianza e dell’emarginazione, ecc.), oggi sembra stia avanzando, un po’ ovunque nelle diocesi, una nuova esigenza e sensibilità quella, appunto, di preti che, provati da situazioni economiche, amministrative e pastorali logoranti che, a loro dire, condizionano fortemente il loro essere preti, chiedono dei prolungati tempi di pausa, o di sperimentare particolari nuove esperienze pastorali, o di svolgere un ministero più incentrato sulla parola di Dio e sulla preghiera, con maggiore disponibilità ad ascoltare e accompagnare le persone o determinati gruppi.

Penso che questo sia lecito e comprensibile. Il Vescovo, con il suo discernimento, rimane sempre il garante della bontà e della ecclesialità di tali scelte così che, anche esperienze e ambiti di impegno presbiterale più “personali” e meno legati all’ufficio parrocchiale, consentono al singolo prete di sentirsi lo stesso parte viva della missione pastorale della sua Chiesa.

Un crescente disagio

Forse, il vero problema che oggi provoca disagio e sofferenza in molti preti, non risiede primariamente in quei confratelli che chiedono delle “deroghe” al parroccato quanto, piuttosto, nello sfibrante impegno che spesso una parrocchia o più parrocchie richiedono, aggravato dal fatto che diminuisce sempre più il numero dei preti e, nel contempo, aumentano quelli che, per svariati motivi, manifestano difficoltà nell’accettare un nuovo incarico. Il tutto suffragato dalla rassegnata convinzione che sia quasi impossibile contenere e ridimensionare una pastorale che ha ancora l’inconfessata pretesa di essere “onnipresente” e che le istituzioni ecclesiastiche (in primis la parrocchia) siano incapaci di innovarsi a causa della vigente legislazione canonica (anche se alcune soluzioni – penso alle scuole materne – sono possibili). Forse, è anche a causa di tutto questo che l’ufficio di parroco non riesce, a volte, a esercitare appieno, come un tempo, tutto il suo fascino.

Comunque pastori

Anch’io ritengo che spetti anzitutto a noi pastori fare delle scelte ponderate: chiudere qualche “rubinetto”, tralasciare o ridimensionare certe prassi e scadenze pastorali (pensiamo a una pastorale dei ragazzi spesso debordante o all’impegno profuso per tenere vive o assecondare certe tradizioni civili, culturali e religiose) e aprire qualche breccia, mettendo maggiormente al centro della parrocchia l’ascolto e la Parola, e un maggior impegno, come ci sollecitano il Papa e il Vescovo, sulla linea della condivisione e della sinodalità.

Ma è chiaro che dovremo assumerci la responsabilità (e le critiche) per i “no” che diremo e per certi tagli che faremo, senza attendere per muoverci di avere il “parafulmine” di indicazioni provenienti dall’alto le quali, peraltro, non mancano.

Non saremo certo preti che vivono “altrimenti” la missione di parroco, ma resteremo “comunque” pastori che curano le comunità cristiane in modo un po’ diverso, più sinodale e sostenibile per tutti.

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