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Famiglia, la palestra del "noi"

Alla presentazione della nuova realtà del Centro della famiglia, il presidente della Pontificia accademia per la vita ha ricordato che la famiglia è il luogo originario dove impariamo a convivere in pace tra diversi. Una sfida che anche la Chiesa deve affrontare, non solo per sé, ma per la città e per il mondo.

Parole chiave: mons. vincenzo paglia (1), famiglia (195), centro della famiglia (40), consultorio (4)
Famiglia, la palestra del "noi"

E’ la fraternità che come cristiani siamo invitati a riscoprire e a vivere e, soprattutto, a proporre alla società, grazie alle famiglie. Una fraternità che nasce dalla prossimità, dalla convivenza pacifica tra diversi, che si prendono cura gli uni degli altri, contrastando l’individualismo esasperato con una scelta chiara e decisa per il “noi”. Lo ha ribadito con forza mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, ospite a Treviso all’inaugurazione del Consultorio del Centro della famiglia domenica 25 novembre.
Mons. Paglia, che cosa rappresenta questo nuovo servizio offerto alle famiglie del territorio?
Il vescovo Gardin, nel suo saluto, ricordava la simpatia immensa con cui Paolo VI definiva l’impegno del Concilio, paragonandolo alla parabola del Buon samaritano. Io credo che questo centro sia come quell’albergo della parabola, un luogo dove c’è interrelazione, dove chi ha bisogno è in contatto con altri, dove non solo si cura, ma si previene, si accompagna, in dialogo con la comunità circostante. Di ispirazione cristiana, ma aperto a tutti.
Qual è la novità introdotta da “Amoris Laetitia”?
Una delle grandi novità di questo documento è non aver tentato di ridare una definizione della famiglia, ma aver aperto gli occhi sulla realtà delle numerosissime famiglie, quelle che sono in salute, ma anche quelle che sono ferite, o stanche, o magari vivono solo una scintilla di famigliarità. Credo che papa Francesco chieda a tutte le chiese del mondo di uscire, e di uscire insieme alle famiglie che vivono una vita buona e serena, per andare incontro a quelle ferite. Perché la famiglia rappresenta un cardine della società, in tutte le culture, il luogo originario dove noi apprendiamo a convivere in pace tra diversi, che è “il” problema delle famiglie, delle città, delle nazioni, del mondo intero. Dobbiamo ridare vigore a questo “noi” che è la famiglia, che purtroppo oggi è come avvelenato dal virus di un individualismo esasperato. Qualcuno chiama questo “culto dell’io” egolatria, sul cui altare si sacrificano figli, coniugi, affetti.
Un individualismo che è sempre più radicato anche a livello pubblico...
Certo, tanto da diventare “egocrazia”, una prospettiva politica per cui la società viene come atomizzata, quasi “defamigliarizzata”. Serve un nuovo salto culturale, cercando di aprire la società, non di chiuderla, perché è vero che la globalizzazione rischia di renderci spaesati, ma non possiamo per questo chiudere porte e finestre. Ci stiamo costruendo la solitudine, che nessuno ama, con l’illusione che ci renda felici.
Quali le sfide più importanti che attendono le famiglie e la Chiesa insieme alle famiglie?
Direi che c’è bisogno, oltre che di questa rivoluzione culturale, anche di una rivoluzione spirituale cristiana. Papa Benedetto nell’enciclica Spe Salvi, evidenzia che uno dei peccati più gravi è di aver promosso un cristianesimo individualista che diventa complice proprio di quella cultura. Per secoli abbiamo predicato la salvezza della propria anima, dimenticando che per i cristiani la salvezza o è di tutti o non c’è. Ecco perché è indispensabile il recupero di quella fraternità, di quell’amore che non è anzitutto amore per sé, come le famiglie testimoniano. Come cristiani, come uomini e donne dobbiamo passare dalla domanda sulla mia identità (Chi sono io?) a un’altra domanda, sull’alterità (Per chi sono io?). Abbiamo famiglie isolate con poco senso ecclesiale e parrocchie spesso molto funzionali e poco famigliari. Questa è una grande sfida che la chiesa deve affrontare, non solo per sé: è la missione che oggi ha verso la città e il mondo. Le nostre parrocchie, le nostre celebrazioni domenicali devono essere luce e sale di famigliarità per le città. Io credo che sia necessaria anche una nuova riflessione teologica sulla famiglia. Nella Genesi il Signore affida la casa comune all’alleanza dell’uomo e della donna, cioè alla comunità umana. Dobbiamo trovare una nuova prospettiva nella quale l’uomo e la donna riprendano il timone della storia, della società e della famiglia e siano responsabili della cura del creato come delle generazioni.

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