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Far crescere la pasta dell'umanità

Forse in questo momento, per riprendere le parole del Papa, è più evidente l’elemento del “disordine” e ci sarà tempo e modo per scorgere anche in esso l’«orma» dello Spirito e capire se il “lievito che sta facendo fermentare la pasta è ancora quello vecchio” (cf. 1Cor 6-7) oppure si è veramente rinnovato.

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Far crescere la pasta dell'umanità

Che ne sarà della nostra fede ecclesiale dopo l’emergenza Covid-19? Siamo convinti che non potrà essere tutto come prima. Se così fosse, la Chiesa sarebbe una “entità” sganciata dal mondo e quanto ha attraversato l’umanità in questo tempo non l’avrebbe nemmeno sfiorata. Fortunatamente l’evidenza è tutt’altra: il contagio ha messo a nudo anche la labilità dei confini ecclesiali (vedi anche l’alto numero di morti tra le fila del clero…) e tutti stiamo vivendo nella stessa difficile situazione, ma dentro una solidarietà che non ha precedenti (almeno di recente). Mai come ora anche per il mondo laico è evidente la verità evangelica che solo chi è disposto a “perdere se stesso e la sua vita la troverà” (cf. Mt 16) o, detto in altri termini, che la mia vita dipende strettamente dalla vita di tutti gli altri e che “non ci si salva da soli”. Se è vero, dunque, che non potrà essere come prima, nessuno può certo dire come sarà la Chiesa che uscirà da questa drammatica prova. Quello che possiamo dire con certezza è che la forza dello Spirito del Risorto abita questa situazione “emergenziale” e sta certamente rigenerando la comunità ecclesiale, purificandola e trasfigurandola nelle sue relazioni, istituzioni e strutture.

In una recente intervista a “Civiltà Cattolica”, il Papa, rispondendo alla domanda su quale Chiesa deve uscire da questa crisi, così rispondeva: «Una tensione tra disordine e armonia: è questa la Chiesa che deve uscire dalla crisi. Dobbiamo imparare a vivere in una Chiesa in tensione tra il disordine e l’armonia provocati dallo Spirito Santo». Siamo dunque solo apparentemente fermi e sospesi, perché lo Spirito non è incatenato e anche dentro restrizioni e chiusure sa farsi spazio aprendo “finestre” anche nel chiuso delle nostre case per non smettere di essere “Chiesa in uscita”.

Creatività pastorale

E che non siamo fermi è alquanto evidente a tutti i livelli: mai come ora si sta sprigionando la “creatività pastorale” all’interno delle case, delle famiglie, delle parrocchie, delle diocesi, degli ospedali con l’intento di non far sentire nessuno solo e abbandonato, ma sostenuto dalla comunione ecclesiale nella sua fede personale in una vita “esiliata”. Le nostre comunità hanno dato prova, soprattutto in prossimità della Pasqua, di una grande vitalità, e tutti i carismi ecclesiali si sono attivati in ordine all’annuncio, alla celebrazione e alla testimonianza della carità. “Una Pasqua più vera di sempre”; “Per la prima volta abbiamo vissuto insieme anche con i bambini i gesti del triduo pasquale”; “Non ci siamo sentiti mai così vicini e uniti come in questo tempo grazie anche alle possibilità tecnologiche”. Sono solo alcune delle molte modalità con le quali la gente esprime il suo “senso ecclesiale” in questo tempo. Come si può cogliere, lo spazio della casa è riscoperto come luogo del “culto spirituale”. È ciò che già, ogni giorno, accade nella cura del cibo, nella cura del corpo, nella malattia, nell’amore, nel lavoro, nella cura dei figli e in tutte le forme di vicinanza e solidarietà... e ora tutto questo è stato per molti celebrato in memoria della Pasqua di Gesù, da adulti che stanno riscoprendo il loro sacerdozio battesimale.

Prossimità aiutata dal digitale

Tuttavia, la nostra gente esprime contemporaneamente l’esigenza (e la mancanza) di ritrovarsi nella comunità più grande che si raduna soprattutto nel giorno del Signore. La fede, lo sappiamo, non è mai un fatto individualistico e neppure “familistico” o solo casalingo. Ancora il Papa, nella stessa intervista, così si esprime: «In casa abbiamo bisogno di creatività apostolica, creatività purificata da tante cose inutili, ma con nostalgia di esprimere la fede in comunità e come popolo di Dio. Ovvero: una clausura forzata, con il desiderio di uscire dal nostro isolamento, deve aiutarci in quella memoria che produce nostalgia e provoca la speranza». C’è sempre una “famiglia” più grande che ci attende e che grazie anche alla prossimità che riesce a creare la tecnologia digitale, ampiamente sfruttata dal Papa, dai Vescovi e dai parroci ci sta permettendo di tenere viva la memoria e il desiderio di un legame con la Chiesa universale, la Chiesa particolare e con la concreta comunità di credenti in cui ognuno si riconosce. Si potrà (e forse si dovrà) discutere di quale “legame” si tratta, ma non possiamo più negare che esso sia “reale”: venerdì 27 marzo abbiamo visto tutti una piazza San Pietro mai così vuota, eppure, quella piazza non è mai stata così piena creando un senso di “partecipazione” tutt’altro che “virtuale”.

Una Chiesa dunque in fermento, niente affatto ripiegata o rassegnata, dove la maturità credente di tanti laici sta emergendo e andrà riconosciuta e assunta più seriamente per quello che è il loro posto, ovvero il mondo che abitano e la vita che celebrano ogni giorno e che rende più piena l’offerta nelle nostre celebrazioni comunitarie.

Forse in questo momento, per riprendere le parole del Papa, è più evidente l’elemento del “disordine” e ci sarà tempo e modo per scorgere anche in esso l’«orma» dello Spirito e capire se il “lievito che sta facendo fermentare la pasta è ancora quello vecchio” (cf. 1Cor 6-7) oppure si è veramente rinnovato.

Lo capiremo dalla “pasta” di umanità che le nostre comunità contribuiranno a far crescere dopo questa crisi decisamente epocale.

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