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Festa di Pio X a Riese: quella "riforma" che riguarda tutti noi

"Con le sue riforme in tanti aspetti della vita della chiesa ha avuto un unico scopo: trasformare la liturgia da rito estetico a momento di partecipazione attiva della vita cristiana, capace di rendere vivi e vitali i misteri del cristianesimo", ha detto il vescovo. Ancora viva la sua enciclica sugli indigeni mentre si apre l'impegno della nostra diocesi nell'Amazzonia brasiliana.

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Festa di Pio X a Riese: quella "riforma" che riguarda tutti noi

È stata solenne e partecipata anche quest'anno la celebrazione del 21 agosto alla parrocchiale di Riese Pio X in ricordo del Papa nativo di questi luoghi Giuseppe Sarto. Presieduta dal vescovo di Treviso, Michele Tomasi, insieme ad una quindicina di confratelli, è stata preceduta dell'inaugurazione del Comando territoriale dei carabinieri alla presenza del sindaco e dei rappresentanti delle istituzioni locali. "Quanto è importante che tutti collaborino alla realizzazione del bene comune - ha detto mons. Tomasi prima della benedizione della rinnovata struttura -. In fondo, la stazione dei carabinieri non è solo un luogo repressivo ma prima di tutto è spazio e strumento di ascolto e aiuto per le persone, in uno stile di accoglienza e di attenta umanità".

Giorno di festa, dunque, per Riese Pio X, giorno in cui tornare a fare memoria della figura del santo così importante per la vita della comunità e per il mondo.

"Con le sue riforme in tanti aspetti della vita della chiesa ha avuto un unico scopo: trasformare la liturgia da rito estetico a momento di partecipazione attiva della vita cristiana, capace di rendere vivi e vitali i misteri del cristianesimo - ha spiegato il vescovo durante l'omelia -. Non basta la forma, non è sufficiente il rito; serve passare per la "porta stretta" per vivere sempre più l'incontro con Gesù Risorto e sperimentare il suo amore donato per noi".

Dal rapporto diretto con l'Eucarestia alla diffusione della conoscenza della fede nel catechismo, le intenzioni di Pio X erano orientate a trasformare la celebrazione nel fulcro e culmine della vita in cui l'amore del Signore salva, a servizio dell'umanità.

Mons. Tomasi ha poi ricordato l'enciclica Lacrimabili statu sugli indigeni del Sudamerica del 1912, mettendola in connessione con le parole di papa Francesco e con l'impegno della Chiesa diocesana di Treviso, insieme a Padova e Vicenza, nella missione a Roraima, nel territorio amazzonico brasiliano. "Se dopo un secolo ancora risuonano urgenti le parole di Pio x significa che non basta ascoltare il Signore che insegna nelle piazze; serve un desiderio di conversione profondo, il riconoscersi ultimi, piccoli, bisognosi di perdono e salvezza. Allora tutto cambia, guardando a colui che solo ha donato la vita per noi e poi l'ha ricevuta in eterno dal Padre".

Al termine della celebrazione, si è tenuta anche quest'anno la processione fino alla casa natale di Pio X, accompagnata come sempre da preziose meditazioni. "Stavolta - ha spiegato mons. Giorgio Piva - ci sono di aiuto le parole di Bertilla Boscardin, di cui ricorre il centenario della morte, in diversi punti messe a contatto con quelle di San Pio X. Ringraziamo il Signore per il dono di questi Santi alle nostre comunità, alla chiesa e al mondo".

Di seguito, il testo integrale dell'omelia del Vescovo.

Un tale interroga Gesù che sta salendo a Gerusalemme per donare la sua vita nella passione, croce e risurrezione, e gli pone una questione precisa: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”: domanda che ha che fare certamente con la vita, domanda decisiva, posta qui però in maniera del tutto teorica.
Gesù sembra non rispondere direttamente, e cambia immediatamente piano, dando un’indicazione personale, di scelta e di comportamento:
“Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”.

C’è una porta, dunque. C’è un passaggio per il quale è possibile entrare, ed è a disposizione di tutti, non vi è nessuno che in linea di principio vi sia escluso. Va riconosciuta la sua presenza, perché può essere che una volta chiusa, non serva poi molto bussare e protestare. Va riconosciuto cioè che quello che conta non è il numero di quanti si salvano – domanda teorica – ma in che cosa consiste la mia salvezza e da dove essa proviene – domanda pratica, concreta, reale.
Riconoscere di essere bisognosi di salvezza è questa porta stretta. Riconoscere cioè di non essere giusti che decidono della salvezza degli altri per l’adeguamento a un codice più o meno rigido di comportamento, bensì peccatori che guardano a colui che solo ha dato la vita per noi e che dal Padre l’ha ricevuta, gloriosa in eterno: Gesù Cristo, Signore. Coloro che si ritengono giusti non hanno bisogno dell’aiuto del Signore, non lo cercano, si privano della possibilità di incontrarlo, di incontrare l’amico che tutto ha fatto fino in fondo, per aprire gratuitamente la porta della salvezza. Non occorrerà bussare quando avremo escluso ogni esperienza di fraternità, di riconciliazione, di perdono, di servizio vicendevole: basterebbe sentire oggi lui che bussa alla nostra porta e chiede di entrare nella nostra vita, per fare festa, per sedersi a banchetto con noi.

Non servirà neppure ricordare che “abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza”. Non basterà fare ricorso alla partecipazione a questo banchetto eucaristico.

Papa Pio X, con la sua riforma in tanti aspetti della vita della Chiesa, ci dà un esempio importante, su cui riflettere oggi, nella sua festa liturgica. Come ha bene ricordato uno storico:
“Queste riforme di Pio X avevano uno scopo preciso. Trasformare la liturgia, intesa nel senso più ampio, da ritualità estetico-sacrale in momento di partecipazione attiva dei fedeli alla vita cristiana. Nelle chiese si dovevano celebrare non belle cerimonie, cui assistere passivamente, con un coinvolgimento più emotivo che vitale, ma cerimonie belle, capaci di rendere i misteri del cristianesimo una realtà sentita, partecipata, coinvolgente, attiva”.

Da qui la riforma della musica sacra, la centralità da dare alla domenica, giorno del Signore, piuttosto che a tante altre devozioni, ecco il rapporto pieno e diretto con l’Eucarestia da incontrare frequentemente, fin da bambini. Da qui anche la diffusione della conoscenza della fede tramite il catechismo. Non basterà, dunque, una qualche partecipazione più o meno formale, qualche rito per quanto importante come la festa della prima comunione, ma piuttosto il continuo tentativo, lo sforzo anche, personale e comunitario, affinché le nostre celebrazioni possano essere vissute sempre più come l’incontro vivo con il Signore crocifisso e risorto. Così potranno essere fonte e culmine della vita di tutti i giorni e non separate da essa, saranno il momento in cui sappiamo che ci viene donato realmente l’amore di Dio, che ci libera e ci salva, e ci costituisce suo popolo in cammino nella storia, a servizio dell’umanità e del suo vero bene.

Ancora, non servirà ricordargli che Lui “ha insegnato sulle nostre piazze”.
Permettetemi un altro esempio tratto dalla vita di San Pio X. Nel 1912 egli ha reso pubblica una sua enciclica dal titolo “Lacrimabili Statu Indorum”, sullo stato di vita e di oppressione degli Indios nell’America del sud, in cui ricordava come, spinti da crudeltà e brama di ricchezza, molti continuassero ad
“uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o [a] saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù abbiamo appreso essere state in questi pochi anni quasi distrutte”.

Ed esorta dunque i pastori a “promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo. Porrete poi ogni diligenza nell'avvertire i vostri fedeli del sacro loro dovere di aiutare le sacre missioni fra gli indigeni, che primi abitarono questo suolo americano”.

Questa voce così accorata del passato fa purtroppo ancora eco in quella di papa Francesco, che ancora oggi nella sua esortazione post-sinodale Querida Amazzonia ricorda che

“Questa storia di dolore e di disprezzo non si risana facilmente. E la colonizzazione non si ferma, piuttosto in alcune zone si trasforma, si maschera e si nasconde, ma non perde la prepotenza contro la vita dei poveri e la fragilità dell’ambiente. I Vescovi dell’Amazzonia brasiliana hanno ricordato che «la storia dell’Amazzonia rivela che è sempre stata una minoranza che guadagnava a costo della povertà della maggioranza e della razzia senza scrupoli delle ricchezze naturali della regione, elargizione divina alle popolazioni che qui vivono da millenni e ai migranti che sono arrivati nel corso dei secoli passati»”.

Ricordo queste affermazioni quest’anno in cui il Signore concede la grazia alla nostra diocesi di continuare e approfondire il nostro servizio alle Chiese dell’Amazzonia, con l’apertura della nuova missione, assieme alle diocesi di Padova e di Vicenza, a Roraima, nel cuore dell’Amazzonia.
Tutti insieme però possiamo chiederci perché un richiamo di più di un secolo fa debba ancora essere richiamato e rafforzato?
Davvero non basta ascoltare e prender atto di un insegnamento, del Signore e della sua Chiesa, ma serve piuttosto il desiderio profondo di conversione ad esso, serve esporci all’amore infinito ed esigente di Cristo, serve trarne conseguenze nella vita.

Se ci riconosciamo ultimi, piccoli, poveri, bisognosi di perdono e di salvezza saremo primi con il Signore.

Chiediamogli, per intercessione di San Pio X, di poter riformare la nostra vita, per diventare sempre più un segno reale dell’amore di Dio per tutti.

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