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Fidiamoci delle sue promesse - I DOMENICA DI QUARESIMA

Possiamo vivere questo periodo come un tempo di prova per far crescere la nostra esperienza di Dio e la sua fedeltà

Fidiamoci delle sue promesse - I DOMENICA DI QUARESIMA

La liturgia della prima domenica di Quaresima ci introduce al senso di questo tempo di grazia che ci prepara alla Pasqua. E’ un tempo di prova, poiché il Vangelo presenta subito l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto; ma è anche un tempo per maturare uno sguardo capace di riconoscenza per quanto il Signore ha già operato nella vita del credente e poter giungere a una vera professione di fede.
Condotti dallo Spirito nel deserto
La fede e la vita cristiana non riprendono vigore con l’invito a un maggiore impegno, né con l’assunzione di nuovi “buoni propositi”. Solo l’iniziativa dello Spirito Santo conduce il credente – spesso in maniera inattesa – a vivere un’esperienza rinnovata della fedeltà del Signore. L’impegno del cristiano, casomai, sarà quello di lasciarsi condurre ad accogliere le possibilità che gli vengono offerte. Gesù è spinto dallo Spirito a vivere una prova simile a quella sperimentata dal popolo nell’uscire dall’Egitto: i quaranta giorni nel deserto richiamano evidentemente i quaranta anni vissuti dall’antico Israele (Lc 4,1-13).
Il cammino del popolo, però, era dovuto alla sua mancanza di fede (Nm 14,20-25); Gesù, invece, vive tale esperienza in piena obbedienza al Padre che lo ha appena riconosciuto presso il Giordano come “Figlio amato” (Lc 3,22): egli è totalmente ricolmato di Spirito Santo (Lc 4,1).
Se l’esperienza della prova non è risparmiata nemmeno a Gesù, non è necessariamente negativa. Anzi, la Quaresima si presenta come un tempo di prova per far crescere la nostra esperienza di Dio e della sua fedeltà. È vero, infatti, che il diavolo, il cui nome significa “divisore”, si presenta per tentare Gesù offrendogli delle prospettive di realizzazione della sua missione di Figlio non in sintonia con il disegno del Padre. Ma è altrettanto vero che egli le vince con serenità, facendo riferimento alla Parola di Dio e, più precisamente, ad alcune espressioni presenti nel Deuteronomio, dal quale è tratta la prima lettura della liturgia.
Con il cuore si crede, con la bocca si fa la professione di fede (Rm 10,10)
Questo libro, che si presenta come un discorso di Mosè pronunciato di fronte alla Terra Promessa – nella quale egli non entrerà – raccoglie il senso di tutta l’esperienza del deserto e costituisce la memoria fondamentale del popolo. Le risposte date da Gesù al diavolo sono tratte dai primi capitoli nei quali Mosè invita gli Israeliti a far memoria della fedeltà del Signore sperimentata: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto […] per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2). Da questo contesto Gesù trae risposta alla prima tentazione: il Signore aveva “nutrito di manna” il popolo per fargli capire che “l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). Le altre due risposte provengono dal capitolo nel quale si raccomanda al popolo l’amore a Dio in forza di quanto egli ha operato mostrando la propria fedeltà (Dt 6,13.16).
La prima lettura, coerentemente, presenta il “piccolo credo storico”: una professione di fede che l’Israelita è invitato a fare nel presentarsi al Signore per offrire i frutti della terra. L’offerta di una parte del raccolto significa riconoscere che tutto è dono suo; così la professione di fede consiste nel raccontare con riconoscenza ciò che il Signore ha già operato: solo in forza di questa esperienza si può sostenere la fede.
Lo salverò perché a me si è affidato
Il Salmo Responsoriale è citato dal diavolo per tentare Gesù. In effetti, nella sua prima parte, il Salmo 90 può essere considerato come espressione del tentatore. Nei primi versetti non si capisce chi sia colui che promette interventi straordinari di Dio a favore di chi si affida a lui; anzi, l’ultima strofa, con il cambio del soggetto, sembra proprio affermare che fino ad allora non era affatto il Signore a parlare. Quando il Signore prende la parola non pronuncia promesse di interventi prodigiosi, ma piuttosto annuncia che “ci sarà” e non mancherà di rispondere: “Mi invocherà e gli darò risposta; presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso” (Sal 90,15).
La professione di fede, dunque, consiste nel fidarsi delle sue promesse a partire dalla constatazione grata di quanto ha già operato nella propria vita. Come ha fatto fino ad oggi, così io credo che si farà presente anche in futuro! Ma chi non riesce a fare memoria grata delle opere del Signore, su cosa potrà fondare la propria fede?

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