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Giornata del Seminario: in quegli inizi c'è l'identità del prete

In tutte le nostre parrocchie domenica 23 preghiamo e aiutiamo con le nostre offerte il Seminario, impegnato, come ha ricordato papa Francesco nell'incontro a Roma il 10 settembre, a formare “uomini misericordiosi"

Parole chiave: Seminario vescovile (7)
Giornata del Seminario: in quegli inizi c'è l'identità del prete

 

Ormai è comune descrivere l’attuale momento storico come un tempo di sostanziali e repentini cambiamenti. La prima e significativa ripercussione interessa l’identità delle persone, dei ruoli. Avviene una crisi di identità perché il modo di stare nel tempo, nelle relazioni viene messo in discussione dal cambiamento e chiede di essere riprecisato. La nostra comunità cristiana non sfugge a tutto questo, in particolare la figura del prete in quanto pastore. Egli è investito dalla questione dell’identità non solo a motivo del contesto culturale attuale ma anche dallo stesso progetto delle Collaborazioni Pastorali avviato in diocesi. Assumere con responsabilità il proprio tempo significa avere la pazienza di costruire risposte. E’ quanto nell’ultima sessione del Consiglio Presbiterale mons. Vescovo ha voluto mettere a tema, ma che era già emerso dalla discussione dei preti circa le questioni da affrontare nel prossimo quadriennio. Da più parti si sottolinea il mutamento di mentalità richiesto ai laici e alle comunità parrocchiali, con le fatiche di accettare il nuovo modo di essere parrocchia. Non sempre è avvertito il mutamento che sta interessando i preti. Non semplicemente per il carico di lavoro, ma perché nascono le domande circa le priorità: che cosa è veramente essenziale? Cosa semplificare rispetto a quanto si è sempre fatto?

Mons. Rizzo al ritiro per i sacerdoti di fine settembre a Riese Pio X ha indicato a riguardo una suggestiva prospettiva spirituale e pastorale. Ha marcato l’inadeguatezza di far coincidere l’essenzialità con la semplificazione, vale a dire di ridurre il problema ad una mera operazione di sforbiciatura. Piuttosto l’essenziale va ricondotto alla fedeltà rispetto all’origine nella quale si rivela la verità del nostro essere: “essenziale è ciò che aderisce all’essenza delle cose” e, a sua volta, l’essenzialità (assunta) custodisce la verità e la bellezza dell’origine. C’è un fascino negli inizi, un entusiasmo e una gioia che corrisponde all’aver scoperto qualcosa di bello e promettente. Nel caso dell’identità del prete, l’origine è la dimensione vocazionale della sua vita e della sua missione. E l’origine richiama un tempo e una condizione singolare per un prete: il tempo della prima formazione che avviene come discernimento nelle comunità del Seminario e che si compie nell’ordinazione sacerdotale. Allora per affrontare correttamente la questione della identità per il prete è necessario ancorarla alla prospettiva vocazionale, pena ridurla ad una pura questione operativa e funzionale.

Spesso viene posta la domanda: “il Seminario forma i nuovi preti a vivere questa nuova condizione?”. Non solo per i miei trascorsi formativi sento vera e pertinente la domanda. Ma anche ingenua o fuorviante se si pretende che il Seminario sia in grado di anticipare la storia e le questioni che essa solleva. Raccogliendo la suggestione di mons. Rizzo è anche giusto chiederci cosa i nostri inizi vocazionali possono offrire alla questione dell’identità del prete.

Innanzitutto la dimensione vocazionale del ministero, cioè l’insuperabilità di una relazione con il Signore che continua a vivere della Sua iniziativa sempre sorprendente. Troppo di frequente la chiave di lettura vocazionale viene abbandonata dal prete e relegata nel passato, per interpretare se stesso e le persone che gli sono affidate, compresi i confratelli con i quali condivide fraternamente il ministero. La prospettiva vocazionale ricorda che la nostra identità è dinamica perché ha la sua origine in Colui che ci ha chiamati (e ci chiama) a seguirlo.

La chiamata è avvenuta (e continua a rinnovarsi) nella storia, nelle vicende umane, familiari e comunitarie. Lo sguardo del prete istruito dalla sua vicenda personale è profetico: riconosce una presenza e una azione del Signore della storia in questo preciso momento. Ma questo sguardo chiede purificazioni e conversioni. Non è scontata la conversione permanente per un adulto, tanto meno per un prete.

La prima formazione avviene in una comunità da accogliere e a cui dedicarsi. La fraternità tra preti, la coscienza dell’appartenenza ad un presbiterio rinvia alla necessità di superare giudizi, protagonismi sterili, azzeramenti pastorali… Costruire il “noi-presbiterale”, mediante un  cammino condiviso e paziente, ha nell’ordinazione la sua origine sacramentale, ma nel tempo del Seminario il primo laboratorio esistenziale.

C’è un sospetto sul periodo di vita in Seminario: non a che fare con la realtà. “E’ un ambiente protetto, la vita non è così”. Senza entrare nel merito dell’affermazione, è vero che il Seminario è un tempo e una condizione provvisori. E’ traguardato all’ordinazione, che coincide con un mandato, con un invio. Il Seminario istruisce il futuro presbitero rispetto alla missione: non c’è una situazione che non si apra ad una novità. Non solo il tempo del Seminario è provvisorio, ma ogni situazione lo è e apre ad un nuovo mandato. Egli è formato perché il presente sia condizione verso una missione che chiede di intraprendere nuovi cammini e di rimettersi in cammino. Tra la prima fase del suo cammino vocazionale e il ministero c’è uno scarto che si dovrà ripetere nel corso della sua esistenza per dare vita alla novità del Vangelo.

Possiamo dire che l’identità del prete nelle mutate condizioni culturali ed ecclesiali dovrà essere cercata non dimenticando questi inizi che continuano ad essere testimoniati dai giovani che ancora oggi si lasciano interpellare dal Signore in vista della missione.

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