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I doni dell'ascolto e dell'accoglienza - XVI domenica del Tempo ordinario

L’attenzione è su un incontro tutto speciale, nel quale viene elogiata specialmente Maria, in quanto “ha scelto la parte migliore”: l’unica cosa che conta è stare in relazione con Gesù, ascoltandolo

I doni dell'ascolto e dell'accoglienza - XVI domenica del Tempo ordinario

L’accoglienza, l’ospitalità e l’ascolto sono gli atteggiamenti proposti dalla liturgia di questa domenica. Nella Bibbia, da Abramo fino a Marta e Maria, chiunque accoglie l’ospite con generosità sperimenta una sovrabbondanza di doni.

Ascoltava la sua parola

Il brano ascoltato domenica scorsa, con al centro la parabola del buon Samaritano, si concludeva con un chiaro invito: “Va’ e anche tu fa’ così!” (Lc 10,37). Nel brano odierno (Lc 10,38-42) l’evangelista Luca annota che “mentre erano in cammino” (al plurale) “Gesù entrò in un villaggio” (al singolare, Lc 10,38). Il contesto è sempre quello del lungo viaggio intrapreso con decisione verso Gerusalemme, al quale partecipano coloro che hanno accolto le esigenze della sequela. Qui, però, il narratore concentra l’attenzione su Gesù e su Marta e Maria: non si dice niente dei suoi discepoli. Forse davvero, in qualche momento, il maestro si allontanava dai discepoli per frequentare degli amici “speciali”; ciò appare plausibile se colleghiamo questo episodio con i più ampi riferimenti offerti dall’evangelista Giovanni, che descrive l’amicizia di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro (Gv 11,1-46; 12,1-11). Il probabile dato storico, comunque, non elimina l’impressione che si voglia qui portare tutta l’attenzione su un incontro tutto speciale, nel quale viene elogiata specialmente Maria, in quanto “ha scelto la parte migliore”. Dal punto di vista di Marta, che si stava dando da fare per offrire una degna accoglienza, Maria appare poco attenta alle fatiche della sorella. Secondo Gesù, invece, Maria ha colto ciò che è essenziale: l’unica cosa che conta è stare in relazione con lui, ascoltandolo. Per la precisione, occorre notare che l’evangelista dice che Maria “seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola” (Lc 10,39): chiamando Gesù “Signore”, ossia con il titolo che gli verrà attribuito dopo la risurrezione e affermando che ascoltava “la sua parola” e non “lui”, elimina alla radice ogni possibile scusante: se anche Lui non è più presente si può certamente rimanere in ascolto della sua parola.

E’ bene per questo che voi siete passati

Se appare dunque chiara la priorità dell’ascolto della parola, non è però vero che l’accoglienza da parte di Marta venga criticata. Gesù si rivolge a lei ripetendo per due volte il suo nome: “Marta, Marta”. Alla luce della tradizione biblica, possiamo dire che non si tratta di un rimprovero, ma di una “chiamata”. Prima di lei, infatti, sono stati chiamati in questo modo nientemeno che Abramo, Giacobbe, Mosè e Samuele. Non è sbagliato, dunque, quello che Marta stava facendo: Gesù le propone, però, un appello ulteriore.
Alla luce della prima lettura, anzi, possiamo dire che va sottolineata l’importanza dell’accoglienza. Abramo, nel celebre episodio che l’iconografia orientale ha scelto per rappresentare la Trinità (Gen 18,1-10), accogliendo tre sconosciuti nella sua tenda nell’ora più calda del giorno, accoglie in realtà Dio stesso. E quella generosa accoglienza porta con sé una benedizione: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio” (Gen 18,10). Quel dono che attendevano da molto tempo e tra molte sofferenze e frustrazioni, giunge finalmente grazie a quel gesto di ospitalità.

Dio volle far conoscere il mistero nascosto

Nella Lettera ai Colossesi (Col 1,24-28) l’Apostolo viene presentato come totalmente legato a Cristo: partecipa dei patimenti di Cristo a favore della Chiesa, che ne è il corpo; porta a compimento l’opera di annuncio del “mistero”, ossia rivela il “senso” di quanto stiamo vivendo. E’ Cristo stesso questo senso: la relazione con lui e la partecipazione alla sua passione, morte e risurrezione, offrono una prospettiva di speranza anche alle “genti”. Nei primi anni di vita della Chiesa la novità sconvolgente consisteva nella possibilità di aprire tale prospettiva anche a coloro che non facevano parte del popolo di Israele. Ma se questo appare per noi “scontato”, dal momento che proveniamo esattamente da quei popoli “pagani” che molti secoli fa hanno accolto la fede, rimane sorprendente constatare come l’esperienza dell’incontro con Cristo riesca a trasformare anche persone provenienti da culture assolutamente lontane dalla nostra: dall’Africa alla Cina, la fede cristiana, ancora una volta, appare più forte proprio in coloro che non se ne ritengono i “possessori” esclusivi e non hanno ancora ceduto alla tentazione di “addomesticarla” a proprio piacimento, rischiando di perderne tutta la forza rivoluzionaria.

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