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I giovani e l'Esortazione del Papa: "Protagonisti e corresponsabili"

Tra coloro che attendevano di leggere l’Esortazione post sinodale “Christus vivit” c’erano sicuramente i giovani che hanno partecipato come uditori ai lavori dell’assise di ottobre. Tra loro Gioele Anni, ventottenne, giornalista, consigliere nazionale di Azione cattolica per il settore giovani. Gioele è stato ospite della nostra diocesi giovedì 4 aprile, nella mattinata di formazione dei sacerdoti.

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I giovani e l'Esortazione del Papa: "Protagonisti e corresponsabili"

Tra coloro che attendevano di leggere l’Esortazione post sinodale “Christus vivit” c’erano sicuramente i giovani che hanno partecipato come uditori ai lavori dell’assise di ottobre. Tra loro Gioele Anni, ventottenne, giornalista, consigliere nazionale di Azione cattolica per il settore giovani. Gioele è stato ospite della nostra diocesi giovedì 4 aprile, nella mattinata di formazione dei sacerdoti.

Che cosa ti ha colpito in modo particolare dell’Esortazione?

Certamente la parte sulla pastorale giovanile perché, essendo impegnato in Ac, mi tocca da vicino. E poi questo rapporto diretto che il Papa vuole stabilire con ciascun giovane. Per sottolinearlo usa il “tu”: è lo specchio di quanto emerso durante il Sinodo, lui ha cercato il contatto personale con i giovani, ma non solo lì, in tutti i momenti in cui ci ha incontrati, da Roma in agosto alle Gmg. Mi piace molto, poi, il riferimento alla “Chiesa - casa”, dove ci ritroviamo tutti raccolti. Era già uscita questa “immagine” nel testo della riunione presinodale: è stata accolta una sensibilità che arrivava dai giovani, impostando un processo di conversione che non si realizza dall’oggi al domani, ma ha bisogno che tutta la Chiesa, giovani e adulti insieme, laici e pastori, uomini e donne riescano a fare discernimento su quali siano le scelte e le azioni concrete per mettere in atto questo cambio di stile che porti la Chiesa a essere sempre più casa di tutti.

Con quali attenzioni consigli di leggere l’Esortazione?

L’esercizio da fare è non “sezionarla”. Essendo frutto di un processo molto lungo, va letta con calma, nella sua interezza, senza fermarsi ai punti di maggiore impatto.

Come hai vissuto il Sinodo?

E’ stata un’esperienza molto bella, un momento di profonda umanità, di incontro con persone di tutto il mondo e con la Chiesa di tutto il mondo. Anche un’esperienza molto provocatoria per la mia fede, soprattutto nell’incontrare le testimonianze dei giovani e dei Padri sinodali delle parti più martoriate del mondo. Ho visto quanto fa di buono la Chiesa tra mille difficoltà, e quanto è ancora capace di camminare sulle gambe dei martiri. Molto belli sono stati anche i tratti di informalità in cui abbiamo conosciuto i Padri sinodali, una vitalità che mi sembra sia entrata nel documento finale e nella “Christus vivit”.

Il Papa sottolinea l’importanza che i giovani siano protagonisti, anche nel dibattito sui temi che stanno loro a cuore.

Ribadisce che i giovani sono il presente del mondo e della Chiesa, non solamente il futuro e perciò vanno ascoltati anche nei loro disagi di fronte, ad esempio, al magistero sulle questioni dell’affettività e della sessualità. I giovani si sono sentiti più giudicati e feriti che accolti e accompagnati su questi temi dalla Chiesa. Ecco perché hanno voluto portarli con forza al Sinodo, prima con il questionario online, poi nella riunione presinodale. E il Papa ha detto che non ci sono tabù: parliamone  e camminiamo insieme. Un atteggiamento molto ben esplicitato già in “Amoris Laetitia”. Invita i giovani a non accontentarsi, ma allo stesso tempo richiama gli adulti a lasciare loro spazio, anche con la possibilità di sbagliare.

Una parte molto bella è dedicata alla vocazione.

Sinodo ed Esortazione dicono che ogni giovane ha una vocazione, ognuno è chiamato a realizzarsi nella vita, come frutto di un’amicizia con Gesù, che ci ha creati e ci chiama a qualcosa di importante. Non ci sono vocazioni di serie A e di serie B. E’ stata bella al Sinodo la sottolineatura sulla vocazione speciale di chi è “consacrato” all’ascolto, all’incontro e all’accompagnamento. E’ emerso fortemente dai giovani: da un sacerdote, da una suora ci aspettiamo che abbiano più tempo per stare con noi, ascoltarci, per dirci parole di verità, anche scomode, all’interno di una relazione.

Come lavorare ora nelle nostre realtà?

Dando spazio a protagonismo e corresponsabilità. Quello a essere protagonisti nella società e nella Chiesa non è un invito anarchico (“andate e fate come vi pare”), ma a stare “dentro” a dei percorsi condivisi soprattutto con chi è più grande e ha le radici nella Chiesa. Questo si fa ampliando spazi di partecipazione, non solo formali. Fare una pastorale sinodale non significa fare più riunioni con i giovani. Servono più spazi di informalità per stare insieme, giovani e adulti, e lasciare spazio alla creatività dei giovani. Su come annunciare il Vangelo a scuola nessuno meglio di uno studente lo sa.

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