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I talenti e i frutti dei servi buoni - XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Gesù invita ad attendere nell’impegno la sua venuta definitiva

I talenti e i frutti dei servi buoni - XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Continua il grande “discorso escatologico” con una seconda parabola che invita ad attendere la venuta definitiva del Signore vivendo l’impegno nel mettere a frutto i doni che sono stati affidati a ciascuno.
Consegnò ai suoi servi i suoi beni
La parabola dei “talenti” (Mt 25,14-30) appare come un invito a mettere a frutto le “qualità” specifiche che Dio ha donato a ciascuno: poiché i doni ricevuti sono differenti, ognuno sarà chiamato a rispondere secondo le proprie possibilità. L’uomo della parabola rappresenta Dio che, con rispetto e attenzione, affida ai servi una parte dei suoi beni, in proporzione alle specifiche capacità di ciascuno. In questo tempo di attesa della sua venuta definitiva, perciò, ognuno di noi è chiamato a mettere a frutto quei “talenti” che Dio gli ha donato, senza che si debba provare delusione o frustrazione, se non si sarà portato frutto tanto quanto altri. Ai primi due servi, infatti, quel “padrone” risponde indifferentemente: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21.23).
Sorprende, invece, la durezza verso chi ha ricevuto “un solo talento”. Se non fosse riuscito a far fruttificare il suo talento a causa delle minori capacità personali, non sarebbe forse ingiusto il severo giudizio nei suoi confronti? Il rimprovero, però, non gli viene mosso perché è stato “incapace”, ma perché si è dimostrato “malvagio e pigro”, attribuendo la sua “paura” alla convinzione che il padrone fosse “un uomo duro” che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. Questo servo ha fallito, dunque, non per la limitatezza delle sue capacità, ma a causa di un’immagine distorta che si è fatto del suo padrone. E se quest’ultimo sembra ammettere – per assurdo – di essere uno che miete dove non ha seminato, lo fa solo per sottolineare come, tanto più, il servo avrebbe dovuto darsi da fare per non rimanere improduttivo. In verità, però, le azioni del padrone smentiscono tale ipotesi, poiché egli è andato a “raccogliere” solamente dove aveva effettivamente “sparso”, accettando che ciascuno rispondesse in proporzioni diverse.
I due servi si sono dimostrati “buoni e fedeli” non perché più “capaci”, ma perché hanno creduto nella bontà del padrone, il quale si è “fidato” di quei servitori fino al punto di consegnare loro “i suoi beni”.
Una donna forte, chi potrà trovarla?
La domanda che introduce la prima lettura (Pr 31,10-13.19-20.30-31) potrebbe sembrare segnata dalla mentalità dell’epoca in cui prende forma il libro dei Proverbi. Presuppone, infatti, una figura femminile dedita alla casa e al bene del marito; è così ben organizzata nei lavori domestici da riuscire a trovare tempo e risorse anche per il misero e il povero. Appare, invece, di estrema attualità l’invito a esserle “riconoscenti per il frutto delle sue mani”. Anche oggi si dovrebbe esprimere maggiore riconoscenza a quelle donne che nelle famiglie, pur con modalità diverse, e spesso integrando impegni di lavoro fuori casa, sono una vera benedizione per tutti: “come vite feconda nell’intimità della casa” (Sal 127,3). Potrebbe anche avere una valenza “politica” l’invito a far sì che “le sue opere la lodino alle porte della città”: si tratta di un riconoscimento “pubblico” del ruolo, spesso fondamentale, della donna nella famiglia – e quindi nella società – che nel nostro contesto culturale è tutt’altro che scontato.
Ma il desiderio di trovare una “donna forte” esprime in modo figurato anche la ricerca della “sapienza” che, non a caso, è personificata dalla donna: l’autore non trova un termine di paragone superiore alla donna per parlare della sapienza biblica, mostrando tutt’altro che disistima nei suoi confronti. In questo senso si può leggere il legame con il brano del Vangelo, in continuità con quello di domenica scorsa (Mt 25,1-13), nel quale alcune vergini “sagge”, avevano con sé dell’olio di riserva, ossia proprio questa capacità sapienziale di vivere l’esistenza quotidiana nella sua concretezza.
Voi non siete nelle tenebre
Nessuno potrà mai sapere quando il Signore verrà (1Ts 5,1-6). Se il paragone con un ladro che viene di notte appare inquietante, occorre notare che questo “modo” improvviso e minaccioso di manifestarsi sarà solo per coloro che presumono falsamente di essersi procurati da soli “pace e sicurezza”. Per i credenti, invece, che sono illuminati dalla fede nel vivere con semplicità nella vigilanza, non c’è pericolo di essere “sorpresi”. Occorre continuare a vigilare e a essere sobri.

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