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II domenica di Avvento - Una pace da... camminare

Giovanni invita anche noi, oggi, a uscire nel deserto

II domenica di Avvento - Una pace da... camminare

Il vangelo annuncia un cambiamento che viene, ieri come oggi. E quanto lo temiamo, perché sentiamo che può sconvolgere la nostra vita in peggio: la guerra, la pandemia, il clima, le risorse, le difficoltà di lavoro che colpiscono tante famiglie… Anche al tempo di Giovanni c’era il timore di un cambiamento, portato dall’invasione romana. Dopo qualche decina d’anni Gerusalemme verrà distrutta, il popolo di Israele verrà disperso fuori dalla sua terra. Ma Giovanni ha intuito un mutamento più profondo, come molti altri profeti che l’avevano preceduto. La sua scelta di abitare il deserto, fuori dal mondo strutturato della convivenza civile e religiosa d’Israele, riesce a fargli cogliere che il cambiamento portato dai potenti non è l’unico. Vi è altro che si affaccia all’orizzonte della storia: è Dio che finalmente viene a regnare, cioè a rimettere a posto le cose secondo giustizia, secondo quanto doveva essere fin dall’inizio. E questo non lascia intatte le rendite di posizione, il credersi al sicuro perché si appartiene a qualche circolo privilegiato, nemmeno quello dei credenti, di allora e di oggi.
Giovanni è sulla soglia del cambiamento, ma nemmeno lui capirà quanto grande sarà. Certo, è consapevole che esso chiama a tracciare una strada diversa, nel pieno deserto nel quale le strade ancora non esistono. Per prepararla, a sua volta lui chiama a conversione il popolo di Israele, e come altri profeti annuncia soprattutto il rischio di non essere pronti. E la sua parola è sferzante verso coloro che rifiutano di cambiare, farisei e sadducei: evoca l’immagine degli alberi che non si rendono conto di avere la scure vicina, pronta ad abbatterli se non daranno i frutti attesi.
Giovanni è consapevole di non essere lui a portare a compimento quel cambiamento. Per come lo presenta l’evangelista, egli annuncia la venuta di qualcuno più grande di lui, che renderà possibile una conversione di vita profonda e definitiva. Sa che il suo annuncio apre soltanto la via, e che lui porta i sandali a colui che camminerà oltre lui, verso la pienezza di quel Regno da Giovanni soltanto intuito.
Gesù, colui che Giovanni ha intravisto e che probabilmente è stato suo discepolo, vivrà un’esperienza del volto del Dio che viene e del suo Regno diversa dalla sua. Intuirà un altro modo di compiersi della shalom, un’altra via attraverso la quale giungerà la pienezza di vita promessa. E accadrà (lo sentiremo la prossima domenica), che Giovanni chieda a Gesù se sia davvero lui «colui che deve venire», o se si era sbagliato...
Ma l’invito per noi, oggi, è ascoltare la chiamata di Giovanni ad uscire nel deserto, ad uscire fuori dalle sicurezze del nostro tran tran, personale ed ecclesiale. Altrimenti, rischiamo di non vedere. Abbiamo bisogno della lucidità data dal guardare da fuori dei confini delle nostre relazioni, delle nostre abitudini, dei nostri modi di pensare. Rischiamo di sentirci garantiti dal nostro frequentare la chiesa, o anche solo dal pensare di essere cristiani. E intanto l’abitudine svuota di forza la partecipazione alla celebrazione dell’Eucaristia, l’ascolto della Parola di Dio, rende fiacca la relazione con fratelli e sorelle e con ogni prossimo che incontriamo sul cammino, non ci meraviglia più nemmeno il creato affidato anche alla nostra cura…
Il Regno di Dio che viene, viene non a rassicurare le nostre abitudini immobili, ma per farci scoprire che abbiamo bisogno di vita nuova, di immergerci in profondità nella vita del mondo in cui viviamo, per quanto ci sembri deserto di umanità e di Dio, perché è lì che Dio prende carne. Se ritroviamo la profonda relazione tra l’eucaristia che celebriamo e le relazioni tra le persone, tra la Parola che ascoltiamo e le aspirazioni di vita che sorgono dalla storia, tra i volti del prossimo e il volto di Gesù, allora scopriremo nelle profondità del deserto del mondo la sorgente di acqua e di fuoco che può ridare vita anche alle nostre relazioni e alle nostre comunità. 

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