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IV DOMENICA DI QUARESIMA - Viviamo come figli della luce

 La guarigione del cieco nato nella domenica “Laetare”

IV DOMENICA DI QUARESIMA - Viviamo come figli della luce

La quarta domenica di Quaresima, detta Laetare (Rallégrati, cf. Is 66,10), nel ciclo A mette in evidenza le figure del “cieco nato” e del re Davide. L’invito alla gioia appare provocatorio e provvidenziale, in un contesto di emergenza sanitaria che causa apprensione, preoccupazione, “penitenza imposta” e, in alcuni casi, sofferenze e lutti.

Tu credi?

Il Vangelo ci presenta Gesù che, passando, scorge un uomo cieco dalla nascita; i suoi discepoli, lontani dal pensare che il maestro possa guarirlo, si chiedono di chi sia “la colpa” di quella situazione (Gv 9,1-2): erano infatti convinti che alcuni mali fisici fossero conseguenza del peccato. Ma del peccato di chi? Essendo cieco fin dalla nascita, non poteva essere a causa sua; portava forse le conseguenze del peccato dei suoi genitori? Ma non sarebbe questa una cosa profondamente ingiusta? Dal canto loro, i farisei mostrano di avere una risposta certa in proposito, quando, con tono sprezzante, si rivolgono a quel cieco guarito: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?” (9,34).

Gesù prende nettamente le distanze da questa posizione, non solo affermando che non ha senso cercare di chi sia la “colpa”, ma anche scegliendo di prendersi cura personalmente di questo “sfortunato” che, alla fine, sarà l’unico in grado di “vedere” pienamente, arrivando a una straordinaria professione di fede: “Credo, Signore” (9,38). All’evangelista non interessa tanto la guarigione fisica, alla quale dedica solo due versetti (9,6-7), quanto il cammino di fede di questo uomo che viene coinvolto, suo malgrado, in un processo – contro Gesù – caratterizzato da quattro “interrogatori”: quello dei conoscenti del cieco nato (9,8-12), il primo dei farisei, costretti a constatare che, effettivamente, ora ci vede (9,13-17), quello dei farisei nei confronti dei genitori del cieco, i quali non fanno una gran bella figura (9,18-23) e, ancora, l’ultimo dei farisei nei confronti dell’uomo guarito (9,24-34). La curiosità o, addirittura, la volontà di trovare motivi di condanna nei confronti di Gesù, contrastano con l’atteggiamento del cieco nato che, invece, realizza un percorso di progressiva conoscenza di lui, fino a quando, finalmente, lo scopre come “colui che parla con te” (9,37). L’esperienza della guarigione diviene comprensibile solo nel dialogo, attraverso una parola che svela il senso di quanto sperimentato. Finché, nel dialogo con Gesù, non riusciremo a riconoscere il senso di quanto egli opera per noi, la nostra fede rimarrà “debole”, anche se ci fossero offerti i doni più straordinari.

Il Signore vede il cuore

Solo quest’uomo, che sembrava irrecuperabile, vede pienamente la luce di Gesù; al contrario, coloro che pensavano di vedere chiaramente, si trovano ad essere accecati, incapaci di riconoscere le meraviglie che Gesù sta operando. Dio sembra preferire chi è ritenuto (o si riconosce) più piccolo e “inadatto”, come ben insegna anche il racconto della scelta del re Davide (1Sam 16,1-13). Sia il profeta Samuele, che pure era cresciuto in compagnia di Dio (1Sam 3,19), sia il padre di Davide, pensano che il Signore voglia scegliersi come re il più forte e valoroso dei figli di Iesse; e viene scelto quel figlio minore che il padre non aveva nemmeno preso in considerazione. Samuele stesso, che in un primo momento appare smarrito, rimanendo in dialogo con il Signore, sa poi riconoscere il prescelto e lo unge come re.

L’uomo, valutando con i propri criteri, non comprende i disegni di Dio: il cieco, che si pensava fosse “nato tutto nei peccati”, si dimostra il più pronto a vivere un cammino di fede; Davide, il più piccolo, “fulvo, con begli occhi e bello di aspetto” (1Sam 16,12), non adatto alle battaglie che i re di allora dovevano affrontare, mostrerà di avere un cuore disponibile, anche dopo aver sbagliato: e il Signore conosce ciò che c’è nel cuore.

Cristo ti illuminerà

Il racconto del cieco nato è stato molto valorizzato come preparazione al battesimo, nel quale si realizza il passaggio dalle tenebre del peccato alla luce della fede; nell’unzione del re Davide, si legge l’anticipo dell’unzione battesimale, che conferisce ai battezzati la dignità di profeti, re e sacerdoti; nella seconda lettura, san Paolo descrive così la condizione dei battezzati: “un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce (Ef 5,8). Rimane nella luce che gli è stata donata con il battesimo colui che cerca, in ogni circostanza, di “capire ciò che è gradito al Signore” (Ef 5,10).

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