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IV domenica di Pasqua - UN PASTORE CHE SI FA RICONOSCERE

Il vero pastore entra “per la porta”, accesso occupato e custodito da Gesù

IV domenica di Pasqua - UN PASTORE CHE SI FA RICONOSCERE

Nella quarta domenica di Pasqua si celebra la 57ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Papa Francesco ha messo a tema le “parole della vocazione”: “gratitudine”, perché si tratta di una chiamata gratuita del Signore a cui ciascuno è chiamato a rispondere; “coraggio” che permette di fare scelte fondamentali; “fatica”, quella necessaria per prendere in mano la propria vita e metterla a servizio del Vangelo; “lode” che nasce dalla scoperta che Dio è presente per guidare e salvare la nostra vita.
    
Il pastore entra dalla porta
Il capitolo 10 del Vangelo di Giovanni presenta immagini legate alla vita quotidiana dei pastori. A quel mondo, così familiare nel contesto mediorientale, si era ispirato l’Antico Testamento per dire in che modo Dio si prende cura del suo popolo; non erano mancati i rimproveri verso chi avrebbe dovuto prendersi cura del gregge, ma non lo ha fatto: “Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così non pasceranno più se stessi […]. Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna” (Ez 34,10-11). Gesù riprende queste immagini e le applica a se stesso. Ora siamo a Gerusalemme, durante la “festa della Capanne” (Gv 7,37): cambierà il contesto solo quando si farà riferimento alla “festa della Dedicazione”, in pieno inverno (Gv 10,22). Dopo l’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41), l’evangelista introduce un discorso che, in mancanza di altre indicazioni, appare rivolto a chi lo aveva criticato per la guarigione fatta senza “osservare il sabato” (Gv 9,16). Dunque, non sta parlando ai suoi discepoli, ma ai farisei: di fronte a loro descrive le “sue pecore” con tratti di una delicatezza straordinaria. L’inizio del discorso (Gv 10,1-10) è divisibile in due parti segnalate dalla ripetizione dell’espressione “In verità, in verità vi dico” (Gv 10,1.7). Vi si intrecciano due immagini strettamente collegate, ma differenti.
Nella prima, Gesù offre un criterio per distinguere il “pastore” da “ladri e briganti”: questi ultimi “entrano da un’altra parte”; il vero pastore, invece, entra “per la porta”. Si tratta di un recinto nel quale i pastori lasciavano le proprie pecore per la notte, sotto la custodia di un unico guardiano, che veniva stipendiato da tutti. L’attenzione non è qui sul guardiano che, ovviamente, conosce il pastore, quanto sulle pecore: esse “conoscono la sua voce”, perché si sentono chiamate “ciascuna per nome” e perciò lo seguono; al contrario, fuggono quando percepiscono una voce diversa. Gesù, dunque, non raccomanda ai discepoli di “imparare” a riconoscere la sua voce, ma afferma, di fronte a quelli che lo rifiutano, che i veri discepoli la sanno riconoscere con sicurezza.
Gesù è la porta
Al v. 7 Egli si identifica con la “porta” attraverso la quale si entra e si esce dal recinto: si entra per cercare rifugio, si esce per trovare pascolo: tutta la vita dipende da quell’unico accesso che è occupato e custodito da Gesù. Chi cerca di raggiungere il gregge per un’altra strada, non vuole il bene delle pecore: si tratta di “ladri e briganti” che vengono per “rubare, uccidere e distruggere”. Queste parole mettono in discussione chiunque ritenga di “lavorare” per il buon pastore: anche le attività più “belle”, se non passano “attraverso di lui”, sono dannose per il gregge di Dio. Il Salmo 22 aveva già utilizzato l’immagine del pastore che favorisce un movimento di “uscita”, nel condurre le pecore verso ciò che conta veramente per la vita, e uno di “entrata”: anche qualora si dovesse passare “per una valle oscura”, l’approdo è una “mensa” sicura nella “casa del Signore”: la relazione con lui è il punto di arrivo.
Che cosa dobbiamo fare?
Fin qui, si è vista una descrizione del Pastore e la dichiarazione che le pecore lo sanno riconoscere senza pericolo di sbagliare. Ma a questo punto, anche noi, come coloro che stavano ascoltando il discorso di Pietro a Pentecoste (At 2,14.36-41), ci poniamo una domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. Quella volta, i presenti si erano sentiti “trafiggere il cuore” sentendo che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). Solo quando uno si rende veramente conto di ciò che Dio ha fatto per lui, inviando il suo Figlio, può essere veramente disponibile alla conversione. Ed è per questo che solo in quel momento Pietro risponde: “Convertitevi, fatevi battezzare per ottenere il perdono dei peccati e riceverete lo Spirito Santo”.

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