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Il Dio dei viventi è fedele oltre la morte - XXXII domenica del Tempo ordinario

Dalla storia della donna sette volte vedova una “finestra” sulla risurrezione

Il Dio dei viventi è fedele oltre la morte - XXXII domenica del Tempo ordinario

Nelle ultime domeniche del Tempo Ordinario la liturgia si concentra sulle “cose ultime”, riprendendo i contenuti fondamentali della fede cristiana su questi temi: la risurrezione dei morti (XXXII), il giorno del ritorno definitivo del Signore (XXXIII) e il punto di arrivo di tutta la storia, quando il Regno di Dio su tutto l’universo si manifesterà pienamente (Solennità di Cristo Re).
Dio non è dei morti, ma dei viventi
Il Vangelo di questa domenica (Lc 20,27-38) ci porta direttamente a Gerusalemme, nel contesto di un periodo di tempo abbastanza prolungato nel quale Gesù “ogni giorno insegnava nel tempio” (Lc 19,47) e “la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi” (Lc 21-37). I due versetti citati fanno come da “inclusione”, aprendo e chiudendo due capitoli nei quali vengono riportate varie polemiche con i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani: la conclusione di tali scontri sarà la decisione dei capi dei sacerdoti e degli scribi di “toglierlo di mezzo” (Lc 22,1).
Nel brano odierno i Sadducei, rappresentanti dell’aristocrazia sacerdotale, pongono a Gesù una domanda con lo scopo di provare a ridicolizzarlo insieme ai Farisei che, diversamente da loro, credevano nella risurrezione dei morti. Per dimostrare che non ci può essere risurrezione, presentano un caso paradossale di una donna sterile che, a motivo della legge del “levirato”, aveva avuto ben sette mariti, senza che nessuno di questi fosse stato in grado di darle una discendenza. Il libro del Deuteronomio stabiliva che il “levir” (termine latino che significa “cognato”) dovesse prendere in moglie la sposa del proprio fratello, nel caso in cui questa fosse rimasta vedova e senza figli, per provare a darle une discendenza: l’obiettivo era far sì che “il nome di questi non si estingua in Israele” (Dt 25,6). La norma lascia intuire che, a quei tempi, la fede nella risurrezione era ancora lontana da venire e l’unico modo per sperare una continuità alla propria vita era quella di avere una discendenza.
Se è stata moglie di sette uomini diversi e non ha avuto figli da nessuno di loro, di chi sarà moglie nella risurrezione dei morti? L’insidiosa domanda trova una duplice risposta. Nella prima, Gesù corregge il pensiero dei farisei, i quali immaginavano che la vita dopo la morte fosse semplicemente una riproduzione del mondo attuale: non sarà così, ma ci sarà una vita diversa, nella quale i “figli di Dio” saranno simili agli angeli, per cui le relazioni saranno totalmente nuove. Nella seconda, risponde ai Sadducei fondandosi su quella parte della Scrittura che ritenevano più importante: se in Esodo 3,15 Dio stesso si era rivelato come il protettore fedele di coloro che hanno stretto con lui un’alleanza (il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe), dovrà rimanere il loro Dio anche dopo la loro morte.
Di nuovo risuscitati
Non a caso il riferimento ai “sette mariti” richiama la vicenda dei sette fratelli protagonisti del racconto tratto dal Libro dei Maccabei e proposto come seconda lettura (2Mac 7,1-2.9-14). La loro testimonianza eroica, che li porta a preferire la morte piuttosto che venir meno alle “leggi dei padri”, fotografa un momento importante della storia di Israele in relazione alla fede nella risurrezione: proprio di fronte alle persecuzioni patite a causa della fedeltà all’alleanza con Dio e alla morte di coloro che avevano tenuto fede al proprio impegno, si sviluppa la fede di Israele nella risurrezione. Se Dio ha promesso vita piena e abbondanza di benedizioni a coloro che rimangono fedeli all’alleanza, come si spiega il fatto che alcuni vengano così crudelmente messi a morte? O Dio non è capace di mantenere fede alle sue promesse, oppure le manterrà anche “dopo la morte”, con la risurrezione. Per questo uno dei fratelli può affermare: “è preferibile morire per mano degli uomini, quando si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati” (2Mac 7,14).
Una consolazione eterna e una buona speranza
Ma la speranza in una vita “diversa” dopo la morte non è per il cristiano una fuga dal presente e dalla storia: è il tema centrale di tutto il secondo scritto ai cristiani di Tessalonica (2Ts 2,16–3,5). Anzi, a motivo di questa consolante speranza, ogni credente è confermato in “ogni opera a parole di bene” (2Ts 2,17): la certezza della fedeltà di Dio, che va anche oltre la morte, permette di affrontare le piccole “morti quotidiane” che la fedeltà alla chiamata di Dio chiede, per una maggiore pienezza di vita.

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