Chiesa
stampa

Il beato che ci unisce: Enrico da Bolzano, dall'Isarco al Sile

Bolzano e Treviso sono due città che dal Medioevo hanno avuto in comune la venerazione per un uomo santo, il beato Enrico da Bolzano. Il motivo di questa comunanza di pietà popolare è insito nel nome stesso. Dalla città del Tirolo meridionale, dov’era nato verso la metà del Duecento, il povero e umile Enrico giunse a Treviso in età di pieno vigore fisico, ipoteticamente tra i 40 e i 50 anni. Ora questo legame, con l'arrivo di mons. Tomasi, si rafforza.

Il beato che ci unisce: Enrico da Bolzano, dall'Isarco al Sile

Bolzano e Treviso sono due città che dal Medioevo hanno avuto in comune la venerazione per un uomo santo, il beato Enrico da Bolzano. Il motivo di questa comunanza di pietà popolare è insito nel nome stesso. Dalla città del Tirolo meridionale, dov’era nato verso la metà del Duecento, il povero e umile Enrico giunse a Treviso in età di pieno vigore fisico, ipoteticamente tra i 40 e i 50 anni, certamente per trovare lavoro e poter vivere con la sua famiglia, composta dalla moglie Benvenuta e dal figlio Lorenzo.

 

Da contadino a... boscaiolo

E’ interessante osservare che nella terra d’origine Enrico è ricordato come contadino o vignaiolo, mentre nel Trevigiano è prevalsa l’immagine del boscaiolo, data la documentata tradizione secondo la quale egli visse nel primo periodo a Biancade, probabilmente a dissodare dal bosco i terreni dei conti di Collalto.

Quanto a culto e notorietà di questo beato nel Trevigiano, crediamo non sia necessario indulgere ancora, dopo i molti eventi enriciani e le pubblicazioni che nel 2015-2016 hanno accompagnato il settimo centenario della morte. Vale la pena, invece, ricordare l’intensità di relazioni che si sono sviluppate nel corso dei secoli tra le città dell’Isarco e del Sile, proprio partendo dalla figura del comune beato. Già lo storico trevigiano Giovanni Battista Cervellini nel 1930 pubblicò in merito il saggio “Relazioni fra Treviso e Bolzano per le reliquie del Beato Enrico”; l’argomento è stato poi ulteriormente approfondito nel nostro volume “Enrico da Bolzano. L’umile beato di Treviso” (Editrice San Liberale, 2015).

I rapporti tra i trevigiani e i bolzanini cominciarono a infittirsi subito dopo il 10 giugno 1315, alla morte dell’umile concittadino che tanto si era prodigato in favore dei più poveri e aveva speso gli ultimi anni di vita in città praticando penitenze estreme e un’intensa devozione cristiana.

Attorno alle spoglie mortali, esposte per otto giorni nella cattedrale trevigiana, continuò un flusso straordinario di migliaia di devoti desiderosi di avvicinarsi al corpo taumaturgico del “santo” che compiva miracoli a decine ogni giorno, per un totale di 435, raccolti dai notai in un registro pergamenaceo che ancora si conserva; tra di loro cominciano immediatamente a comparire alcuni tirolesi.

 

La devozione nella città d’origine

La notizia dell’avvenuta morte del “santo” era stata immediatamente trasmessa alla città natale su iniziativa del Comune e del vescovo di Treviso, i quali il 18 giugno 1315 fecero recapitare a Bolzano una comunicazione scritta, recata dal messo Vincenzo da Grigno, le cui spese per nostra fortuna restano documentate nel registro comunale delle “Entrate e Spese”, ora nella biblioteca Capitolare trevigiana. Dalla città natale tirolese la notizia si diffuse con rapidità in tutta la regione circostante. Tra i fedeli convenuti al sepolcro del beato e miracolosamente guariti si trovano registrati anche due tirolesi, oltre ai numerosi risanati giunti dai villaggi della Valsugana. Quei fatti straordinari rimasero talmente impressi nella memoria locale che poco tempo dopo (1332) in un processo trentino contro i sostenitori locali dell’eretico fra Dolcino si parlava del “tempus beati Henrici”.

Nella città d’origine la devozione al beato Heinrich si affermò sin dalla prima diffusione delle notizie prodigiose provenienti da Treviso, al tempo del vescovo cistercense Enrico di Metz (1310-1336): fu immediatamente individuata la casa natale, alla periferia nord della città, e la si denominò Heinrichshof, la fattoria di Enrico, toponimo tuttora vitale, in località Dorf-Botzen all’imbocco della Val Sarentina. Nell’Ottocento, a cura del proprietario, allora un certo Jakob Red, al pianterreno venne ricavata una cappellina, decorata con un’immagine del beato.

Fatte poche eccezioni, la maggior parte di documentazione iconografica o cultuale in area tirolese è successiva al XVII secolo; in precedenza si hanno solo dei riscontri “colti”, di natura bibliografica, qual è il compendio agiografico sul beato redatto da Matteo Rader nella sua “Bavaria Sancta” (Monaco, 1624). Poi il culto si propagò nel corso del Settecento, producendo un’iconografia quantitativamente notevole.

 

Scambi di reliquie

Tra Treviso e Bolzano, ma anche nella più vasta zona linguistica tedesca, durante il XVIII secolo s’intensificò per alcuni decenni lo scambio di reliquie: nel 1712, quando a Treviso il corpo del beato fu traslato dalla cappella laterale all’altare maggiore vennero offerte delle reliquie alla cattedrale di S. Stefano di Vienna (è anche l’anno in cui il canonico Giansilvestro De Sisti inserì una Vita del beato nel suo “Agiologio Tirolese”), poi nel 1741 un frammento del saio fu richiesto dall’Elettrice di Baviera Maria Amalia d’Asburgo.

I rapporti tra le autorità ecclesiastiche di Treviso e di Bolzano s’intensificarono in seguito alla beatificazione pontificia e nel 1759 la città natale ottenne in dono due costole prelevate dal corpo del beato, accolte solennemente e tuttora venerate nel duomo di Bolzano, a quel tempo chiesa prepositurale, entro un artistico reliquiario d’argento e cristalli. Non paia inutile ricordare qui che il beato Enrico è il patrono della città di Bolzano.

 

Il “maso di Henrico”

Infine, come non rammentare cosa significhi il luogo fisico del “maso di Henrico”, l’Heinrichshof di Bolzano? Le visite di sacerdoti e fedeli alla casa natale di Enrico è stata continua negli ultimi cento anni. Lì, sopra l’altare, si trova un’importante reliquia: l’avambraccio e la mano sinistra del beato, donati dai trevigiani nel 1870, subito dopo la ricostruzione in forme più ampie dell’oratorio, consacrato l’anno precedente dal principe vescovo di Graz-Seckau mons. Zwerger, oriundo tirolese e amico della famiglia Oberrauch che del maso era e continua a rimanere proprietaria, con la partecipazione anche dei vescovi di Trento e di Bressanone.

Quella chiesa si trova nel maso, l’Heinrichshof appunto, che nel 1817 era stato venduto da Anton von Goldegg e che poi nel giugno 1827 venne acquistato da Jakob Red; il compendio immobiliare passò quindi nel 1866 a un gruppo di acquirenti, tra i quali Anton Oberrauch. E gli Oberrauch, distinta famiglia di imprenditori titolari di marchi commerciali di grande successo, continuano dal canto loro a mantenere vivo il rapporto tra Treviso e Bolzano attorno alla figura e al culto prestato al beato Enrico. Nel 2015 i trevigiani recatisi in pellegrinaggio all’Heinrichshof hanno sperimentato l’amorosa accoglienza di quella famiglia, fattasi ospite umile e generosa, con l’offerta di un ottimo ristoro ai convenuti, serviti dai componenti della famiglia, secondo l’antica tradizione di ospitalità verso i pellegrini.

Quello fu solo uno dei molteplici momenti di reciproca conoscenza, di condivisione nel culto e nella fede, di ritrovata amicizia che si sono ripetuti lungo tutto l’anno delle celebrazioni del VII centenario della morte del beato.

 

Un rinnovato legame

Ora, con la presenza sulla cattedra episcopale della diocesi di San Liberale di un figlio della Chiesa di Bressanone-Bolzano, si è raggiunta un’altra e più elevata dimensione nel rapporto tra i due territori. La straordinaria circostanza della nomina del vescovo Michele Tomasi ha portato un ulteriore, significativo elemento di prestigio per Treviso e il suo compatrono; infatti, nella bolla di nomina di papa Francesco compare l’esplicito richiamo al beato Enrico da Bolzano e il Santo Padre in quel passaggio ha usato un’espressione lirica molto bella, citando i fiumi che bagnano le due città: «consideriamo quindi giunto il momento che qualcuno, quasi a seguire le orme del beato Enrico, si rechi per così dire dall’Isarco alla Marca, dando esempio di amore disinteressato».

Così, ora si può aggiungere un ulteriore nome all’elenco dei papi che hanno parlato o scritto del nostro beato: Francesco è il quinto Sommo Pontefice, dopo Clemente XIII, Benedetto XIV, Pio X e Giovanni Paolo II. L’insieme di queste circostanze non fortuite porterà nel prossimo futuro - ci si augura - a incrementare la memoria del beato, sia dal punto di vista liturgico-cultuale, sia per un recupero adeguato ai tempi di una vicenda esistenziale come quella di Enrico da Bolzano, che porta con sé anche elementi di cultura, di arte, di tradizione e nondimeno di prospettiva umanitaria utile al nostro presente e ai nostri giorni futuri.

Tutti i diritti riservati
Il beato che ci unisce: Enrico da Bolzano, dall'Isarco al Sile
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento