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Il bilancio di mons. Rizzo: "Con il passo del seminatore"

Il Vicario generale della nostra diocesi, sta per lasciare il suo incarico. In questa intervista racconta sette anni di servizio alla chiesa trevigiana e ai Vescovi con i quali ha collaborato. E guardando in prospettiva, al grande passaggio delle Collaborazioni pastorali, dice: “Questo non è ancora il tempo dei frutti, dobbiamo avere il passo e i sentimenti del seminatore”, certi che il Signore accompagna la Chiesa.

Parole chiave: rizzo (5), diocesi (303), vicario generale (2)
Mons. Giuseppe Rizzo

Un momento di saluto semplice e cordiale con il Vescovo, i sacerdoti e il personale della Curia lo scorso 29 luglio, gli ultimi adempimenti burocratici per il passaggio di consegne con il suo successore e poi qualche giorno di riposo. Mons. Giuseppe Rizzo sta per compiere i 75 anni e sta per concludere il suo servizio come Vicario generale della diocesi di Treviso, sette anni di impegno e dedizione alla nostra Chiesa e a due vescovi, prima mons. Andrea Bruno Mazzocato e poi mons. Gianfranco Agostino Gardin. Lo abbiamo incontrato per fare un piccolo “bilancio” della sua esperienza.
Comincerei con un grazie da parte nostra, della Vita del popolo, ma che interpreta certamente il sentire di tutta la diocesi, per il suo impegno di questi anni. Quali sono i suoi sentimenti?
Vorrei ringraziare per le espressioni di riconoscenza che mi sono giunte da sacerdoti, religiosi, laici in questo momento in cui lascio il servizio di Vicario generale. Riconoscenza è una parola ricca semanticamente: indica la simmetria della relazione, un “riconoscersi” a vicenda, cioè un ritrovarsi nell’altro, l’essere riconosciuto per quello che si è e riconoscere gli altri per quello che sono. Mi pare che in questi anni sia scattato questo reciproco riconoscersi, anzitutto con i miei collaboratori nella Curia diocesana, rispettando il lavoro di tutti. Importante è stata la creazione del Consiglio del moderatore di Curia, in uno scambio molto bello e proficuo. Sono convinto che chi serve nella Chiesa, in particolare nei luoghi destinati al governo della diocesi, non accumula meriti, ma serve un mistero, il mistero del Regno di Dio, al cui avvento collaboriamo. Se penso a questi sette anni, ho la consapevolezza di aver vissuto la Chiesa, la nostra Chiesa, in tutte le sue dimensioni. Anzitutto nella quotidiana vicinanza, dialogo e collaborazione con i due Vescovi. Si è trattato di una duplice chiamata: la prima, inaspettata, da parte di mons. Mazzocato, la seconda, da parte di mons. Gardin, confortata dal consenso dei confratelli, consultati dal Vescovo sulla scelta. Non sono in grado di fare un bilancio, sarebbe una presunzione misurare questi brevi sette anni, con la storia di quasi sedici secoli della nostra Chiesa. Posso solo dire di aver preso sul serio questo compito, di non essermi mai tirato indietro di fronte a richieste, problemi, situazioni complesse, a volte forse tradito dal carattere...
Non sarà facile lasciare ruolo, impegni, relazioni. E’ un passaggio che tocca altri nostri sacerdoti...
Vivo questo momento con molta serenità: l’ho preparato a lungo con il Vescovo e con un serio confronto con me stesso. Volevo anche dare un esempio. Al di là delle nostre forze, della nostra salute, di quello che pensiamo di poter ancora fare e dare, le dimissioni, per noi preti, al compimento del 75° anno di età sono un passaggio da vivere con serenità. E’ vero che dove si è molto lavorato, e anche molto sofferto, proprio lì si mettono radici e subentra il senso del distacco. Ma c’è anche un certo sollievo, rispetto alle responsabilità. Quello che mi ha aiutato, in questi anni, e anche in questo momento, è il rapporto con le persone: con i Vescovi, con i preti della diocesi, i religiosi, i laici e i responsabili dei diversi servizi di Curia. In modo particolare mi ha aiutato avere al fianco, come segretaria, con una presenza costante, di mediazione, suor Maria Luisa.
Quale ritratto della nostra diocesi sente di poter fare?
Mi pare che la cifra di questi anni sia l’emergenza. In molti casi stiamo affrontando problemi già presenti ma ora acuitisi, e anche problemi nuovi. Tutti comprendiamo la fatica di assicurare la cura pastorale di tutte le comunità parrocchiali in presenza di una rapida diminuzione numerica del clero, con il contestuale invecchiamento dei preti. Così, il fiore all’occhiello della nostra diocesi, le oltre 200 scuole dell’infanzia parrocchiali, cominciano ad essere fonte di problemi per la pesantezza della gestione finanziaria. E’ stato davvero doloroso, in questi anni, doverne chiudere alcune. Ugualmente, la crisi economica rende problematica ogni prospettiva di impegnativi interventi edilizi nelle parrocchie. Si aggiunga il difficile “esodo” che stiamo compiendo dalla secolare organizzazione pastorale tridentina, incentrata sulla parrocchia, al nuovo orizzonte costituito dalle Collaborazioni pastorali.
Le Collaborazioni sono certamente il grande progetto, la scommessa, di questi anni. Con quale spirito le pare siano vissute nel territorio, dai nostri laici, dai sacerdoti?
Sono ammirato per quello che si è fatto, sono portato a vedere più le luci che le ombre, mettendo sul piatto della bilancia l’intelligente fiducia di tanti preti, religiosi, laici impegnati in questa direzione, il lavoro prezioso fatto su questo fronte da mons. Lucio Bonomo e prima di lui da mons. Livio Buso. Certo non è questa la stagione dei frutti e del raccolto. Noi siamo chiamati ad assumere il passo e i sentimenti del seminatore. Benedico il Signore, perché la nostra Chiesa ha avuto il coraggio di incamminarsi su questa strada e perché i presbiteri hanno camminato davanti al popolo di Dio. Un grande numero di loro è stato coinvolto in avvicendamenti di servizi, nel passaggio da una comunità all’altra, in una dedizione generosa anche dopo l’ingresso nella “categoria” dei pensionati. Ho visitato in questi anni la quasi totalità delle nostre parrocchie, per incontri con i sacerdoti, con i laici, con gruppi giovanili vicariali, nei Consigli pastorali, per le Cresime, o perché ho introdotto un centinaio di nuovi parroci, e ancora, in assemblee parrocchiali a volte delicate, in cui era difficile tenere il discorso in uno spazio di dialogo e confronto costruttivo. Ma ho sempre capito che dovevo “metterci la faccia”, accettare la dialettica. E ho sperimentato una grande maturità del nostro laicato, un vero amore alla Chiesa, una pazienza spesso sofferta.
In che cosa possiamo crescere come comunità ecclesiale?
Forse un aspetto da curare di più, sia da parte dei laici che dei presbiteri, è quello di far meglio brillare e comprendere la pienezza della Chiesa che si realizza nella comunità diocesana raccolta attorno al Vescovo, uscendo dall’immediata prospettiva solo parrocchiale. Così come mi pare essenziale maturare un senso di responsabilità per le istituzioni diocesane che necessitano dell’aiuto di tutta la comunità diocesana: il Seminario, la Casa del clero, il Centro Chiavacci di Crespano, la Curia con i suoi uffici e servizi, il settimanale diocesano. Queste ed altre realtà appartengono a tutti. Serve un nuovo stile di Chiesa in cui tutti siamo chiamati a rendere conto di noi stessi e del nostro operato al Signore, al mondo, alla nostra Chiesa.
Desidera fare un augurio alla diocesi e al suo successore?
Userei l’espressione di papa Francesco nella Evangelii Gaudium, dove il Papa parla di “conversione pastorale”. E’ l’augurio che invio all’amatissima chiesa di Treviso. Ora passo le consegne a don Adriano. A lui mi lega un rapporto antico, affettuoso e forte. Sono stato io da “vocazionista” del Seminario a incontrarlo, a seguirlo fino a condurlo all’ingresso in Seminario. L’ho poi reincontrato negli anni, anche come allievo. Leggo questo rapporto come segno di continuità, una grazia per la nostra diocesi, che può contare sulla forza della sua tradizione. Noi preti diocesani abbiamo studiato tutti nello stesso Seminario, abbiamo attinto tutti alla stessa tradizione e ora contribuiamo tutti, ciascuno con il proprio carisma, a irrobustirla per consentirle di attraversare il tempo e i tempi.
Il Vescovo le ha affidato un nuovo impegno, quello di seguire la Vita consacrata in diocesi, come suo Delegato. Sarà una pensione “operosa”, quindi.
Ringrazio il Vescovo per la fiducia. Mi dedicherò di più a predicare Esercizi spirituali, faccio parte del gruppo di enti che lavora per la Treviso smart city, sono assistente del Meic, e spero di avere il tempo per andare un po’ in montagna, per coltivare le amicizie. Ho anche scelto di andare ad abitare in Casa del clero, una realtà che dobbiamo imparare a conoscere e ad amare. (Alessandra Cecchin)

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