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Il dono di sé nella gratuità rende liberi - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

In un contesto nel quale sono presenti i pubblicani, i peccatori, gli scribi e i farisei, Gesù si rivolge in particolare ai suoi discepoli: i pronunciamenti riguardano la vita comunitaria

Il dono di sé nella gratuità rende liberi - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La fede, per quanto fragile possa essere, permette di realizzare cose straordinarie: la più grande consiste nel vivere la gratuità totale, ossia la disponibilità a donarsi a Dio e ai fratelli senza aspettarsi nulla in cambio.

Accresci in noi la fede

Il Vangelo di questa domenica presenta due importanti insegnamenti (Lc 17,5-10) che si potrebbero opportunamente leggere con quelli che li precedono, anche se non sono proclamati nella liturgia (Lc 17,1-4). Il contesto è sempre quello di un momento conviviale nel quale stavano davanti a Gesù i pubblicani, i peccatori, gli scribi e i farisei (Lc 15,1-3), ma anche i suoi discepoli e, tra questi, gli apostoli: i quattro pronunciamenti di Gesù sono rivolti a queste due ultime categorie e riguardano la vita comunitaria. La parabola del ricco e del povero Lazzaro, raccontata poco prima da Gesù, poteva far pensare ai discepoli che la loro salvezza fosse già garantita, per il semplice fatto che, probabilmente, essi erano “poveri”: per non lasciarli in tale illusione, il Maestro li mette di fronte a quattro esigenti richieste. La prima riguarda lo scandalo: consiste nel porre ostacoli al cammino di fede del proprio fratello. Dicendo che “è inevitabile che vengano scandali”, Gesù avverte che ci saranno sempre ostacoli per il cammino di fede: ma è gravissima la responsabilità di chi li provoca. La seconda indicazione appare ancor più impegnativa: ammonisci il tuo fratello che pecca, affinché cambi vita; ma se pecca anche “sette volte al giorno” e per “sette volte ritornerà a te” per chiedere perdono, tu “gli perdonerai”; in altre parole: perdona senza limiti! Il terzo insegnamento, sul quale si apre il Vangelo di questa domenica, nasce da una richiesta degli apostoli: “Accresci in noi la fede”. È difficile dire il perché di tale domanda: non è escluso che la richiesta di “perdonare” in maniera incondizionata sia stata colta come un’impresa al di sopra delle loro forze. Se è vero che anche una quantità di fede come un “granellino di senape” può realizzare cose incredibili, la grande fatica a “perdonare” denuncia in maniera indubitabile una fede non ancora sufficiente: riconoscere questo, chiedendo una fede più forte, può essere un primo passo.

Il giusto vivrà per la sua fede

L’ultima indicazione di Gesù emerge da una parabola che provoca qualche perplessità. Sembra strano che si presenti come “un diritto” quello del padrone che, vedendo tornare a casa il servo dal lavoro del campo, gli chiede prima di servire lui, per poi pensare al proprio nutrimento. Era la prassi dell’epoca, ma non sembra adatta a descrivere lo stile di Dio. In effetti, Lc 12,37 sembra affermare il contrario: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. Dunque, l’attenzione non va posta tanto sul padrone, ma sull’atteggiamento del servo. “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato”, non aspettatevi una qualche ricompensa. Agire in attesa di un compenso, rende impossibile vivere la gratuità. L’espressione suggerita da Gesù, “siamo servi inutili”, non vuol dire che tutto quello che il discepolo può fare non serva a niente, ma che solo chi vive la gratuità totale nel dono si trova ad essere pienamente libero. Il Signore ha ben detto cosa attende coloro che avranno servito bene: “Li farà mettere a tavola e passerà a servirli”; ma non dovrà essere l’attesa di questa ricompensa il “movente” del loro agire. La frase che chiude il brano del profeta Abacuc proclamato come prima lettura (il giusto vivrà per la sua fede, Ab 2,4), in sintonia con quanto appena visto, fonda la riflessione di Paolo sul valore decisivo della fede come accoglienza gratuita dei doni di Dio, che non possono essere in alcun modo “meritati” (cf. Rm 1,17; Gal 3,11).

Ravviva il dono di Dio che è in te

Per quattro domeniche verranno proposti alcuni brani della Seconda Lettera a Timoteo, che può essere considerata il “testamento spirituale” di Paolo. Oggi, in concomitanza con l’ingresso in Diocesi del nuovo vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, le parole rivolte quasi duemila anni fa dall’Apostolo al primo giovane vescovo di Efeso, possono esprimere bene il nostro augurio e sostenere la nostra preghiera: “Ravviva il dono di Dio che è in te” (2Tm 1,6), “non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro” (2Tm 1,8) e “custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato” (2Tm 1,14).

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