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Il nostro “poco” così necessario - XVII domenica del Tempo ordinario

Spesso si presenta la “moltiplicazione dei pani” come un esempio di “condivisione”, attraverso la quale – umanamente – si può riuscire a far bastare per tutti anche poche risorse disponibili. Ma l’episodio di Eliseo e il “segno” operato da Gesù dicono qualcosa di più...

Il nostro “poco” così necessario - XVII domenica del Tempo ordinario

Inizia in questa domenica la lettura semi continua del capitolo sesto di Giovanni, dedicato ai due “segni” della moltiplicazione dei pani e di Gesù che cammina sulle acque del lago di Tiberiade, nonché al lungo di discorso sul “pane di vita”, tenuto nella sinagoga di Cafarnao.

 

La nuova “Pasqua” di Gesù

Il brano odierno (Gv 6,1-15) colloca queste vicende in un tempo e un luogo ben precisi: in prossimità della “Pasqua dei Giudei” presso il “mare” di Tiberiade. Dopo la prima Pasqua vissuta a Gerusalemme, dove aveva compiuto un gesto “profetico” nel Tempio (Gv 2,13-22), Gesù sceglie di vivere la seconda Pasqua del suo ministero pubblico lontano dalla Città Santa, nonostante fosse una delle grandi feste di pellegrinaggio, nelle quali coloro che ne avevano la possibilità erano invitati a “salire” alla capitale: sullo sfondo della Pasqua ebraica, che ricorda l’uscita dall’Egitto con il passaggio del Mar Rosso e la cura di Dio nei confronti del suo popolo con il dono della Manna nel deserto, il “segno” della moltiplicazione dei pani assume una valenza simbolica straordinaria. È proprio per questo motivo che la liturgia, nelle prossime settimane, suggerisce di lasciare la lettura continua del Vangelo di Marco per approfondire questa impegnativa pagina del racconto giovanneo, nella quale ci offre la sua edizione del racconto dell’istituzione dell’eucaristia, che non viene descritta durante l’ultima cena, a differenza degli altri evangelisti.

Compassione di Gesù e generosità di un ragazzo

In continuità con quello che abbiamo ascoltato domenica scorsa dal Vangelo di Marco, dove Gesù era stato presentato come mosso da “compassione” per la folla che accorreva a lui (Mc 6,349, anche il Vangelo di oggi sottolinea come sia Gesù a prendere l’iniziativa, pur scegliendo di coinvolgere attivamente i suoi discepoli in quanto sta per compiere. Prima di tutto, porta Filippo a constatare che le poche risorse economiche a disposizione dei discepoli non sarebbero bastate neanche a sfamare la folla per un solo giorno: figuriamoci se avrebbero mai potuto risolvere i problemi quotidiani di tutta quella gente. L’intervento di Andrea, in maniera sorprendente, sembra offrire una soluzione diversa, che però risulta ancora più inadeguata: duecento “denari” costituiscono una discreta somma di denaro (corrispondono a duecento giorni di lavoro), ma “cinque pani e due pesci” sono davvero una miseria per “cinquemila uomini”. Ma Gesù agisce proprio a partire da quel “poco” che viene offerto da un ragazzino che – probabilmente – mette a disposizione di tutti quanto possiede, in un gesto di generosità spontanea e commovente.

Un dono sovrabbondante e sproporzionato

Duecento denari, pur essendo una misura inadeguata, sono comunque “troppi” per Gesù: possono far pensare ai discepoli di essere in qualche modo in grado di prendersi cura di quella folla. Quei cinque pani d’orzo e quei due pesci, invece, non lasciano alcun dubbio: quel che ci mette l’uomo è totalmente inadeguato; ma è indispensabile che ci sia! L’episodio evangelico rimanda implicitamente al dono della manna nel deserto al quale farà riferimento esplicito Gesù nel “discorso” presso la sinagoga di Cafarnao. Mosè non era in grado di offrire sostentamento al popolo che nel deserto rischiava di morire di fame, ma Dio stesso interviene con un “dono dal cielo” di cui gli Israeliti non potranno mai impossessarsi, poiché la manna scendeva ogni notte nella misura necessaria per ciascuna famiglia e non era possibile conservarla “per sicurezza”: occorreva fidarsi quotidianamente della provvidenza di Dio (Es 16,17-21). Opportunamente, però, la prima lettura mette in evidenza anche un rimando implicito a una seconda celebre pagina dell’Antico Testamento, ossia alla moltiplicazione dei “venti pani d’orzo” realizzata dal profeta Eliseo (2Re 4,42-44). In quel caso, la sproporzione era reale, seppur meno eclatante: con venti pani d’orzo non si poteva certo sfamare un gruppo di cento persone; ma “condividendolo”, se ne poteva offrire almeno un pezzo a ciascuno. Spesso si presenta la “moltiplicazione dei pani” come un esempio di “condivisione”, attraverso la quale – umanamente – si può riuscire a far bastare per tutti anche poche risorse disponibili. Ma l’episodio di Eliseo e il “segno” operato da Gesù dicono qualcosa di più, su cui torneranno le prossime liturgie: “mangiarono e ne fecero avanzare” (2Re 4,44); “riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato” (Gv 6,13).

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