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Il nostro tesoro più prezioso - XXV domenica del Tempo ordinario

Un ricco proprietario licenzia l’amministratore per cattiva gestione. Destinataria della parabola è la comunità dei suoi discepoli, la Chiesa. E' a lei che il Signore offre l'amministrazione dei suoi doni più preziosi: la Parola, i Sacramenti, l'amore, la speranza

Il nostro tesoro più prezioso - XXV domenica del Tempo ordinario

Bisogna dire che con Gesù non ci si abitua mai. Pensi d’aver capito qualcosa di quel mistero di Dio che lui è venuto a rivelarci, e subito ti spiazza mostrandotene un altro aspetto. Se domenica scorsa abbiamo lasciato il padre misericordioso avvolgere il figlio disgraziato in un abbraccio di infinito perdono, ora ecco Dio nei panni di un ricco proprietario che licenzia l’amministratore per cattiva gestione. Come se ciò non bastasse, quell’amministratore viene poi lodato dal padrone perché ha falsificato le cambiali, a favore dei debitori, nella speranza di una loro futura riconoscenza, a suo tornaconto.
Tutti destinatari della Parola
Perché un tale cambio di registro nella predicazione di Gesù? Forse perché sono cambiati i destinatari delle parole di Gesù. Se prima, infatti, il rabbi di Galilea si era rivolto a scribi e farisei, giudici severi degli sbagli altrui, ora le sue parole prendono di mira i suoi stessi discepoli. Non c’è, infatti, nessuno che possa dire: “Gesù non parla per me”. Non può dirlo neppure chi gli è più vicino e ha accettato di seguirlo.
Destinataria della parabola di Gesù è la comunità dei suoi discepoli, la Chiesa. E’ a lei, infatti, che il Signore offre l’amministrazione dei suoi beni più preziosi: la Parola, i Sacramenti, l’amore, la speranza… Ecco, allora, la domanda: “Come amministriamo quel tesoro che il Signore ci ha consegnato? Stiamo forse sperperando i suoi beni?”.
Risuonano dolorosamente vere le parole pronunciate alla nona stazione, nell’ultima via Crucis con San Giovanni Paolo II, scritta dall’allora cardinale Ratzinger: “Quante volte si abusa del santo sacramento della presenza di Cristo! Quante volte celebriamo noi stessi senza neanche renderci conto di Lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione!”.

Il bene più prezioso: Gesù
Come spiegare, però, l’elogio che Gesù fa dell’amministratore disonesto, il quale in modo ancor più disonesto cerca di mettersi in salvo, imbrogliando nuovamente il padrone? Non è certamente la disonestà ad esser apprezzata da Gesù, bensì la scaltrezza nel tirarsi fuori dalle difficoltà. Il poco tempo che gli rimaneva, l’amministratore l’ha usato per garantirsi il futuro. E’ la mancanza di questa accortezza che Gesù rimprovera ai suoi discepoli. E’ la “tiepidezza” della vita che Gesù non tollera, al punto che nel libro dell’Apocalisse, rivolgendosi alla Chiesa di Laodicea, pronuncia il più terribile rimprovero di tutto il Nuovo Testamento: “Conosco le tue opere: non sei né caldo, né freddo. Magari tu fossi freddo o caldo, ma poiché sei tiepido, non sei cioè né caldo né freddo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Apocalisse 3,15-16).
Gesù vuole scuoterci dalla nostra indifferenza o assuefazione a quel tesoro di annuncio che è venuto a portare: “Dio ha tanto amato il mondo, da mandare suo Figlio in mezzo a noi”. E noi, che ne abbiamo fatto di questo amore, che ne abbiamo fatto di Gesù? Se lo chiedeva un vescovo nel saluto finale, lasciando la sua diocesi: “Che ne hai fatto di Gesù?”. Siamo convinti che è Gesù il tesoro più prezioso che è stato consegnato a noi cristiani? Come amministriamo la gioia del Vangelo? 

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